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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

L’ULTIMO MISTERO DI TALLEYRAND - F

ra i miei libri vi è una edizione francese delle Memorie di Talleyrand, comprata parecchi anni fa. È stata pubblicata dall’editore Plon nel 1982 per una collana intitolata «Les Mémorables» e riproduce con qualche variante il testo di una edizione del 1.957 curata da Paul-Louis Couchoud, uno studioso che fu storico della filosofia e del cristianesimo. È un volume di 832 pagine, vale a dire meno della metà delle 1728 pagine in cinque volumi che compongono la bella edizione curata da Vito Sorbello per l’editore Aragno, in libreria da qualche settimana. I caratteri tipografici del volume francese sono leggermente più piccoli e le pagine leggermente più grandi, ma fra le due edizioni esiste comunque una considerevole differenza. Vi è quindi un piccolo mistero da risolvere: perché le Memorie di Charles-Maurice de Talleyrand Périgord principe di Benevento possono vestire abiti di taglia così diversa?
Talleyrand lasciò l’ambasciata di Francia a Londra nel 1834, dopo avere finalmente concluso il lungo negoziato per la creazione del Belgio, e dedicò gli ultimi quattro anni della sua vita a sbrigare due faccende che gli stavano particolarmente a cuore. La prima era il negoziato con la Chiesa cattolica di un personale trattato di pace che avrebbe sanato le ferite del passato e spalancato al diavolo zoppo le porte dell’unico regno a cui, nel corso della sua vita, aveva prestato un’attenzione distratta: quello dei cieli. La seconda faccenda era il completamento di un’opera a cui Talleyrand si era dedicato saltuariamente per più di vent’anni: le sue Memorie, vale a dire la requisitoria con cui avrebbe patrocinato la propria causa di fronte al tribunale della storia. Il principe sapeva che al suo processo i testimoni dell’accusa sarebbero stati numerosi. I seguaci dei Borboni lo avrebbero accusato di avere approvato la morte di Luigi XVI e l’assassinio del duca d’Enghien. I tradizionalisti della Chiesa cattolica avrebbero ricordato che aveva aderito, quando era vescovo di Autun, alla costituzione civile del clero (la «nazionalizzazione» dell’intero sistema ecclesiastico francese) e aveva consacrato due vescovi scismatici. L’ombra di Napoleone lo avrebbe accusato di avere complottato dietro le sue spalle con l’imperatore di Russia e l’imperatore d’Austria. Il pubblico ministero si sarebbe divertito a raccontare tutte le voci infamanti che circolavano sulla sua straordinaria capacità di essere sempre, al momento giusto, nel campo del vincitore. E qualcuno infine avrebbe ricordato l’insulto che Napoleone, travolto dalla collera, gli aveva gettato in faccia : «M… in una calza di seta» .
Per preparare la sua difesa Talleyrand aveva cominciato, sin dagli anni di Londra, a riordinare le carte più vecchie. Aveva nei suoi cassetti un lungo capitolo sugli affari spagnoli e un diario dell’incontro di Erfurt (1812) fra Napoleone e Alessandro I di Russia in cui aveva trascritto tra l’altro un delizioso dialogo tra Goethe e l’imperatore dei francesi. Aveva pagine scritte più tardi sulla sua adolescenza, il periodo trascorso al seminario di Rheims, le sue letture nella biblioteca del seminario di Saint Sulpice, la società prerivoluzionaria. Nel 1815, quando si era dimesso per non firmare il secondo trattato di Parigi, imposto dagli Alleati alla Francia dopo il ritorno di Napoleone dall’Elba, aveva colmato qualche vuoto ricordando gli anni dell’esilio americano, l’incontro con Bonaparte, il debutto in politica estera come ministro delle relazioni esterne all’epoca del Direttorio, il lungo duello dell’imperatore con la Chiesa di Roma. Più tardi, nei quindici anni trascorsi lontano dal potere, avrebbe parlato del suo ruolo recente al Congresso di Vienna, convocato nel 1814 dopo l’abdicazione di Napoleone. Per il periodo trascorso a Londra come ambasciatore e la creazione dello Stato belga, aveva la raccolta della corrispondenza scambiata con Parigi e le riflessioni intercalate fra un rapporto e l’altro. Non gli restava che riordinare il materiale e affidarlo alla storia.
Nelle sue Memorie, Talleyrand non muove a se stesso alcun rimprovero. Ha cambiato più volte casacca, ma il suo padrone è sempre stato la Francia. L’ha servita durante il Direttorio e il Consolato, quando ha fatto del suo meglio per restaurare la sovranità dello Stato e un potere centrale che avrebbe protetto gli interessi del Paese. L’ha difesa all’epoca dell’Impero sino al giorno in cui ha compreso che Napoleone stava costruendo, con le improvvisate dinastie dei suoi familiari, un edificio traballante, destinato a crollare come un castello di carte. Quando esortava lo zar Alessandro a ostacolare i dissennati disegni imperiali di Bonaparte, non lo faceva contro la Francia, ma nel suo interesse. Ne aveva dato la prova a Vienna dopo la disfatta, quando la Francia correva il rischio di venire duramente punita per i venticinque anni di rivoluzioni, guerre e sconvolgimenti politici che i suoi governi e i suoi eserciti avevano inflitto all’Europa. Per parare il colpo spiegò ai rappresentanti delle potenze vincitrici che soltanto la legittimità degli Stati avrebbe garantito la pace del continente. Vi erano stati anni in cui «gli uomini potevano credere che il potere sovrano fosse una emanazione della divinità. (…) Ma in un tempo in cui rimane appena una leggera traccia di questi sentimenti, in cui il vincolo della religione se non è spezzato è per lo meno assai lento, non si vuole più ammettere una simile origine della legittimità. Oggi è opinione generale, che invano si tenterebbe di sminuire, che i governi esistono unicamente per i popoli» . Per consolidare il rapporto dei cittadini con lo Stato occorreva quindi la somma di due fattori: una vecchia dinastia, rafforzata dalla tradizione, e alcune garanzie dettate da nuove esigenze: la libertà individuale, la libertà di stampa, l’indipendenza dell’ordine giudiziario, la responsabilità dei governi. Grazie a questi argomenti Talleyrand riuscì a ottenere che la Francia dei Borbone sedesse come condomina, anziché come potenza sconfitta, al tavolo della pace e che i suoi confini restassero, senza alcuna mutilazione, quelli del periodo prenapoleonico
L’improvvisa riapparizione di Napoleone in Europa, dopo la fuga dall’Elba, pregiudicò in parte la sua opera e lo indusse a farsi da parte. Ma quando gli Orléans sostituirono i cugini Borbone dopo la rivoluzione del 1830, Talleyrand rientrò in scena e poté servire un Paese che era al tempo stesso monarchico e costituzionale. Il naturale alleato di questa nuova Francia era la Gran Bretagna, unico Stato europeo in cui monarchia e libertà fossero i due volti di una stessa medaglia. Inviato a Londra da Luigi Filippo d’Orléans (il cugino dei Borbone, salito al trono come «re dei francesi» ), Talleyrand doveva rafforzare questa prima Entente cordiale e vi riuscì, tra l’altro, facendo da padrino con gli inglesi alla nascita di un nuovo Stato europeo. Fu l’ultimo capolavoro della sua vita e anche, per certi aspetti, l’ultima delle sue capriole.
Dopo le guerre napoleoniche le province cattoliche della Vallonia e delle Fiandre erano state assegnate all’Olanda ed erano divenute parte di un nuovo Stato, il Regno dei Paesi Bassi, che nelle intenzioni degli Alleati avrebbe avuto la funzione di pattuglia avanzata di una eventuale alleanza contro Parigi se la Francia avesse nuovamente cercato di espandersi verso Nord Est. Quando Bruxelles si rivoltò contro i protestanti di Amsterdam nel 1830, Talleyrand vide subito in quella rivoluzione il fallimento di un progetto antifrancese e fece del suo meglio perché i belgi si staccassero dall’Olanda e avessero la loro patria. Si rese conto che la nascita del Belgio avrebbe contraddetto, per certi aspetti, il principio di legittimità e sarebbe stato un pericoloso precedente per altri popoli europei? Era troppo pragmatico per lasciarsi condizionare da una questione di principio. L’importante era che questo nuovo Stato fosse neutrale e avesse un re simpatico al maggior numero possibile di potenze europee. La Francia avrebbe desiderato un figlio di Luigi Filippo, il duca di Nemours, ma Talleyrand capì che una soluzione troppo scopertamente favorevole al suo Paese si sarebbe scontrata con le resistenze della Gran Bretagna, e la scelta cadde su Leopoldo di Coburgo. Se qualcuno dotato di una particolare preveggenza gli avesse detto che il matrimonio tra fiamminghi e valloni sarebbe finito, prima o dopo, in un divorzio, Talleyrand avrebbe risposto, come aveva scritto a Luigi Filippo il 2 settembre 1831, che ogni soluzione è relativa «perché non bisogna nascondersi che noi non facciamo altro che del provvisorio» .
Nel 1838, quindi, il lavoro poteva considerarsi compiuto. Ma il prodotto finale era un assemblaggio di materiali diversi — diari, note, documenti e riflessioni— dettati a un segretario dell’ambasciata, Adolphe de Bacourt, o da quest’ultimo ricopiati. In un testamento scritto nel 1836 e ribadito alla vigilia della morte, nel marzo del 1838, Talleyrand lasciò il manoscritto alla nipote, duchessa di Dino, e le chiese di pubblicarlo, se lo avesse ritenuto opportuno, non meno di trent’anni dopo la sua morte. Ma la duchessa morì nel 1862 e trasmise il compito a Bacourt, che conservò il testo religiosamente e cercò di ampliarlo con un gruppo di carte rubate a Talleyrand parecchi anni prima della sua morte e improvvisamente riapparse sul mercato antiquario dei manoscritti.
Anche Bacourt scomparve prima della fine del trentennio, ma nel suo testamento aggiunse vent’anni al limite fissato da Talleyrand e affidò le carte a due amici fidati. Fu così che le memorie, passando da un erede all’altro, giunsero finalmente nelle migliori mani possibili: quelle del duca di Broglie, discendente dell’uomo che era stato ministro degli Esteri quando Talleyrand era ambasciatore a Londra, esponente dell’aristocrazia orleanista, due volte presidente del Consiglio nei primi anni della Terza Repubblica e studioso di grande valore. L’edizione di Vito Sorbello riproduce per l’appunto fedelmente quella in cinque volumi che Broglie cominciò a pubblicare nel 1881. Quello di Plon è più breve perché ha omesso tutta la documentazione commentata raccolta da Talleyrand sulla nascita del Belgio dopo il 1830, a mio avviso una delle parti più affascinanti dell’opera.
Ma l’apparizione delle Memorie, dopo una così lunga attesa, ebbe l’effetto paradossale di provocare un’ondata di scetticismo. Furono delusi, anzitutto, tutti coloro che attendevano nuove rivelazioni sull’epoca rivoluzionaria, particolari piccanti sulla corte di Napoleone, la soluzione dei molti misteri che in Francia, come in Italia, fioriscono immancabilmente intorno a eventi di grande importanza. Qualcuno, come al solito, andò a caccia di errori e trovò omissioni, date sbagliate, passaggi trattati un po’ troppo succintamente. Broglie replicò che Talleyrand, nel corso della sua lunga vita, «aveva molto appreso e forse anche un po’ dimenticato» . Intendeva dire che quelle omissioni erano una prova della loro autenticità. Le Memorie non erano un documento neutrale, scritto da uno studioso che voleva dare in tal modo un contributo alla storia del suo tempo. Erano il materiale con cui l’autore contrattava con i lettori il posto che avrebbe occupato dopo la morte nel Pantheon degli uomini celebri.
Sergio Romano