Il Riformista, 31/7/2011, 31 luglio 2011
AMATE ALL’ESTERO, ODIATE IN PATRIA
IL DESTINO DELLE DIVE LATINOAMERICANE
SUCCESSI E FALLIMENTI. Da Jennifer Lo, criticata per l’eccesiva cura di sé e il falso impegno sociale nel film “Bordertown”, a Shakira, accusata più volte di plagio e mal vista dai colombiani per il suo «tradimento» dell’accento d’origine. Le star latine “vittime” dei propri connazionali. E da noi venerate.
di Rossana Miranda
È vero, nessuno è profeta in patria. Ma da qui a essere odiati perché si ha successo all’estero, ce ne passa. Come succede a molte dive latinoamericane, amate dal pubblico internazionale e disprezzate nel loro paese di origine. È il caso di Shakira e Jennifer López, due star che smuovono le masse e sono pesantemente criticate e disprezzate dai connazionali. Ma anche Belén Rodríguez e Aida Yespica, due sudamericane molto conosciute e paparazzate in Italia, che nel quartiere dove sono cresciute possono uscire senza essere fermate neanche dal portiere. Le cause di questa antipatia sono di diversa natura, dalla volgarizzazione del loro impegno sociale, spesso usato per avere ulteriore visibilità, oblio del dovere patriottico. Anche il modo in cui parlano è motivo di disprezzo e campagne di discredito sul web e non solo.
Cominciamo da una delle single più presenti nella rassegna stampa internazionale delle ultime settimane: Jlo. Jennifer Lynn López è nata nel Bronx, a New York, ma le sue radici (ben sfruttate a livello di immagine) sono a Portorico. È cantante, attrice, ballerina, imprenditrice e disegnatrice di costume. Tutto e niente, visto che sa fare tanti mestieri ma in nessuno ha dimostrato vero talento, dicono i suoi detrattori. Anche se qualcosa, almeno a livello di marketing, sa farla visto che è l’artista di ascendenza latinoamericana più ricca di Hollywood. Eletta dalla rivista People en español come la latina più influente al mondo, di un elenco di 100, Jlo è esperta anche nell’arte di spaccare i cuori. Tra i suoi amori c’è stato un cameriere cubano (Ojani Noa), un magnate del hip hop (Sean “Diddy” Combs), un ballerino (Cris Judd), un famoso attore (Ben Affleck) e un cantante di salsa (Marc Anthony). Tre matrimoni, due compromessi rotti e tre divorzi. A Jennifer mancava solo l’eroe di telenovela e così è arrivata la storia con William Levy, un attore cubano di soap opere con cui López ha girato il video della canzone I’m into you. Ma non è l’instabilità emozionale della diva a fare scatenare l’odio dei portoricani e latinoamericani in generale. È l’eccessiva attenzione a se stessa. Il primo errore risale al 2006, quando è uscita la notizia che Jlo aveva assicurato il suo sedere per 200 milioni di dollari. Nel 2007, d’altronde, il patrimonio della cantante si è svalutato, forse a causa dell’età, è la cifra è scesa a sei milioni di dollari. Uno schiaffo comunque per chi vive nella regione povera dei suoi antenati.
Dopo è arrivato il falso impegno sociale per l’America latina. Nel 2006 Jennifer López è stata protagonista e produttrice del film Bordertown di Gregory Nava ispirato ai crimini di Juarez, gli orribili femminicidi. López è una giornalista d’origine ispanica, ma cresciuta negli Stati Uniti, che viene inviata dal suo giornale in una cittadina messicana per fare un’inchiesta sulle morti misteriose di molte ragazze che lavorano nelle fabbriche. La protagonista punta soltanto alla promozione e delle giovani assassinate non le importa nulla. Mentre porta avanti la ricerca però viene toccata da una storia in particolare che la coinvolge e la fa tornare a quelle che sono le sue radici umili e latinoamericane. L’immagine che riassume la scena è quando Jlo versa sul lavandino il prodotto con cui doveva tingersi i capelli di biondo e torna ad essere mora. Ovviamente, nel frattempo conosce anche un affascinante Antonio Banderas (nel ruolo del direttore di un quotidiano di provincia) con cui è subito amore. Il film è stato considerato in Messico e nel resto del Centroamerica come spazzatura. Una presa in giro involontaria di un problema serissimo. Era la banalizzazione di un dramma reale, quello dei femminicidi di Juarez, che ha visto scomparire più di 5000 ragazze lavoratrici in 14 anni, seviziate, torturate, sessualmente abusate. C’è dibattito sulle cifre perché molte organizzazioni hanno confermato la scomparsa di 3010 ragazze soltanto nel 2010. Oltre a rifiutare che il film fosse stato fatto in Ciudad de Juarez, associazioni delle vittime hanno manifestato alle porte dei cinema contro questa produzione che, al posto di denunciare i crimini e chiedere giustizia, ne fa soltanto spettacolo. Una volgare telenovela firmata Jlo.
E ancora, alla cantante è rivolto l’odio dei difensori degli animali, specialmente quelli latinoamericani. Nell’autunno del 2005, Jennifer cominciò a passeggiare con pellicce vistose, che hanno provocato la furia degli animalisti. Nei giorni precedenti alla settimana della moda di New York di quell’anno, l’associazione Peta (People for Ethical Treatment of Animals) manifestò contro la diva e i suoi gusti (di pelle animale) nel vestirsi. Così, ogni volta che la ballerina andava ad un ristorante o al teatro, si trovava i sostenitori del movimento anti-Sweetface, che è la linea di indumenti di Jlo. Esiste anche un sito, jlodown.com, in cui si invitano i lettori a mandare lettere di protesta alle aziende e marchi che usano l’immagine della diva.
Un’altra diva poco amata nel proprio continente (latinoamericano) d’origine è Shakira. Ogni occasione è buona per darle addosso. L’ideatrice del famoso waka waka della Coppa del Mondo in Sudafrica è stata accusata di plagio, perché l’inno sarebbe la copia di El negro no quiere, la canzone di un famoso gruppo di merengue di Santo Domingo degli anni ’80, “Las chicas del can”. Stesso ritornello, stesso ballo sensuale. E purtroppo non è la prima volta che le capita: nel 2006 il cantante portoricano Jerry Rivera aveva denunciato Shakira per avere plagiato in Hips don’t Lie (con Wyclef Jean) la musica di una sua canzone, Amores como el nuestro.
In Colombia però l’odio è frontale. Shakira è criticata non solo dai media ma ogni volta che torna nella sua natale Barranquilla, o di passaggio a Cartagena o Bogota, le proteste la seguono ovunque. È accusata di avere investito molto poco del suo patrimonio per i bisognosi della sua terra, nonostante l’iniziativa della Fondazione Pies Descalzos. Sono considerate briciole date per togliersi il senso di colpa e di responsabilità, come ha anche fatto il premio Nobel di Letteratura Gabriel Garcia Marquez, che per Aracataca, il suo paese d’origine (ispirazione del Macondo di Cent’anni di solitudine) non ha costruito neanche una piccola biblioteca comunale.
In più, per anni l’accento di Shakira è stato completamente argentino. Tradimento per i colombiani, che tengono molto all’aspetto linguistico e fonico. D’altronde, dopo dodici anni di fidanzamento con Antonio De la Rua, figlio dell’ex presidente dell’Argentina Fernando De la Rua, lo stesso che è fuggito dalla Casa Rosada in elicottero a dicembre del 2001 durante il crack, Shakira parlava e cantava come una gaucha. Lasciato il suo compagno e manager doveva rinchiudersi in un convento in provincia di Catalunya ma il ritiro è durato meno di una settimana ed è scoppiato l’amore per il giocatore di calcio del Barcellona F.C Gerard Piqué. E adesso ai concerti e nell’intervista, la diva parla catalano. Adieu.
Belen Rodriguez, argentina vera, non è conosciuta nel paese sudamericano se non per le vicende italiane (dagli scandali con Fabrizio Corona alle cronache rosa e nere). In Argentina ha lavorato molto poco come modella e con poco successo. Quando è scoppiato il caso del video con il quale il suo ex fidanzato voleva ricattare lei e Corona (occhio per occhio dente per dente?) è uscito sul quotidiano argentino Pagina 12 che Belen era stata coinvolta in uno scandalo politico-sessuale in Argentina alla fine degli anni ’90. Un’altra poco apprezzata in patria è la venezuelana Aida Yespica. Arrivata ultima al concorso di bellezza Miss Venezuela, neanche il presidente Hugo Chavez ha capito chi era quando nel 2005 il premier Silvio Berlusconi gli allungò il telefono dopo averla chiamata: «Una tua amica ti vuole salutare». Amica di chi? In Venezuela non sanno neanche chi è.