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 2011  luglio 31 Domenica calendario

L´UOMO CHE INVENTÒ IL GLAMOUR

Se fosse nato vent´anni dopo avrebbe dato filo da torcere a Andy Warhol. Cecil Beaton (1904-1980) aveva mille manie in comune col maestro della pop art. Conservare, raccogliere, ritagliare e incollare, ad esempio. Se il fotografo e costumista inglese non avesse riempito scatole, cassetti e armadi di disegni e manoscritti, prove e bozzetti, scatti mai pubblicati e appunti, i suoi diari non sarebbero mai stati pubblicati in sei volumi (e poi ripubblicati in versione integrale e ben più piccante) e James Danziger non si sarebbe scervellato per compilare uno scrapbook voluminoso e intrigante come quello che Assouline si accinge a pubblicare. La differenza era che Warhol, americano e piccolo borghese, emerso negli anni del boom e del consumismo, razzolava nell´underground e dissacrava miti, mentre Beaton, snob e cockney, si cimentava con un´arte relativamente nuova come la fotografia, smaniava per immortalare profili di sangue blu, divi e simulacri d´alta moda schiacciato tra le due guerre, quando la parola glamour suonava blasfema. Ma, ancora, in comune, Beaton e Warhol avevano la smania di protagonismo; uno diventando il Velazquez di regnanti, detronizzati e divi, l´altro spatolando e litografando impietosamente volti di vip, star ed ereditiere.
Vent´anni facevano la differenza all´epoca. Beaton, figlio di un facoltoso commerciante di legname di Hampstead con velleità d´attore, era diventato un fotografo dandy con velleità di cantante. Pansy era la parola con cui in Inghilterra bollavano i ragazzi effeminati e snob come lui, freschi di college (Cambridge, non Oxford con suo sommo rammarico, e senza una laurea). Che comunque ben si guardava dall´ammettere la sua omosessualità (il grande amore della sua vita, Peter Watson, collezionista d´arte, non fu mai suo amante), covando passioni segrete per i boys e alimentando love story improbabili con dive dall´ambigua sessualità come la Garbo. Nel 1948, quando s´incapricciò della Reddish House, la magione di Broad Chalke dove è vissuto e sepolto, Greta fu la prima ospite illustre. Doveva pur essergli grata per averla ritratta nel ´46 fiera, altera e immortale come una dea. Si era arresa al suo obiettivo stregata dall´immagine che aveva scattato nel ´31 a Gary Cooper - la più bella mai vista. Gli aveva persino perdonato la platonica infatuazione per Marlene Dietrich, il «giocattolo» preferito degli anni Trenta, quando era già fotografo ufficiale di Vogue, in carriera per diventare l´unico occhio indiscreto ammesso a Buckingham Palace (ovvio, fu lui a tramandare ai posteri l´immagine ufficiale dell´incoronazione di Elisabetta, nel 1953).
Qualcuno l´avrebbe volentieri preso a schiaffi quando se ne usciva con esclamazioni tipo «forse il secondo peggior crimine del mondo è la noia; poiché il primo è essere noiosi» e raccontava per immagini l´alta moda parigina immersa in un´opulenza degna del Re Sole mentre l´Europa era ancora stordita dai bombardamenti. Truman Capote, complice e perfido con i vip gay che incrociavano la sua orbita, disse che Beaton era un´autoinvenzione, aveva cioè strumentalizzato le "vittime" del suo obiettivo per ottenere l´agognato posto al sole, un briciolo di fama che lo facesse sentire in famiglia accanto al Duca di Windsor e Wallis Simpson, Marilyn Monroe e Elizabeth Taylor, Yul Brynner e Marlon Brando, Cristobal Balenciaga e Hubert de Givenchy. Proprio come Warhol con Elizabeth Taylor e Jacqueline Kennedy. Ma non poteva essere solo la smania di compiacere i grandi socialite che creava meraviglie nella camera oscura se anche Picasso e Dalì sfilarono negli anni Trenta davanti all´obiettivo di Beaton, e di seguito, in 53 anni di attività (1926-1979), Winston Churchill e Charles de Gaulle, Maria Callas e Karen Blixen, Rudolf Nureyev e Georgia O´Keeffe, David Hockney e Barbra Streisand (oltre a mezzo secolo di scatti per i magazine di moda). Non è certo per solidarietà gay che Mario Testino, suo erede alla corte d´Inghilterra, dice: «Ha segnato la sua epoca come se fosse stato l´unico»; e Nick Knight: «Ha fotografato le bellezze dell´alta società come fossero maschere di porcellana; è sempre stato poetico e sensibile, anche nelle memorabili immagini di guerra». La Seconda guerra la patì, ma fece il suo dovere. Il ministero dell´Informazione lo incaricò di documentare le attività sul fronte inglese. «Mi sentivo frustrato e avevo vergogna della mia totale inadeguatezza», scrisse nel diario, eppure portò a casa immagini indimenticabili; commovente quella di Eileen Dunne, una piccola vittima di tre anni, che nel letto d´ospedale si stringe al suo orsacchiotto di pezza.
Solo quando una nuova generazione di fotografi, capitanata da Irving Penn e Richard Avedon, si affacciò all´orizzonte, Beaton perse il suo leggendario aplomb e scrisse nel journal: «Non ne posso più del mio solito vomito. Foto di giovani modelle che sopravvivono solo finché restano impersonali o di vecchie e ricche arpie che posano come se avessero in bocca un panetto di burro che non si scioglie». Non era più l´unico, ma neanche finito. Lo aspettavano ancora due Oscar (nel 1958 per Gigi e nel ´64 per My Fair Lady) e una sfilza di Tony Awards per il suo lavoro di costumista a Hollywood e a Broadway. Tra l´obiettivo di Beaton e Audrey Hepburn si scatenò una magia che solo anni più tardi si sarebbe ripetuta tra quello di Herb Ritts e la sua "vittima" Madonna.
L´incontro di Beaton con la cultura pop, una rivoluzione per un ritrattista abituato ad ambienti più blasonati, fu quasi inevitabile, poiché anche il mondo della moda ne fu travolto negli anni Sessanta. Memorabili gli scatti a Keith Richards a bordo piscina. E i ritratti di Mick Jagger ispirati senza dubbio dalla canzone Sympathy for the Devil. Ma la scintilla era scattata dopo l´incontro con Warhol, che per sua natura mai avrebbe detto no al fotografo della regina. I due s´incontrarono nel 1967. E chissà quanti dardi avvelenati volarono nello studio il giorno in cui l´impeccabile pansy inglese fotografò l´eccentrica queer americana.