Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 02/08/2011, 2 agosto 2011
SIBILLA E DINO, PASSIONE E FUGHE. «BRUCEREMO SOLI SULLA TERRA»
Ci sono tanti misteri nell’amore disperato tra il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo. Tanti misteri su cui la corrispondenza tra i due non riesce del tutto a far luce. Si sa che fu un amore disperato e violento. Ma per capirci qualcosa bisogna partire da una constatazione banale: Sibilla fu nella vita di Dino il solo amore, lui fu per lei uno dei moltissimi, anche se quell’incontro le sconvolse la vita. Sul perché le sconvolse la vita, Sebastiano Vassalli (autore di un romanzo-verità memorabile sul poeta di Marradi, La notte della cometa) ha un’idea, che non tutti condividono. L’idea chiara è la sifilide, diagnosticata come nefrite e «congestione cerebrale» . Il 3 agosto 1916, quando a Barco, nel Mugello, riceve la prima visita della Aleramo, Campana è già gravemente malato, oltre che «pazzo» : l’estate precedente aveva avuto una «paralisi vasomotoria al lato destro» .
Probabilmente Sibilla sa ancora poco di lui, del suo continuo girovagare per l’Italia, del soggiorno enigmatico in Argentina, dei ricoveri, dei problemi economici, degli incidenti con la polizia e dei ripetuti arresti, delle fughe in Svizzera, delle ossessioni e della malattia che ormai lo costringe a zoppicare con un occhio fisso. Sa però che qualche anno prima l’ «uomo dei boschi» aveva tentato i primi, sfortunati, contatti con i circoli culturali dell’avanguardia fiorentina (Soffici e Papini avevano perso il manoscritto delle sue poesie) e soprattutto tiene tra le mani una copia dei Canti orfici, stampati in mille copie nel giugno 1914 da un tipografo di Marradi. Sibilla è stata rapita dall’intensità visionaria di quel libro, ha anche letto la recensione di Emilio Cecchi su «La Tribuna» , ha già scambiato diverse lettere con lo stesso Campana, ha buttato giù una sua poesia ispirata ai Canti: «Cuor selvaggio,/musico cuore,/chiudo il tuo libro,/le mie trecce snodo...» .
Quell’incontro nell’Appennino toscano è una «deflagrazione» . L’introduzione del carteggio (Un viaggio chiamato amore, Feltrinelli, a cura di Bruna Conti), ricostruisce il prima e il dopo. La Aleramo deve comunicare al suo amante, il diciassettenne poeta Raffaello Franchi, di essersi innamorata di Campana. È un sogno da cui Sibilla dice di non volersi svegliare, ma dura poco. In tre soli giorni scrive una decina di lettere: «Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto» , «Ho fede sai, tanta. Staremo insieme tanto. Guardiamo lontano. Amore. Baciami» , «Saremo soli sulla terra. Bruceremo» . Dino tace. E l’amore si capovolge ben presto in una «storiaccia» fatta di scenate, insulti, botte, fughe, lunghe separazioni, inseguimenti, brevi ritorni e di nuovo scenate, insulti, botte...
A metà agosto si incontrano in una frazione sperduta negli Appennini, ma già qualcosa si incrina, la «nevrastenia» di Campana va e viene a ondate e diventa delirio, furore. Dino riprende a girovagare, poi torna nelle sue montagne. «Come fare a dirti che t’adoro, a mandarti qualche piccola parola che brilli e t’accarezzi più delle stelle?» , gli scrive Sibilla. Le rare risposte passano dal tu al Voi: «Come sapete ho la testa vuota. Piena del vento iemale che empie questa valle d’inferno» . Alla fine di settembre partono per Marina di Pisa, dove le cose precipitano: «Sghignazzava stridulo sinistro ed aggiungeva vituperi e sputi» . Sibilla chiede aiuto a Cecchi: «C. è malato profondamente, nevrastenia con mania acuta di fuga e annientamento» . Ottobre e novembre sono mesi difficili: si trovano e si riperdono. Ci si mette anche la gelosia e tutto si sfascia, al punto che Sibilla fugge esausta a Sorrento dopo avergli scritto: «Ti amo, soffro, sentimi (...), Dino, saprò aspettare» . Invece non aspetta e non aspetta neanche lui: «Sono troppo stanco e troppo ammalato. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto (...). Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore» . E il 7 dicembre le rinfaccia di essere andata via senza avvertirlo e le comunica che ha passato una notte con la «russa incredibile» conosciuta qualche mese prima. Cinque giorni dopo: «Io non merito di essere amato da lei. Ci separiamo» . In gennaio la Aleramo gli procura la visita da un noto psichiatra, Eugenio Tanzi, che consiglia un ricovero, ma Campana si rifugia in Piemonte.
Probabilmente anche Sibilla ha bisogno di curarsi: «Cane arrabbiato che m’hai morso, muoio ma ti taglieranno la testa» . Secondo Vassalli, non c’è bisogno di chiedersi di che morso si tratta. L’amore è finito, anche quando Dino le chiede perdono e la prega di tornare da lui, e Sibilla gli risponde con parole piene di sospiri. Nel dramma verranno coinvolti i Cecchi e altri amici più o meno lontani, utilizzati come intermediari e ambasciatori, mentre Dino la cerca ovunque e lei fugge. Si ritroveranno brevemente, per l’ultima volta, a Novara, da dove Campana l’ 11 settembre la informa di essere stato arrestato: «Vieni a vedermi» . Lei andrà e tramite un magistrato milanese riuscirà a farlo ricondurre a Marradi. «Vieni a vedermi, ti prego» le scriverà ancora il 17 gennaio 1918 dal manicomio fiorentino di San Salvi, «se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita» . Ma senza risposta.
Lo scambio epistolare vivrà vicissitudini analoghe: negli anni subì furti e manipolazioni, prima che la Aleramo lo «sistemasse» per consegnarlo alle stampe. Anche sulla storia di quelle carte i misteri non finiscono.
Paolo Di Stefano