Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 04 Giovedì calendario

DA CEAUSESCU A SADDAM, I TIRANNI A GIUDIZIO

Il processo al Faraone Hosni Mubarak ha due spettatori interessati. Studiano, seguono in tv quello che avviene e pensano: potrei esserci anch’io in quella gabbia. Sono il siriano Bashar Al Assad e il libico Muammar Gheddafi, due despoti candidati a processi forse più traumatici. I raìs, al potere per lunghi anni, sanno che una volta perso lo scettro, possono finire davvero male. La punizione li può raggiungere al termine di un processo celebrato con tutti i crismi (o quasi). Oppure arrivare in fretta. Molto in fretta. Dopo un giudizio sommario. Il tribunale del popolo — nel senso letterale della parola — ti manda al patibolo senza neppure costruirlo. È quello che è avvenuto con un dittatore che pensava di essere amato: il romeno Nicolae Ceausescu. Fucilato insieme alla moglie alla fine del dicembre 1989. Entrambi infagottati in vecchi cappotti militari che ricordavano quello di Mussolini. Li hanno messi al muro. Lui, in un ultimo gesto di sfida, intona l’Internazionale. Si racconta che la fine di Ceausescu avesse molto impressionato i satrapi del Medio Oriente. Al punto che avevano fatto circolare tra i loro ufficiali una videocassetta con le ultime ore del presidente romeno. Un monito: vedete cosa accade a non reagire con forza. E in molti hanno provato a tenere duro. A schiacciare i loro «sudditi» , convinti di essere immortali e in giudicabili. Dal Sud America all’Asia, passando per il Medio Oriente. Il panamense Manuel Noriega ha scoperto cosa significa essere un semplice strumento. Lo hanno ribattezzato il «tiranno usa e getta» . Quando non è più servito, gli Usa lo hanno neutralizzato con un’operazione militare. Trasferito a Miami, è stato condannato nel 1992 a 40 anni di prigione per traffico di droga. Altro caudillo. Il cileno Augusto Pinochet. Hanno provato a inchiodarlo alle sue responsabilità. Manovre diplomatiche, difficoltà burocratiche e vecchiaia gli hanno evitato di passare sul banco degli imputati. La morte se lo è portato via nel 2006, una pietra tombale su un militare feroce e sui crimini compiuti contro i cileni. Stesso anno, responsabilità identiche: muore in prigione Slobodan Milosevic il Napoleone serbo che teneva in scacco i Balcani. Lo avevano estradato al Tribunale internazionale dell’Aja dove avrebbe dovuto rispondere della pulizia etnica. Una campagna di distruzione che non ha raggiunto la terrificante perfezione messa in atto dai khmer rossi cambogiani: oltre un milione e mezzo di persone cancellate. Pol Pot, la mente perfida e politica che l’ha ispirata, non ha incrociato lo sguardo di giudici e accusatori perché è andato all’inferno prima (era l’ 86). Hanno invece dovuto rispondere delle loro nefandezze altri complici. Come Kaing Guek Eav, meglio noto come il «compagno Duch» : condanna a 35 anni. Poca cosa se comparata con gli eccidi compiuti durante il regno del terrore rosso. Nomi e storie che seguono un cammino senza fine. C’è sempre, infatti, qualcuno che da Hitler in poi cerca di mostrarsi più implacabile degli altri «macellai» di regime. Saddam Hussein, in questa galleria dell’orrore, si è conquistato un posto di «merito» . E non è un attenuante che per molto tempo abbia collaborato con l’Occidente che, colpevolmente, ha fatto finta di non vedere quello che accadeva attorno a Bagdad. Prima la lunga caccia, quindi la cattura del tiranno che era andato a nascondersi come un ratto in una buca. Infine il procedimento giudiziario con il presidente e i suoi complici alla sbarra davanti agli occhi del mondo. Un sentiero segnato, dove la conclusione era già scritta. Non poteva essere diversamente. Il processo è stato solo l’ultimo atto di una vicenda marcata da intrighi, disegni strategici, patti evidenti e inconfessabili. E l’aula ha regalato a Saddam l’ultimo show. Ha provato a difendersi, ha maledetto gli avversari, ha cercato di mostrare chi fosse il condottiero che sognava di vincere «la madre di tutte le battaglie» . Tutto inutile. Un nodo scorsoio tirato da un incappucciato ha chiuso la partita.
Guido Olimpio