Pierluigi Panza, Corriere della Sera 02/08/2011, 2 agosto 2011
LA FIERA DEI (DUBBI) CAPOLAVORI
Se esistesse il reato di «delirio d’attribuzione» o di «attribuzione indebita» i conoscitori d’arte italiani sarebbero oggi sotto processo. Un maxiprocesso, come quelli degli anni Settanta, ricordate? I nostri esperti infatti, come se vivessero ancora negli ottocenteschi anni dei padri dell’attribuzione stilistica come Morelli o Cavalcaselle, sono riusciti in pochi mesi ad attribuire alcune opere a Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Correggio, Leonardo e Bernini. Dico: i massimi artisti del mondo! E non una di queste attribuzioni è stata condivisa da tutti. Non una. Sempre c’è stata una replica. Perché ciò avviene?
Avviene perché sovente le attribuzioni vengono effettuate solo su base stilistica e perché, sempre più spesso, sono un escamotage finalizzato a propagandare mostre, eventi e restauri sponsorizzati. Di contro, anche alcune smentite avvengono solo per gelosia da parte di chi (magari per un giro) si sente escluso dal grande gioco o appartiene a una lobby (universitaria o giornalistica) diversa. E così, tra una mostra recensita da un critico che fa anche il curatore, un restauro che deve essere sempre finalizzato alla scoperta di qualcosa di nuovo (mentre dovrebbe solo conservare), la nobile disciplina della storia dell’arte va a morire. Come scrive Tomaso Montanari in un condivisibile pamphlet (A cosa serve Michelangelo, Einaudi, pp. 130, e 10), «strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall’università, la storia dell’arte è ormai una escort di lusso della vita pubblica» . Le ragioni della decostruzione vanno dal benculturalismo pompato dalla riforma universitaria al rapporto di sudditanza dei media e delle istituzioni culturali verso la costruzione del consenso. Ma c’entrano anche i conflitti d’interesse di chi scrive d’arte, l’incapacità di accettare la molteplicità di nuovi attori e nuove finalità che agiscono sulla scena del settore artistico e, per quanto riguarda strettamente le attribuzioni controverse, il solo parziale uso di dati scientifici o documentari.
Vediamo proprio il deliro di attribuzione che ha colpito il Paese. Il cosiddetto «Crocifisso di Michelangelo» (si veda Claudio Giunta, Come si diventa Michelangelo, Donzelli, pp. 120, e 13,50) acquistato dallo Stato italiano è apparso a molti critici (e alla stessa magistratura che ha aperto un’inchiesta) non di mano del maestro. Così come la Crocifissione con Madonna, San Giovanni e due angeli piangenti della Campion Hall di Oxford, da sempre attribuita a Marcello Venusti ma dallo storico Antonio Forcellino iscritta a Michelangelo (nel recente libro The Lost Michelangelo). Forcellino, del resto, nello scorso ottobre aveva attribuito a Michelangelo anche una Pietà nascosta dietro un sofà a New York (nel libro La Pietà perduta).
La visione di Ezechiele di Palazzo Pitti era da sempre attribuita a Raffae l l o . Ma nel maggio scorso «L’Espresso» ha dato sostegno alla tesi del veneziano Roberto De Feo, che ha trovato una copia del dipinto, ritenuta quella autentica. Ovviamente gli ha replicato Alessandro Cecchi, direttore della Palatina: «Ma quale falso, il nostro Raffaello è quello vero!» .
Quindi ci si è spostati su Caravaggio, già lo scorso anno al centro della controversa paternità del Narciso. Il «Sole 24 ore» — giornale al quale va il merito di aver annunciato il documento di nascita milanese di Caravaggio un paio d’anni fa— ha dato spazio alla tesi della storica dell’arte Silvia Danesi Squarzina (sua la cattedra che fu di Giulio Carlo Argan, che sbagliò l’attribuzione dei Modigliani ripescati a Livorno) che ha attribuito a Caravaggio un Sant’Agostino proveniente dalla collezione Giustiniani. In questo caso l’attribuzione è avvenuta anche su base documentaria. Ma ciò non è bastato per trovare concordia. Vittorio Sgarbi dalle colonne del «Giornale» e Montanari da quelle del «Fatto Quotidiano» , e con loro Maurizio Marini, Ferdinando Bologna, Nicola Spinosa e altri storici hanno stroncato — su base direi purovisibilista — l’attribuzione. Il 27 giugno scorso il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, ha presentato come nuova opera attribuita al Correggio un Cristo in gloria. Immediato l’intervento di Sgarbi: «L’avevo già attribuito io due anni fa» . E ha ripubblicato l’articolo di due anni prima.
Nel grande gioco non poteva mancare Leonardo. E infatti è arrivato dall’Inghilterra. Nella mostra del prossimo novembre, la National Gallery esporrà un Salvator Mundi (di proprietà di collezionisti americani) di cui si propone l’attribuzione al genio di Vinci. Nicholas Penny, direttore del museo, e Luke Syson, curatore della mostra hanno infatti invitato quattro studiosi per valutarlo: Carmen C. Bambach, curatore del Metropolitan Museum, gli studiosi milanesi di Leonardo, Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio, e Martin Kemp, professore emerito a Oxford. Per tutti loro è un Leonardo. Ma appena trapelata la notizia sui giornali, il pure grande studioso di Leonardo, Carlo Pedretti, sull’ «Osservatore Romano» del 2 luglio ha subito screditato l’attribuzione dei colleghi: «Siamo di fronte a una sofisticata operazione di marketing che sta lanciando come un originale di Leonardo… quello che non è… Basta guardarlo» . In questo caso ci sono anche prove spettrografiche a sostenere l’attribuzione.
Basta? Non ancora, mancava Bernini. Ci ha pensato Claudio Strinati ad attribuire al Bernini un ritratto di Pietro da Cortona che sarà esposto a Cortona nella mostra Cortonantiquaria dal 27 agosto. Il giorno dopo questa notizia è arrivata la smentita. «Si tratta di una colossale bufala prodotta dal corto circuito tra il mercato dell’arte e il circo mediatico» , attraverso la quale anche Bernini «trova il suo posto nell’Olimpo della taroccatura» ha dichiarato Montanari (si veda anche il «Corriere fiorentino» del 22 luglio).
Che fare? Ci vorrebbe almeno una moratoria. Soprattutto un’etica personale che liberi dai conflitti di interesse. E va da sé ricordare che attribuire qualcosa a qualcuno non è necessario per essere degli ottimi critici, storici o variamente esperti d’arte. L’attribuzione non è la prova d’esame per l’iscrizione a un albo elitario che, fortunatamente, non esiste.
Pierluigi Panza