Fabrizio D’Esposito, il Fatto 31/7/2011, 31 luglio 2011
TREMONTI DIMEZZATO IL SALVAVITA DI B. - A
simboleggiare una resistenza strenua, seppur accompagnata da molte incognite sul futuro, ieri Giulio Tremonti era nella sua “unica abitazione di Pavia”, dove è stato raggiunto dalla notizia di un’altra inchiesta, stavolta per chiarire la storia del presunto “complotto col metodo Boffo” contro di lui, “spiato e pedinato”. Il sabato del silenzio dopo le esternazioni di venerdì, tra lettere, colloqui informali e interviste tv che hanno moltiplicato versioni e dubbi sulla casa pagata da Marco Milanese. Un ministro sempre più “dimezzato”, come si augurava una settimana fa il titolare del Viminale Roberto Maroni, e che “offende l’intelligenza degli italiani”, secondo il fuoco amico di Gianfranco Micciché, sottosegretario di Palazzo Chigi. Che fine farà il divo Giulio della Seconda Repubblica?
Molto dipenderà dal prosieguo dall’inchiesta di Napoli sulla P4, magari con la smoking gun sulla vera natura dei suoi rapporti con il deputato-faccendiere Milanese, e dalla piega che prenderanno le campagne di stampa di questi giorni della grande stampa borghese, dal Corriere della Sera al confindustriale Sole 24 Ore, che ieri ha pubblicato un editoriale molto critico del direttore. Basterà? Probabilmente no.
SIA PERCHÉ lui, Tremonti, il passo indietro non intenderebbe farlo, sia perché a Berlusconi fa comodo avere “l’insopportabile Giulio” sulla graticola . La teoria dell’utilità del Tremonti azzoppato è stata sdoganata a metà luglio dal Giornale di Sallusti e Feltri. Una svolta per l’house organ di famiglia. Fino a marzo, infatti, per il quotidiano di via Negri Tremonti era il nemico che tramava per andare a Palazzo Chigi o alle elezioni anticipate. Quindi la retromarcia, imposta anche dalla drammatica crisi economica. E così oggi il Giornale invita il ministro alla resistenza, a differenza di quanto fece con Claudio Scajola, che decise di dimettersi per la casa al Colosseo comprata dalla cricca dopo un feroce titolo di Feltri.
In realtà, la svolta è determinata soprattutto dal timore che non fa dormire il Cavaliere: la bufera di una nuova Tangentopoli e “la caduta del ministro Tremonti per via giudiziaria-mediatica”, che potrebbe aprire la strada a un devastante effetto-domino. Che poi i due non si sopportino più, questo non è un mistero. Ma la novità è che adesso il premier può governare questo rapporto da una posizione di forza. I ruoli si sono ribaltati. Prima era B. a essere logorato dalle manovre della sua cerchia e come si ricorda a Palazzo Grazioli, “il ministro dell’Economia non ha mai speso una parola di solidarietà in due anni di scandali sessuali”, oggi invece i guastatori interni sono stati tutti indeboliti, da Letta a Tremonti. In campo resta solo il leghista Maroni come potenziale cavallo di Troia. Il paradosso, però, è che il ministro dell’Interno antepone al suo antiberlusconismo proprio l’antitremontismo. Di qui una convergenza tattica con B. che a settembre potrebbe essere tentato dalla proposta di Maroni: spacchettare e umiliare Tremonti.
In ogni caso, di fronte a un epilogo drammatico della casa di via Campo Marzio, seguito da un possibile crollo generale della maggioranza, il Cavaliere starebbe approntando una via d’uscita clamorosa. A raccontarlo sono fonti di governo che si sono controntate con il premier in queste ore: un esecutivo snello anti-casta composto da 12 ministri e guidato da Angelino Alfano. In un primo momento, questa soluzione era stata pensata per lanciare il neosegretario del Pdl prima della scadenza naturale del 2013, con l’obiettivo di recuperare soprattutto l’Udc di Casini.
PENSIERI VICINI o lontani che siano, tutto passa per il destino di Tremonti. Il quale è consapevole della sua condizione di debolezza che cozza con la sua saccenza da primo della classe. Il problema è psicologico oltre che morale e giudiziario. Accetterà di fare il ministro azzoppato, come spera anche il capo dello Stato rassicurato giorni fa dalla dichiarazione del procuratore capo di Napoli Lepore su “Tremonti che non è indagato”?
Fosse per lui, sicuramente no. Come dimostra anche la frase con cui si è congedato l’altra mattina nella breve intervista a Unomattina su Rai1: “Io sono uno che non chiede scusa”. Ormai, però, Tremonti è prigioniero di un intero sistema di potere, non solo di una maggioranza. Se salta lui le conseguenze non sono affatto scontate. In pratica, non finirebbe come nel 2004, stavolta con Bini Smaghi al posto di Siniscalco. E questo lo sa perfettamente anche Umberto Bossi, nonostante la diversa strategia “maronita”.