Aldo Grasso, Corriere della Sera 31/07/2011, 31 luglio 2011
VIVA LE LACRIME. PERCHE’ LA COMMOZIONE NON E’ SEGNO DI DEBOLEZZA
Come dice Emil Cioran, «al giudizio universale verranno pesate soltanto le lacrime». Di lacrime, di pianti, di commozioni qui si parla e la colpa è di un libro di Emiliano Morreale Così piangevano. Il cinema melò nell’ Italia degli anni cinquanta , edito da Donzelli. L’ autore sostiene che non si è mai pianto tanto come in quegli anni e la responsabilità è soprattutto di Raffaello Matarazzo e dei suoi celebri film interpretati da Yvonne Sanson e Amedeo Nazzari: «Catene», «Tormento», «I figli di nessuno». Una volta mia madre mi aveva portato al cinema (succedeva di rado, era un’ arena estiva), l’ avevo vista piangere e siccome c’ era di mezzo una suora, prima sedotta e poi abbandonata, ho poi ricostruito che quel film era «L’ angelo bianco». Di Matarazzo, appunto.
Ma i ricordi - e qualche riflessione sul pianto al cinema, davanti a un quadro, leggendo un libro, guardando la tv, ascoltando una canzone - non si fermano qui. Correva l’ anno 1976 e insieme con due vecchi amici, Tatti Sanguineti e Carlo Freccero, organizzammo a Savona una retrospettiva su Raffaello Matarazzo, culminata con la pubblicazione di due ponderosi (e in seguito molto saccheggiati) volumi stampati dal Movie Club Torino e dalla benevolenza di Baldo Vallero (all’ evento Morreale riserva quattro righe). Una sfida, una provocazione, una scommessa: su Matarazzo e sul cosiddetto cinema popolare vigeva l’ interdetto della critica ufficiale. Extra ecclesiam nulla salus e l’ ecclesia era rappresentata dal Neorealismo, dal cinema impegnato, dall’ idea che il cinema potesse cambiare il mondo. Il più benevolo era stato Vittorio Spinazzola che, forte della sua preparazione letteraria, spiegava che sì, al Nord, Matarazzo svolgeva una funzione puramente regressiva, ma almeno al Sud serviva a qualcosa, poteva persino avere una funzione di promozione di stati d’ animo nuovi, secondo l’ insegnamento gramsciano.
Era successo che due o tre anni prima, in un corso di cinema alla Cattolica di Milano, con l’ aiuto di Alberto Farassino, Sanguineti era riuscito a proiettare una sessantina di film degli anni 30. Un’ esperienza fantastica: la scoperta della Cines, di Cinecittà, di Camerini, dei telefoni bianchi (forse ne avremo visto uno!), del calligrafismo e di «Treno popolare» di Raffaello Matarazzo. Sanguineti era poi entrato in contatto con un critico-produttore, Simon Mizrahi, che ci aveva aiutato a ricostruire una parte della filmografia del regista romano e a radunare a Savona, nel Teatro Chiabrera, gestito dall’ allora amministrazione vetero comunista, nel cinema dei Salesiani e nel «Circolo Calamandrei», la meglio gioventù cinefila d’ Italia.
Ma torniamo alle lacrime. Quelle fatte versare da Matarazzo devono essere considerate catartiche o roba di cui vergognarsi? Sono state provocate con mezzucci retorici di bassa lega o con un sapiente racconto di fatti e persone? Sono domande, ovviamente, che interessano il cinema, dalle sue origini a oggi (lo scorso anno sul sito web della Bbc era apparso l’ elenco dei 20 film che in assoluto fanno piangere di più i maschi del XXI secolo), ma anche la letteratura, la paraletteratura (dai romanzi d’ appendice ai fotoromanzi), la televisione («Anche i ricchi piangono» era giusto il titolo di una fortunata telenovela), la fotografia, la musica, le arti in genere.
Per molto tempo, il pianto al cinema - il pianto, dovunque e comunque fosse provocato - è stato considerato un segno di fragilità emotiva, una cosa di cui vergognarsi, roba da femminucce. Al massimo, un guilty pleasure . Morreale cita lo storico della letteratura Franco Moretti, fratello di Nanni, che si è interrogato sulla funzione sociale della letteratura lacrimevole: «Le lacrime sono sempre frutto di impotenza». Narrativa, immagino. E il rimprovero più grande che ci venne fatto a Savona, in barba alla lotta di classe, fu proprio questo: Matarazzo andava bene per le servette, ma non per chi avesse aspirazioni intellettuali per una battaglia civile del cinema. Piangere sì, ma con le lacrime degli altri.
Ma se oggi rivedo in tv «I figli di nessuno», proiettato in continuazione, e mi spunta un luccicone mi devo sentire una servetta? Al pianto Tom Lutz ha dedicato un libro, Storia delle lacrime . Aspetti naturali e culturali del pianto (Feltrinelli) per spiegare che piangere è una forma di linguaggio e le arti figurative, il teatro, la poesia lo hanno saputo da sempre, poiché ne hanno fissato da tempo immemorabile i canoni espressivi. Nell’ Ars poetica , Orazio ci svela uno di questi segreti: «... Si vis me flere, dolendum est primum ipsi tibi » (se vuoi che io pianga bisogna prima di tutto che tu soffra). Spiega Lutz: «Nel 1760 il poeta Edgar Young suggerì ai suoi lettori di studiare la filosofia delle lacrime, perché si tratterebbe di una scienza, sebbene nelle nostre scuole ancora non la si insegni. E le lacrime, incredibilmente, non sono mai state prese in considerazione come oggetto di indagine. Né lamentologia né lacrimologia, e neppure studi accademici dedicati all’ argomento».
Veramente un libro c’ è, ed anche molto curioso. Si tratta di Dipinti e lacrime di James Elkins (Bruno Mondadori). Elkins sostiene che da Andy Wharol in poi non siamo più capaci di piangere di fronte a un’ opera d’ arte. Colpa della modernità, dell’ astrattismo, dell’ intellettualismo. Eppure davanti a celebri quadri sono stati versati fiumi di lacrime. Lo storico d’ arte testimonia in favore del pianto, ma ammette la scomparsa di quello che i teologi di un tempo chiamavano il «dono delle lacrime», qualcosa di simile all’ emozione estetica.
Forse il melò classico, da «Catene» a «Riso amaro», non sa suscitare emozioni estetiche, ma una cosa è certa: i media si parlano fra loro, intrecciano discorsi e canoni, si scambiano esperienze, si confrontano sul loro pubblico. La storia dei media non è solo uno scambio fra alto e basso (come teorizzava Emilio Cecchi: «Non dall’ arte corriva, approssimativa, popolaresca, si produce insomma, per graduali affinamenti e abbellimenti, l’ arte superiore. Ma sono i frantumi di questa, i suoi adattamenti, che vengono utilizzati e travolti, anche senza più memoria dell’ origine, agli usi popolari»), ma è anche uno scambio orizzontale. Il cinema si ibrida così con fotoromanzo, feuilleton , soap-opera e telenovela , la canzone con la poesia, in un vortice senza fine.
Quella retrospettiva savonese sui pianti provocati da Matarazzo non fu inutile: Sanguineti è diventato uno stimato storico del cinema, libero da gioghi e rituali accademici (fin troppo); Freccero, fra altre cose, è stato l’ inventore di «Pomeriggio con sentimento», l’ artificio palinsestuale che permise al neonato Canale 5 di competere con la Rai (insomma Matarazzo spianò la strada a «Dallas» e ai successi di Berlusconi, per la serie «un giorno questo dolore ti sarà utile»). Quanto a me, il demone del melodramma, così poco amato da André Bazin, mi ha insegnato che una buona scrittura ti può liberare dalla vergogna di due lacrimoni: «E se non piangi, di che pianger suoli?».
Quando hanno cominciato ad avere successo alcune serie americane non estranee al melò, come «Desperate Housewives», «Grey’ s Anatomy», «Brothers and sisters», qualcuno ha pensato bene di irriderle come chicken tv , nuova versione della chicken literature , letteratura per pollastrelle (siamo sempre alle servette).
Eppure, tanto per fare un esempio, in «Desperate Housewives», ogni personaggio ha almeno una doppia personalità, se non una doppia vita, per raccontare la quale si attinge da letteratura, cinema, teatro, soap . La poetica matarazziana e la sua finezza nel raccontare i sentimenti potrebbero tornare utili per certe letture trasversali. E invece, specie nella cultura televisiva italiana, Matarazzo è sinonimo di teleromanzone, di eccesso di sentimentalismo, di grossolanità narrativa. L’ occhio grossolano vede grossolanità dappertutto.
Se ai tempi di Matarazzo piangevano così, vivaddio, così piangiamo anche noi.
Aldo Grasso