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 2011  luglio 31 Domenica calendario

INTERVISTA A FOGLIETTA


Vi pare normale che uno dei fondatori del Pci, proconsole di
Lenin in Italia, sia stato fucilato a Dongo insieme con Benito
Mussolini e poi appeso a testa in giù a piazzale Loreto
accanto al Duce e a Claretta Petacci? E com’è possibile che il
socialista Torquato Nanni sia stato ucciso dai partigiani
insieme col fascista Leandro Arpinati e che un attimo prima
d’essere raggiunto dalla scarica fatale abbia cercato di far
scudo col proprio corpo all’ex podestà di Bologna? Perché in
Romagna l’amicizia ha sempre superato le divisioni politiche,
al punto da far scrivere ad Alfredo Panzini, quantunque fosse
nato a Senigallia: «È l’unica terra dove si conserva quel po’
di buono che è rimasto nel mondo»?
Per capire i motivi che hanno indotto Luciano Foglietta, un
giornalista nato 28 giorni dopo la Marcia su Roma, a
rispondere a queste domande, occorre innanzitutto ascoltare il
modo in cui si presenta: «Diamoci del tu. Potrei essere tuo
nonno». Poi si deve leggere il titolo del libro di 256 pagine
appena stampato da Minerva Edizioni, nel quale sono condensate
le sue certosine ricerche: Sangue romagnolo. Quindi va tenuto
conto del collega che s’è scelto per scriverlo a quattro mani:
Giancarlo Mazzuca, ex direttore del Resto del Carlino, oggi
parlamentare del Pdl e rubrichista di Panorama, che nella
redazione di Forlì del quotidiano di Bologna fu suo ragazzo di
bottega negli anni Settanta.
Infine, se si vuol capirne ancora di più, bisogna piantare un
palo nella piazza principale di Santa Sofia, centro di 4.000
abitanti sull’Appennino forlivese, e tirare idealmente uno
spago per non più di 7.200 metri. I compagni del Duce di cui
parla il sottotitolo del volume, e cioè Leandro Arpinati,
Nicola Bombacci e Torquato Nanni, nacquero tutti qui, i primi
due a Civitella di Romagna, meno di 12 chilometri in linea
d’aria da Predappio, dove fu partorito Mussolini, e il terzo a
Santa Sofia.
Di Santa Sofia è anche Foglietta, che ormai prossimo agli 89
anni è il lucidissimo decano dei giornalisti romagnoli, 28
libri pubblicati dal 1958 a oggi. Di Santa Sofia era la mamma
di Mazzuca, Maria Naldini, imparentata con Nanni. Di Santa
Sofia è primo cittadino onorario lo stesso coautore, il quale
commenta: «Le vicende storiche che abbiamo narrato fanno
capire come non si possa ridurre la Romagna a un semplice
trattino attaccato all’Emilia, e infatti col collega Gianluca
Pini, deputato leghista, ho presentato un progetto di legge
per dar vita alla Regione Romagna. A costo zero, nel senso che
prevede la fusione delle province di Forlì-Cesena, Rimini e
Ravenna in un’unica entità». Sicché si può ben dire che Sangue
romagnolo è un libro sull’amore per la terra dei padri ma
soprattutto sull’amicizia, quella vera, che resiste ai traumi
della lotta politica e all’usura del tempo, per continuare
oltre la morte.
Foglietta vive ancora a Santa Sofia, accudito da una nipote.
Giornalista dal 1955, fu talmente assorbito dalla professione
da non trovare neppure il tempo per sposarsi. Esordì come
corrispondente del Carlino dal suo paese natale. Nel 1968 il
direttore Giovanni Spadolini lo assunse. «Benché fossi solo
redattore ordinario, mi affidò l’apertura della redazione di
Cesena. Quattro pagine tutti i giorni da scrivere e titolare.
Da solo. Insieme a me prese anche Amedeo Montemaggi, il grande
storico della Linea gotica, che divenne capopagina da Rimini.
È morto pochi giorni fa. Aveva la mia stessa età. Anni dopo
Montemaggi fece causa al giornale. Io non me la sentii e mi
accontentai di restare nella redazione di Forlì fino al 1989,
quando mi mandarono in pensione per raggiunti limiti d’età».
Lo dice con un certo rammarico, ma senza recriminare,
nonostante la scarsità dei contribuiti versati gli valga una
pensione certo non in linea con quelle piuttosto pingui pagate
dall’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti: 1.270
euro al mese, cui si aggiungono 77 euro di vitalizio per
essere stato prigioniero dei tedeschi, dopo l’8 settembre
1943, nei campi di concentramento in Sassonia e nei Sudeti:
«Fui mandato a scavare nelle miniere di bauxite. Tornai a casa
che pesavo 53 chili. Ancora qualche mese ai lavori forzati e
sarei morto. Per rimettermi in sesto, i medici dovettero
sottopormi a sei interventi chirurgici». Si vede che la tempra
è la stessa del fratello Foscolo, già arrivato a 91 anni.
Dopo Spadolini, Foglietta al Carlino ebbe altri otto
direttori: Domenico Bartoli, Enzo Biagi, Girolamo Modesti,
Alfredo Pieroni, Franco Di Bella, Tino Neirotti, Franco
Cangini, Marco Leonelli. «Biagi durò appena un anno: fu
cacciato dall’editore Attilio Monti su pressioni di Luigi
Preti, ministro delle Finanze. Eravamo molto amici. Lo aiutai
a realizzare Terza B, facciamo l’appello, un programma della
Rai in cui Enzo rintracciava i compagni di scuola dei
personaggi famosi. Riuscii a ritrovargli gli amici di Pietro
Nenni».
E ora ha riportato alla ribalta Arpinati, Bombacci e Nanni, i
compagni del Duce.
«Mancherebbe all’appello lo stesso Nenni, finito in carcere a
Forlì con Mussolini dopo le proteste del 1911 per la
spedizione italiana in Libia. Ma lui veniva da Faenza, città
guelfa, papalina. Non era sangue romagnolo. E non ha versato
sangue: non fu ammazzato, è morto nel suo letto. Gli altri
quattro amici imboccarono strade diverse, chi a destra e chi a
sinistra, chi fascista e chi socialista rivoluzionario e poi
comunista, chi fascista poi pentito e chi socialista
turatiano, per ritrovarsi alla fine assieme, a due a due,
negli ultimi istanti della loro vita in quell’aprile del 1945:
Arpinati e Nanni uccisi il 23 a Malacappa, frazione del Comune
di Argelato, da sei partigiani; Mussolini e Bombacci
giustiziati a Dongo cinque giorni dopo».
Che cosa li univa?
«Erano tutti nati qui, fra il 1879 e il 1892. Tutti
socialisti. Tutti proletari: Mussolini figlio di un fabbro,
Arpinati di un oste, Bombacci di un carrettiere, Nanni di un
fattore. Arpinati, dapprima socialista, poi anarchico, divenne
uno dei ras del fascismo: deputato, podestà di Bologna,
sottosegretario agli Interni dal 1929 al 1933. Più volte in
attrito con Mussolini perché incapace di adulazione, fu
estromesso dal partito, condannato a cinque anni di confino a
Lipari, più altri cinque per mancato ravvedimento. Quando
Nanni, sindaco socialista di Santa Sofia che aveva scritto la
prima biografia di Mussolini nel 1915 per i tipi della Voce di
Giuseppe Prezzolini, dopo la Marcia su Roma stava per essere
linciato dai fascisti fiorentini, fra i quali c’era Amerigo
Dumini, il killer di Giacomo Matteotti, Arpinati partì da
Bologna con due camion carichi di fascisti emiliani e,
arrivato in Romagna, cominciò a menare i camerati toscani per
liberare l’amico. Nanni, che era l’intellettuale del gruppo,
gli restituì il favore in punto di morte, cercando invano di
proteggerlo dai proiettili dei partigiani. Caddero insieme. Un
gesto eroico celebrato dal poeta Ezra Pound nei Canti pisani:
“(Torquato) Nanni fu tre anni con Battisti / ma fucilato fu
dopo Salò. / Si gettò davanti all’amico (Arpinati) / ma non
poté salvarlo”».
Fa il paio con Bombacci, che andò a morire al fianco del Duce.
«Bombacci aveva frequentato la Regia scuola magistrale di
Forlimpopoli diretta da Vilfredo Carducci, fratello di Giosue,
dove si diplomò anche Mussolini. Nell’estate del 1911 era
accanto al futuro Duce, che lo chiamava Nicolino, per
l’inaugurazione della Casa del popolo a Villafranca di Forlì,
insieme con la russa Angelica Balabanoff, amante di Benito. Il
comizio degenerò in scontri tra socialisti e repubblicani.
Bombacci fu il vero protagonista, molto più di Antonio Gramsci
e di Palmiro Togliatti, della scissione del partito socialista
il 21 gennaio 1921 a Livorno, da cui nacque il Pci. Per questo
l’egemonia culturale comunista lo ha condannato all’oblio. Una
damnatio memoriae sancita quando Luigi Longo, il
rappresentante del Pci nel Comitato di liberazione nazionale
di Milano, alla vista dei cadaveri appesi alla tettoia del
distributore di benzina in piazzale Loreto, sentenziò: “Questo
è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve
parlare mai più”. Eppure era stato membro del Cominform e
amico fraterno di Vladimir Ul’janov, detto Lenin. Dopo che il
Duce aveva preso il potere, il capo del Cremlino rimproverò
Bombacci e i comunisti italiani: “In Italia c’era un solo
socialista in grado di fare la rivoluzione: Mussolini. Ebbene,
voi l’avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo”».
Non fu più tenero il Duce, che di Bombacci, giudicato «un
povero cervello di seminarista mancato», arrivò a dire, con
riferimento alla barba da patriarca biblico che
gl’incorniciava il volto: «Nicolino, Nicolino... Troppi peli
per un coglione solo».
«Questo nella polemica pubblica. Ma, nonostante fosse
diventato la bestia nera degli squadristi, che cantavano “Me
ne frego di Bombacci e del sol dell’avvenir, con la barba di
Bombacci faremo spazzolini per lucidare le scarpe di
Mussolini”, in privato continuò a volergli bene. Mazzuca narra
nel libro un episodio illuminante che gli fu riferito da
Montanelli. Il Duce aveva un segretario personale, che un
giorno gli si presentò taciturno. Indro raccontò a Mazzuca che
si trattava del prefetto De Feo, ma forse fece confusione con
i nomi: secondo me era invece Quinto Navarra. Mussolini chiese
che cosa mai fosse accaduto e il suo collaboratore gli
confessò d’aver mandato un assegno di 1.000 lire a quel
comunista di Bombacci, perché la moglie di Nicolino aveva
scritto una lettera al Duce chiedendo aiuto per un figlio
molto malato, e per questo gesto di generosità era stato
convocato da Achille Starace, segretario del Pnf, che gli
aveva stracciato la tessera del partito. Due giorni dopo aver
raccontato l’episodio a Mussolini, il braccio destro del
dittatore fu riconvocato da Starace, il quale gli consegnò una
tessera del partito fascista nuova di zecca e, con un buffetto
sulla guancia, aggiunse ammiccando: “Ci avevi creduto, eh,
cretinetti!”».
Ma come mai il referente di Lenin in Italia, l’uomo che
guidava le delegazioni del Pci a Mosca, si convertì al
fascismo?
«Credette che il Mussolini della Repubblica sociale italiana,
teorizzatore dello Stato del lavoro contro il capitalismo,
fosse finalmente approdato al marxismo. E ci credette fino in
fondo. Il 15 marzo 1945, una quarantina di giorni prima di
finire crivellato di colpi col Duce a Dongo, era ancora capace
di radunare una folla immensa nella piazza De Ferrari di
Genova e di arringarla sulle magnifiche sorti della
socializzazione».
Sangue romagnolo non sarà un libro un po’ agiografico? Non si
può dimenticare che gli squadristi di Arpinati linciarono
Anteo Zamboni, il quindicenne anarchico che il 31 ottobre 1926
aveva sparato a Mussolini, senza colpirlo. Lo stesso Duce
commentò: «Con questo atto barbarico, che deprecai, l’Italia
non dette certo prova di civiltà».
«Stiamo parlando di anime nere, certo, a parte Nanni. Ma
Togliatti non era forse un criminale? La politica è una
Chiesa: chi ci entra sposa un “ismo”, qualcosa che non nasce
dal ragionamento bensì dalla fede. E infatti avrei preferito
come titolo I quattro dell’Apocalisse. Di Arpinati s’è persino
ipotizzato che fosse coinvolto in quel fallito attentato. Io
non ci credo. Il babbo di Zamboni era suo amico ed è molto più
probabile che il giovane Anteo volesse sparare proprio ad
Arpinati, che era alla guida della Torpedo su cui a Bologna
aveva preso posto il Duce. Una condanna a morte per aver
tradito l’ideale anarchico».
Lei era fascista, Foglietta?
«No. Sono stato balilla e avanguardista. A 20 anni mi
mandarono in guerra, per cui non ebbi mai la tessera del Pnf.
Però ci credevo anch’io, come tutti. Il consenso nacque dalla
conquista dell’impero. Oggi ci si dimentica che nel 1929 il
mondo si fermò, proprio come sta accadendo adesso. Milioni di
italiani non potevano più emigrare negli Stati Uniti, le
banche saltavano, mancavano i posti di lavoro. Mussolini trovò
uno sbocco occupazionale per le masse in Africa orientale».
Torquato Nanni diceva: «La politica non è interesse e non è
dottrinarismo: è azione, è passione, è rivoluzione».
«Lo diceva riferendosi alla Romagna, non al resto d’Italia.
Per me, fin da allora, la politica era putredine, era
privilegio, era interesse personale, come è sempre stata, a
tutte le latitudini e con tutti i governi».
Il suo allievo Mazzuca, che siede in Parlamento, inorridirà.
«La politica non può emendarsi. Alla soglia dei 90 anni non
nutro più alcuna illusione su questo. Ho visto nei campi di
prigionia come sono fatti gli uomini».
Come sono fatti?
«A parte qualche santo, di cui persino io che sono agnostico
riconosco l’esistenza, pensano solo a sé stessi. Prevale
l’istinto di conservazione. Nel lager mangiavamo in sei un
pane raffermo fatto di farina e segatura e ognuno di noi si
girava dall’altra parte, mentre addentava il suo pezzo,
altrimenti il compagno gliel’avrebbe strappato di bocca. La
fame non è appetito».
Stefano Lorenzetto


LORENZETTO Stefano. 55 anni, veronese. Prima assunzione a L’Arena nel ’75. È stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri al Giornale, collaboratore del Corriere della sera e autore di Internet café su Raitre. Scrive per Il Giornale, Panorama, First e Monsieur. Dieci libri: Cuor di veneto e Il Vittorioso i più recenti. Ha vinto i premi Estense e Saint-Vincent di giornalismo. Le sue sterminate interviste l’hanno fatto entrare nel Guinness world records.