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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

Mubarak in aula dietro alle sbarre - L’ imperatore è nudo. Con l’ingenua crudeltà d’un bambino, l’Egitto segue in tv il processo all’ex Faraone nell’aula bunker dell’Accademica di polizia del Cairo

Mubarak in aula dietro alle sbarre - L’ imperatore è nudo. Con l’ingenua crudeltà d’un bambino, l’Egitto segue in tv il processo all’ex Faraone nell’aula bunker dell’Accademica di polizia del Cairo. Sei mesi dopo la rivoluzione che in diciotto giorni l’ha disarcionato, Hosni Mubarak appare infine davanti ai giudici che gli chiedono ragione di trent’anni di potere assoluto. «Sono innocente» mormora l’imputato 83enne da dietro le sbarre dov’è stato trasportato in barella. Le immagini sono potentissime: accantonata la boria d’un tempo, il più longevo presidente egiziano appare commosso, esangue, allettato come un povero Cristo del Mantegna, un uomo qualsiasi sottoposto alla legge degli uomini. La requisitoria del procuratore Moustafa Soliman, che accusa Mubarak di corruzione, distrazione di fondi pubblici, omicidio premeditato dei «pacifici manifestanti» di piazza Tahrir e di «tutte le violenze» commesse tra il 2000 e il 2011, suona come la voce della Storia. Giornali ed emittenti mediorientali definiscono il processo «il simbolo della primavera araba» mentre da Bengasi, Sana’a e dalle città siriane assediate dall’esercito degli Assad, i fratelli ribelli partecipano da lontano all’udienza che potrebbe anticipare la sorte dei propri dittatori. L’ex raiss rischia la pena di morte, la punizione esemplare già chiesta da un avvocato delle vittime per l’ex ministro dell’Interno Habib al Adly, già condannato a 12 anni per corruzione e a sua volta sotto processo come i due delfini, Gamal e Alaa Mubarak. Il banco degli imputati è la rappresentazione simbolica della rivoluzione del 25 gennaio. In piedi, accanto al presidentissimo che fu, ci sono gli eredi della dinastia postfaraonica, l’impopolare al Adly e sei alti ufficiali di polizia. Assente il businessman Hussein Salem, che verrà giudicato a distanza. Più di tutto colpisce l’aria dimessa dei rampolli Mubarak, divisa bianca da detenuti e Corano in mano. Gamal, 47 anni, il minore, economista di casa nella City, avrebbe dovuto scalare il paterno Partito Nazional Democratico e succedere al trono. Invece, da metà aprile, vive in regime di custodia cautelare insieme al fratello e oggi guarda non più dall’alto il Paese che lo giudica per i suoi poco chiari conti bancari all’estero, indifferente al padre in barella a pochi metri da lui. «È la vittoria del popolo egiziano» esultano gli antichi nemici, quei Fratelli Musulmani oggi candidati alla guida del Paese che si sono battuti per la diretta tv del primo atto del processo. Il secondo, pare, andrà in scena il 15 agosto. Ma il vero spettacolo è fuori dall’Accademia di polizia, dove sostenitori e oppositori dell’ex raiss si scontrano come se la ruota della storia potesse girare al contrario. Invece non saranno i lacrimogeni della polizia o i 61 feriti degli scontri a riportare le lancette dell’orologio al 24 gennaio 2011, l’Egitto è cambiato e a contendersi il potere sono ora le forze del presente, i laici e i religiosi che da piazza Tahrir accolgono l’arrivo di Mubarak (trasportato in elicottero da Sharm el Sheik) invocando «Allah u-akbar», Allah è grande. Il processo sarà lungo, tra i testi chiamati a testimoniare c’è anche il feldmaresciallo Mohammed Hosseyn Tantawi Suleiman, ex braccio destro del raiss e oggi numero uno del Supremo Consiglio delle Forze Armate in sella dall’11 febbraio scorso. Dov’era mentre il suo capo ordinava la repressione della rivolta? Le domande incalzano e rimbalzano dal Cairo alle remote campagne egiziane fino a scavalcare i confini nazionali. Il popolo chiede giustizia ma c’è chi teme la vendetta come all’epoca dell’esecuzione dell’ex raiss iracheno Saddam. «Le immagini dell’anziano Mubarak trascinato in tribunale in barella sono scandalose e riportano alla mente gli anni orribili di Tangentopoli» tuona dall’Italia la deputata del Pdl e presidente del Comitato Schengen Margherita Boniver. Altri invece, come gli esperti mediorientali di Amnesty International, sottolineano la necessità che il processo contro Mubarak sia giusto e trasparente, perché «rappresenta un’opportunità storica per l’Egitto». [FRA. PA.] *** I cristiani esultano: vince il diritto - I cristiani d’Egitto (otto milioni circa) si sentono sollevati per l’inizio del processo al Faraone. Non per spirito di vendetta, spiegano gli esponenti del clero copto, tutto altro. Del resto in passato avevano sempre cercato la protezione dell’ex raiss contro le prevaricazioni dei fondamentalisti islamici. Dal punto di vista della minoranza cristiana (il 10 per cento della popolazione) il processo a Mubarak rappresenta dunque una nuova era per l’Egitto moderno. Un giudizio che porta in sé una buona dose di speranza. «È l’inizio della edificazione di un nuovo ordinamento dove regna lo stato di diritto e la giustizia senza distinzione per tutti i cittadini», spiega il vescovo copto Kirollos di Naag Hammadi, importante centro dell’alto Egitto. Il vescovo intravvede anche un’altra opportunità del processo che si celebra nell’accademia della Polizia alle porte del Cairo: vedere per la prima volta un processo contro un ex presidente, potrebbe calmare le animi di tutti gli egiziani, specie quelli delle famiglie dei «martiri della rivoluzione». La pensa allo stesso modo il capo della chiesa anglicana egiziana, André Zaki: «È una scelta di civiltà processare in pubblico un ex presidente. Si tratta di applicare la legge senza guarda in faccia nessuno, il che consentirà pure la costruzione dell’Egitto moderno e metterà fine ad un era di repressione proiettando il paese verso la democrazia». L’altro beneficio, secondo il presule, è che «d’ora in poi chiunque assumerà la guida del paese sarà ben consapevole che gli egiziani non si sottometteranno più». Con una vena di ulteriore ottimismo Zaki aggiunge: «Sebbene gli egiziani siano un popolo sentimentale, amministrare la giustizia alla fine accontenterà tutti, dal momento che i giudici vorranno le prove e delibereranno secondo il diritto». Samir Morqus, studioso copto specializzato nella questione della convivenza fra cristiani e musulmani, giudica l’avvio del processo a carico del faraone Mubarak un fatto senza precedenti: «È la prima volta nella storia dell’Egitto e del mondo arabo, un raiss viene rimosso secondo il volere del popolo e non assassinato in una congiura di palazzo oppure rimosso da un invasore straniero come accadeva prima». Per padre Flubatir Gamil, membro di un gruppo di giovani attivisti copti, l’avvio di questo processo senza precedenti contro Mubarak e i suoi uomini significa che la giunta militare ha finalmente iniziato sul serio a mettere in atto l’impegno di fare pulizia. IBRAHIM REFAT *** “Un punto di non ritorno Tremano gli altri despoti” - Il biografo del Faraone Saggista ed esperto del mondo arabo ha scritto sette libri fra cui «L’Ultimo Faraone». Classe 1962, è cresciuto fra Usa ed Egitto. È stato candidato alle presidenziali egiziane del 2005 La gabbia, il nome Hosni Mubarak scandito in tribunale come quello di un imputato qualsiasi: il processo all’ex raiss ha senza dubbio un effetto catartico sugli egiziani, dà loro la sensazione che in questi mesi qualcosa sia davvero cambiato». Sono passati sei anni da quando l’accademico egizo-americano Aladin Elaasar sfidò alle presidenziali l’invincibile connazionale: sconfitto, Elaasar ne è diventato il più lungimirante biografo. Il suo «The Last Pharaon», uscito pochi mesi prima del crollo del regime, ha scalato le classifiche statunitensi rivelandosi profetico, uno dei pochi saggi ad aver anticipato la Caduta. È l’alba a Chicago. Il professore Elaasar segue dal suo studio «il giorno del giudizio». In sottofondo il telefono incalza: tutti si chiedono se la resa dei conti sia proprio come l’aveva immaginata. Che impressione le ha fatto vedere Mubarak in barella dietro le sbarre? «Non so se stia davvero male come sembra. La cartella clinica è un mistero perché a fornire le informazioni mediche è il suo avvocato, può darsi che viva altri 22 anni. Non credo però che gli egiziani siano scioccati dalle immagini dell’ex tiranno allettato: prevale in loro il desiderio di giustizia. Mubarak si è macchiato di crimini atroci, deteneva il potere assoluto, durante la rivoluzione la sua polizia ha ucciso 850 persone e qualcuno deve risponderne. Il lavoro dei giudici sarà lungo». Quale impatto avrà il processo sul popolo egiziano? «Il valore simbolico di questa udienza è enorme. Per questo i legali di Mubarak tentavano di rinviarla. Alla sbarra c’è un uomo che si sentiva Dio, un gigante. L’impressione della gente è che giustizia sia fatta, a prescindere dalla sentenza. Sembra una storia biblica. Quando scrissi “The Last Pharaon” passai per pazzo, io stesso stento ancora a credere che il Faraone sia caduto». E il mondo arabo? Come reagirà? «Le immagini di Mubarak in gabbia avranno un effetto enorme sulla regione. Infatti gli altri dittatori, da Gheddafi ad Assad, si battono come leoni: sanno che ormai potrebbero davvero dover rendere conto dei loro crimini. Il processo del Cairo segna un punto di non ritorno, comunque finisca». Ucciso il padre alla maniera d’Edipo il mondo arabo si avvia all’età adulta? «In parte sì, ma c’è di più. Gli egiziani hanno simbolicamente ucciso Mubarak perché hanno rifiutato il suo ruolo di padre autoimpostosi. Mubarak è il prototipo del dittatore militare del ’900, come Pinochet, Franco o Suharto. Si è insediato con la forza approfittando dell’onda lunga del golpe del ’52 e ha imposto il modello sovietico del regime poliziesco alla Ceausescu e alla Castro con tanto di culto della personalità, ma non ha mai sedotto il popolo». Quello del Cairo sembra essere il primo processo democratico della regione. Alla fine prevarrà il bisogno di giustizia o la sete di vendetta? «Non lo so, l’inizio è promettente. I crimini vanno indagati. Ma la reazione istintiva della gente è normale, con i suoi eccessi. I Mubarak si erano appropriati del Paese come fosse patrimonio di famiglia, devono risponderne davanti alla legge. L’Egitto rischiava di passare dalle mani del padre a quelle del figlio con l’aggravante che le seconde generazioni di questi dittatori, da Gamal a Bashar al Assad alla genia Gheddafi, sono peggio delle precedenti. Se i padri erano feroci i figli sono feroci e idioti». Il regime non si fondava però solo sulla famiglia ma su un sistema di potere. Dove sono tutti gli uomini del raiss? Riusciranno a farla franca? «La preoccupazione degli egiziani è che molti degli ex potenti si riciclino. Che senso ha decapitare il regime per lasciarne in circolazione gli arti? Quanto a Mubarak, i figli e gli altri imputati però, non credo che li vedremo più in giro, andrà bene se avranno condanne lievi. Poi c’è la società: puniti i colpevoli dovrà recuperare la moralità compromessa da 60 anni di dittatura». Come deve sentirsi oggi Mubarak? «Si credeva invincibile, è crollato per arroganza. S’era circondato di gente che lo faceva sentire potente ma pensava ai propri interessi: il sistema è imploso anche per colpa sua. Mubarak non era astuto, mancava del carisma di Mussolini, è stato fortunato a succedere a Sadat. Raiss per caso: un personaggio da tragedia greca». Mubarak sarà davvero l’ultimo faraone o ne seguirà uno islamico? «Ecco la grande paura della coalizione laica ma anche dell’occidente che si è lasciato ingannare da despoti come Mubarak, sotto sotto tolleranti con gli estremisti. L’Arabia Saudita soffia sul fuoco e pompa petroldollari sul fondamentalismo egiziano, il momento è critico. Ma la rivoluzione ha mostrato che la gente è stanca del sistema faraonico e del centralismo presidenziale, vuole più parlamentarismo e un esecutivo che governi ma non a vita. L’esercito lo sa. Il futuro è aperto ed eccitante». FRANCESCA PACI