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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

I MISTERI IRRISOLTI DELL’ATTACCO DELL’ 86 SU LAMPEDUSA —

Difficile non notare l’ostinata malizia con quale la storia, talvolta, si incarica di ricordare all’Italia alcune sue pregresse amicizie pericolose, coltivate a tratti sul filo del limite massimo permesso dall’alleanza con gli Stati Uniti. La Fregata Bersagliere che ieri ha seguito via radar il precipitare di un missile libico a due chilometri dalla sua poppa fu varata nel 1985. In origine, mentre il dittatore iracheno risultava un amico dell’Occidente, era destinata da Fincantieri alla flotta di Saddam Hussein. Alla fine fu assegnata alla nostra Marina perché, malgrado l’Italia conservasse relazioni discrete con il raìs di Baghdad, le sanzioni contro l’Iraq volute più tardi da Washington sconsigliarono la cessione della nave. A molti la parabola del missile libico terminata ieri in mare dalle parti del Bersagliere ha riportato alla mente quello che nei ricordi di tanti resta il caso dei «due missili libici lanciati contro Lampedusa» il 15 aprile 1986. Ma anche quella è una storia dai contorni opachi.
Oltre alla Libia di Muammar Gheddafi nel ruolo di protagonista, ad accomunare i due gialli missilistici c’è l’ipotesi di un flop di tiri della Giamahiria conclusi in buchi nell’acqua. Nel caso di Lampedusa, si ritenne che il flop fosse stato doppio. I quotidiani del 16 aprile 1986 riportarono che alle 17.10 del giorno precedente gli abitanti dell’isola italiana vicina all’Africa erano stati terrorizzati da «due missili Scud di fabbricazione sovietica» . L’obiettivo mancato sarebbe stata la base Loran, Long range radio aid to navigation, affidata su territorio italiano a qualche decina di militari americani.
Chi scrive ha presente di quel pomeriggio la tensione che circondava al Senato il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, la notizia del rapido decollo di due coppie di aerei intercettori e di una di cacciabombardieri italiani verso l’isola. Una fonte della Marina riferì in serata che a riconoscere i missili come Scud del tipo superficie-superficie lanciati da una base libica era stato un satellite statunitense.
I presupposti per ritenerle informazioni fondate abbondavano. Dopo la morte di un marine nella discoteca La Belle a Berlino, attentato attribuito a libici, il 14 aprile 1986 Ronald Reagan aveva ordinato ai generali di bombardare la casa-caserma di Gheddafi a Tripoli, Bab al-Azizia. Lampedusa appariva il bersaglio mancato di una ritorsione dell’ufficiale al potere in Libia dal 1969. Mancato per scelta o per errore?
I due asseriti missili, negli anni a seguire, hanno prodotto un’altra nuvola di punti interrogativi. Giulio Andreotti, nel 1986 ministro degli Esteri, ha affermato nel 1997 di aver interpretato gli enigmatici Scud come «un atto dimostrativo ma volutamente innocuo» . Basilio Cottone, già capo di Stato maggiore dell’aeronautica, ha giudicato falsa la notizia dei missili. Retropensiero dei sostenitori di questa tesi: gli Usa cercavano un motivo affinché il governo di Bettino Craxi, restio alla mano dura verso Gheddafi, non potesse fargli da sponda. Mohammed Abdul Rahman Shalgam, ambasciatore libico a Roma nel 1986, ha rivelato nel 2008 che Craxi gli aveva fatto sapere delle bombe in arrivo su Tripoli affinché Gheddafi si salvasse.
«Stavamo tornando dall’isola dei Conigli, e i missili sono caduti a non più di 500 metri da noi. Uno schianto infernale» , fu il racconto attribuito a Oreste Sanguedolce, pescatore, su giornali del 17 aprile 1986. «Non ero in barca perché quel giorno c’era il mare grosso» , ha dichiarato nel 1997.
C’è chi ritiene che i boati su Lampedusa si dovessero ai voli di caccia supersonici americani. Il capo del Sismi del tempo, Fulvio Martini, scrisse in Nome in codice: Ulisse, Rizzoli, che Craxi e Spadolini il 16 aprile 1986 scelsero di far colpire per «rappresaglia» un «sito radar» libico e «non se ne fece niente» per salvaguardare i 2.400 italiani in Libia. Diceva ieri al Corriere Stefania Craxi, figlia di Bettino: «Il caso di Lampedusa non era chiarissimo. Infatti mio padre scelse di non rispondere in modo violento, ma di glissare» .
Maurizio Caprara