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 2011  luglio 31 Domenica calendario

DOPO VENT’ANNI TORNA CON GLI INTERESSI IL CONGUAGLIO MONDADORI

What if?, Cosa sarebbe successo se la Cir anzichè pagare avesse ricevuto per la spartizione del gruppo Mondadori? Curiosamente, le sliding doors del destino hanno riconsegnato sulla soglia della holding del gruppo De Benedetti proprio i circa 180 milioni del conguaglio versato vent’anni fa per porre fine alla guerra di Segrate. Con tanto di interessi, per la bellezza di 560 milioni di euro. È solo un caso che le cifre coincidano, perchè la Corte d’Appello ha seguito altre strade per quantificare l’entità del risarcimento a carico della Fininvest, scontando la somma inizialmente stabilita in primo grado. Ma il passato non ritorna e riazzerare la situazione consegnando l’oggetto del contendere – il 50% di Mondadori che oggi è nelle mani del Biscione – non è più possibile, non solo perchè la quota detenuta da Fininvest oggi vale la metà dell’indennizzo stabilito dal giudice, ma anche perchè vent’anni sono un’eternità per un settore che è stato attraversato da profondi cambiamenti come quello dell’editoria.

Vent’anni fa la Cir non era al massimo della forma. Era reduce dalla disfatta subita sul fronte belga con la mancata conquista di Sgb, costata inizialmente il sacrificio di mille miliardi di vecchie lire: in contanti il vincitore Suez aveva pagato solo la metà di quanto investito dal gruppo De Benedetti per arrivare al 45% della holding di Bruxelles. Per compensare l’ammanco Cir si era rivenduta in fretta e furia le attività Buitoni, rimaste in portafoglio meno di tre anni. E mentre la battaglia di Segrate si avviava alla conclusione col conguaglio che negli accordi di spartizione cambiava direzione – da Cir a Fininvest, anzichè il contrario come si era inizialmente ipotizzato – la perla del gruppo, Olivetti, cominciava a mostrare i primi sintomi di difficoltà.

Fatto sta che i trascorsi hanno lasciato il segno. Riclassificando con consolidamento a equity l’ultimo bilancio della Cir per confrontarlo con quello del ’90 (la pace di Segrate è stata siglata il 9 maggio ’91) come se la holding fosse una cassaforte – si veda la tabella di analisi su dati R&S e Il Sole-24Ore – si scopre che, al netto dell’inflazione, il capitale netto tangibile in vent’anni ha perso quasi il 36% del suo valore. In linea con la capitalizzazione di Borsa che, con lo stesso criterio, è scesa di oltre il 37%. Ma oggi, sotto il profilo patrimoniale, la situazione appare decisamente più solida: nella cassaforte Cir la liquidità di competenza è superiore al debito di spettanza e se vent’anni fa i debiti erano pari a quasi tre volte il capitale netto tangibile, oggi il loro peso è sceso al 44%. Nel contempo anche il controllo delle attività sottostanti si è fatto più saldo: le minoranze azionarie si sono ridimensionate infatti dal 69% al 41% del patrimonio netto del gruppo.

Borsisticamente parlando – in questo caso prendiamo in considerazione il total return del titolo (quotazioni e cedole reinvestite) – all’inizio degli anni ’90 era iniziato un lungo declino interrotto solo dalla spettacolare impennata culminata nell’euforia irrazionale del 2000. Da inizio ’99, quando con la nascita di Sorgenia il gruppo ha iniziato ad assumere la configurazione attuale, fino ai giorni nostri, il ritorno per l’azionista è stato un confortante +125%.

E allora non si può che guardare avanti e immaginare come la Cir impiegherà una somma che da sola vale quasi la metà della sua attuale capitalizzazione di Borsa. Per ora l’assegno da 560 milioni che la cassaforte della famiglia Berlusconi ha staccato a favore del contendente è "intoccabile". Fininvest ha già annunciato che ricorrerà in Cassazione – ha tempo fino ai primi di ottobre per farlo – e sebbene il merito non sia più in discussione, il "vizio di forma" potrebbe cancellare due gradi di giudizio. In quel caso il tesoretto tornerebbe indietro con gli interessi legali (1,5% all’anno) maturati nel frattempo. Intoccabile ma non trasparente, la somma comparirà nel bilancio della Cir seguendo i dettami dello Ias 37, secondo cui devono essere sospesi gli effetti contabili delle sopravvenienze legate a eventi non certi e definitivi, fino a quando l’iter non sia arrivato allo stadio finale: i 560 milioni, insomma, compariranno sia nell’attivo che nel passivo, annullandosi. Di fatto entreranno in tesoreria con l’obiettivo di farli fruttare almeno l’1,5% all’anno. Se la gestione sarà efficace, l’eccedenza resterà comunque come compenso nelle casse della Cir. Se poi la Cassazione dovesse confermare la sentenza d’Appello, a festeggiare sarà anche il Fisco che, tra Ires e Irap, incasserà quasi il 30% della somma. Per Cir l’introito netto corrisponderebbe a circa 50 centesimi per azione (1,6 euro le ultime quotazioni di Borsa). Premature le voci circolate finora sull’utilizzo del provento straordinario: passeranno ancora uno o due anni prima che la Cassazione si pronunci. Sempre che le sliding doors del destino non si mettano a girare in senso inverso, riportandosi via il tesoretto arrivato dal passato. • DOMANDE & RISPOSTE - Da cosa ha origine la cifra di 560 milioni corrisposta da Fininvest alla Cir?

La vicenda risale alla fine degli anni ’80 quando i due gruppi si contendevano il controllo di Mondadori. Nell’87 la Cir, holding del gruppo De Benedetti, aveva iniziato a costruire posizioni nel capitale della casa editrice di Segrate e nella controllante Ame finanziaria. L’editore, la famiglia Formenton, aveva poi siglato un accordo per cedere azioni Amef alla Cir, ma, al dunque, aveva poi venduto a Fininvest. Da lì ha avuto origine il contenzioso tra Cir e Fininvest sfociato infine nella spartizione della Mondadori, concordata il 9 maggio ’91. L’Editoriale L’Espresso, con La Repubblica e i quotidiani locali era andata a De Benedetti, la Mondadori, con Panorama, gli altri periodici e i libri alla finanziaria della famiglia Berlusconi. Ma, contrariamente alle ipotesi iniziali secondo cui Cir avrebbe dovuto ricevere un conguaglio monetario per riequilibrare la spartizione, fu invece la holding di De Benedetti a versare alla controparte 365 miliardi di lire. La "pace" di Segrate fu però condizionata dalla corruzione, passata in giudicato, del giudice Vittorio Metta della Corte d’Appello che aveva considerato non valido l’accordo intercorso tra i Formenton e la Cir con la promessa di vendita a quest’ultima. Sulla base di questo presupposto il Tribunale civile ha stabilito un indennizzo a favore di Cir che, comprensivo degli interessi maturati nel frattempo, è stato poi ridimensionato in secondo grado da 750 a 540 milioni (più altri 20 milioni di interessi). Fininvest ha annunciato però che ricorrerà in Cassazione.

Quale è la configurazione attuale della Cir?

La Cir fa sempre capo alla Cofide della famiglia De Benedetti, ma a guidarla oggi è Rodolfo, primogenito di Carlo che ha mantenuto per sè la carica di presidente dell’Espresso. In portafoglio ci sono le due partecipazioni storiche – Sogefi attiva nella componentistica auto e L’Espresso nell’editoria – e due start-up: Sorgenia, fondata nel ’99 e attiva nell’energia e Kos, holding nei servizi sanitari costituita nel 2003. L’attività di holding di partecipazioni (tutte di controllo) è affiancata da investimenti finanziari. L’ottica è di lungo periodo, ma nulla nella holding è intoccabile. Per Kos era stata ipotizzata la quotazione, destinata a slittare qualche anno dopo l’ingresso nel capitale della divisione di private equity di Axa. Sono circolate anche voci di vendita di Sorgenia originate dal momento particolare del settore: sulla piazza italiana c’è Suez che ha divorziato da Acea e l’incognita di Edf su Edison, che di fatto già controlla. Sogefi è tornata a macinare profitti, dopo il rosso del 2009 (il primo in trent’anni), mentre L’Espresso ha attraversato la crisi dell’editoria uscendone con un utile di 50 milioni (dopo 140 milioni di tagli in meno di due anni).