Alberto Alesina, Corriere della Sera 04/08/2011, 4 agosto 2011
DEBITO E TAGLI QUELLO CHE L’AMERICA NON DICE
Nel 2008 nel pieno della crisi finanziaria si diceva che «la politica avrebbe salvato il mondo» . Forse lo ha fatto ma sicuramente oggi la stessa «politica» sta trascinando Europa e Stati Uniti in un baratro. L’indecisione dei leader americani e europei ha trasformato una crisi fiscale partita in Grecia in una crisi sistemica. L’inadeguatezza della risposta politica in Italia ha fatto il resto per il nostro Paese. Sarà difficile convincere i mercati con annunci tardivi fatti da un leader screditato.
Negli Stati Uniti l’accordo sul debito, ratificato all’ultima ora (letteralmente!), ha degli aspetti positivi ma per molti versi rinvia al futuro la soluzione dei problemi. Tutto dipenderà dall’assetto politico che uscirà dalle elezioni del 2012. L’intesa raggiunta prevede essenzialmente tre cose. Un taglio di spese discrezionali per i prossimi anni di poco più della metà di quelle che volevano i Repubblicani. Riduzioni così suddivise: due terzi relative al welfare, un terzo al settore militare. Secondo punto, l’eliminazione di sgravi fiscali per aumentare il gettito senza incrementi delle aliquote. Infine la creazione di una commissione che indagherà su come far fronte allo tsunami delle spese per Medicare (il servizio sanitario gratuito per gli anziani); e che controllerà l’applicazione della manovra. Quindi nessun aumento di aliquote, nemmeno in via simbolica, per i redditi più alti; e qui forse i repubblicani hanno sbagliato. Se avessero concesso un po’ su questo fronte, avrebbero garantito un accordo bipartisan più solido sull’attuazione futura del programma. In realtà finché non si risolve il problema di come fronteggiare l’aumento di spese dovuto all’invecchiamento della popolazione (Medicare appunto), tutto il resto delle misure non basterà nel medio periodo. L’istituzione di una commissione per pensarci non è abbastanza rassicurante. Non solo, anche la definizione di quali tagli discrezionali da attuare e di quali sgravi fiscali ridurre è rimandata a discussioni future: infatti le lobby si stanno scatenando per difendere i propri privilegi. Non è chiaro perciò se alla fine i tagli avverranno nei «posti giusti» o nei settori meno difesi dalle lobby. I mercati hanno capito benissimo che questo accordo non è sufficientemente definito, Wall Street è caduta ai minimi del 2011 e le agenzie di rating non hanno escluso un declassamento del debito americano. A tutto ciò si deve aggiungere un’economia che non riprende, un mercato del lavoro che produce disoccupazione strutturale e una mancanza di investimenti privati ed esportazioni. Verrebbe quasi da fare un paragone tra Italia e Stati Uniti. Entrambi i loro governi hanno annunciato una manovra fiscale che non tocca alcuni nodi strutturali (Medicare per gli Usa, pensioni e pubblico impiego in Italia). In entrambi i casi un turno elettorale molto incerto potrebbe cambiare la natura della manovra. I due Paesi poi non crescono abbastanza, ma misure per la crescita non se ne vedono. Infine l’atmosfera politica a Roma e Washington è pessima (polarizzazione tra i due partiti negli Stati Uniti, corruzione dilagante in Italia). La differenza fondamentale è che l’America per lo meno esce da un quarto di secolo di crescita sostenuta e a tratti eccezionale, l’Italia da un quarto di secolo di poco più che stagnazione. Parliamoci chiaro: non esistono ricette magiche per la crescita, né le si possono chiedere ai politici. Ma si può chiedere loro, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, un comportamento che non la ostacoli con lo sfascio delle finanze pubbliche e con il prolungamento di una perpetua incertezza che rimanda e nasconde i problemi invece di risolverli.
Alberto Alesina