Sergio Bocconi, Corriere della Sera 31/07/2011, 31 luglio 2011
ITALIA IN SALDO, RISCHIO SCALATE - L’
Italia è a prezzi da «saldo» . La spirale dei ribassi che ha travolto i titoli del debito sovrano ha coinvolto chi, come banche e compagnie di assicurazioni, ha parti consistenti dei loro attivi investiti in Bot o Btp. Ma la crisi di sfiducia si è riflessa anche su molte società di servizi e industriali. Oggi i nostri istituti di credito maggiori valgono in Borsa la metà di diversi concorrenti diretti europei, i pochi gruppi manifatturieri di dimensioni paragonabili ai colossi multinazionali hanno capitalizzazioni di gran lunga inferiori ai loro competitor. I prezzi da saldo scateneranno una corsa all’acquisto dell’azienda-Italia? Se si guarda solo agli ultimi mesi qualche timore è legittimo. Il maggior gruppo alimentare Parmalat è stato conquistato dai francesi di Lactalis, il controllo di Edison sta traslocando oltralpe da Edf, Bulgari è stata ceduta alla multinazionale parigina del lusso e del cibo Lvmh, il destino di Alitalia appare già segnato e porta anche in questo caso in Francia. Preoccupazioni che attraversano anche il Parlamento, certo sollecitato dai casi Parmalat e Edison, che trasversalmente e in modo bipartisan invoca «strette» anti Opa, cioè condizioni che rendano più difficili gli «assalti» con offerte pubbliche di acquisto, o l’intervento della cassaforte del Tesoro Cdp. Certo, va considerato che se l’Italia sta peggio, almeno sotto il profilo della tenuta contro la speculazione, ed è in Borsa più debole in modo strutturale perché i grandi fondi internazionali guardano al nostro Paese sempre con un’attenzione limitata a pochi titoli, la crisi è globale. Ciò significa che sull’appetibilità dei prezzi fanno premio nella maggior parte dei casi l’incertezza, la scarsa visibilità dei valori, la propensione più limitata a investire e impegnare stabilmente nuovi capitali, l’attenzione selettiva nei piani di espansione rivolti più che altro a Far East e Paesi emergenti. A ciò si aggiunge un «rischio Paese» dettato anche dai «lacci» che tutti conoscono: complicazioni legislative e amministrative che rendono poco praticabili gli investimenti. Però è anche vero che per anni Enrico Bondi ha ristrutturato e meditato consolidamenti, ma qualche mese fa è stato colto di sorpresa da Lactalis, società non quotata. E a nulla è valso l’appello agli imprenditori italiani, che non sono riusciti a confezionare nemmeno l’ipotesi di una controfferta. E Bulgari ha ceduto a Louis Vuitton, o Brioni a Pinault, perché è difficile dire no a offerte vere e allettanti. L’Italia è dunque «a sconto» , anche se non sempre «acquistabile» , almeno in teoria. Nel senso che il nostro capitalismo è molto familiare, ancora molto statale e le aziende quotate sono poco contendibili: secondo recenti studi di Consob e Università Bocconi lo sono solo il 12%delle società di Borsa italiana (32 su 271). E pesano solo per il 20,7%, un quinto, sull’intera capitalizzazione di Piazza Affari. Il resto del listino è blindato dalle controllate: di diritto (129), di fatto (49) e da patti parasociali (8). Le poche matricole che vanno a quotarsi lo fanno mettendo sul mercato il minimo capitale indispensabile. D’altra parte, dopo che Fiat nel 2010 ha attribuito in statuto poteri antiscalata al consiglio, l’esempio non ha avuto in pratica seguito. Non c’è bisogno di «pillole avvelenate» quando ci sono già difese come i tetti al possesso nelle banche popolari, nelle municipalizzate, nei colossi pubblici, in alcune banche privatizzate, e sopravvive la golden share. Tutto vero, ma quando l’incertezza sarà meno sovrana e a vincere tornerà chi avrà assegni da staccare, l’Italia «blindata» potrebbe manifestarsi più fragile. E quella familiare più disposta a cedere alle lusinghe.
Sergio Bocconi
LE BANCHE - Bnp Paribas? Ora vale il doppio di Unicredit
Negli anni scorsi hanno vissuto la ruggente stagione delle aggregazioni. Anche per aumentare la «massa critica» , per essere più difficilmente prede di potenziali conquistatori esteri. Poi, dopo la grande crisi dei subprime e ora sotto la pressione delle vendite sui titoli sovrani, le nostre banche si riscoprono più piccole di quando hanno dato il via alle aggregazioni. E torna almeno in teoria il timore di diventare prede. Quando, nel maggio 2007, Unicredit e Capitalia sono andate a nozze è nato un gruppo europeo da 100 miliardi in Borsa e 990 miliardi di attivi. Oggi, dopo aumenti di capitale per sei miliardi, l’istituto di Piazza Cordusio vale 24,14 miliardi. In un anno ha perso il 41%, nell’ultimo mese l’ 11%. Intesa e Sanpaolo, nell’ottobre 2006, hanno fatto partire l’unione da 65 miliardi. Il gruppo, che di recente ha realizzato un rafforzamento patrimoniale da 5 miliardi, venerdì ne valeva 24,7, ha perso il 33%negli ultimi 12 mesi il 29%negli ultimi sei, il 9%negli ultimi 30 giorni. Si potrebbe dire, sempre sotto il profilo teorico, che possono entrare nel mirino dei big europei, che pure hanno perso miliardi in Borsa? Oggi Bnp Paribas capitalizza 55 miliardi, il Banco Santander 61,2, Deutsche Bank 35,8. Almeno sotto il profilo delle dimensioni, tutto è possibile. E per Unicredit, che ha comunque ancora il tetto al possesso del 5%, gli assetti sono da «esplorare» : nell’ultima assemblea i fondi internazionali pesavano per il 24%del capitale contro circa il 15-20%delle fondazioni. E che dire della forza delle altre banche che guidano la classifica del settore? Montepaschi ha perso in 12 mesi il 40%e dopo aver ricapitalizzato per oltre 2 miliardi, in Borsa ne vale 5,6. Ubi ne vale meno di 3, Banco Popolare 2,3, Bpm 619 milioni. Che dire: Siena senza il presidio della fondazione, non sarebbe una preda per molti cacciatori? E per le Popolari le difese dei tetti al possesso e del voto capitario potranno sempre valere di fronte a possibili Opa subordinate alla trasformazione in spa? Difficile dirlo adesso.
S. Bo.
L’INDUSTRIA - Da Parmalat a Bulgari, shopping francese
Per chi teme che l’Italia possa finire sulle «bancarelle» internazionali, la cronaca recente non è stata amica. Parmalat non ha dato vita al polo domestico agroalimentare ma è stata comprata dai francesi di Lactalis; i gioielli di Bulgari sono stati rilevati da Lvmh; il gruppo Brioni è stato ceduto dalle famiglie romane Fonticoli e Perrone al colosso di François-Henri Pinault. Tre colpi che hanno alimentato l’allarme della colonizzazione d’oltralpe, insieme al «caso» Edison che viaggia verso Edf e al dossier Alitalia che ormai pare destinata ad Air France. Ma a comprare l’azienda Italia non ci sono solo i francesi. I coreani di E. Land si sono assicurati Mandarina Duck; l’ex impero siderurgico di Luigi Lucchini è finito in Russia; la grande distribuzione è stata ceduta quasi in blocco anche ai tedeschi, oltre che ai gruppi transalpini, e in molti sospettano che la famiglia Caprotti cederà presto o tardi l’Esselunga a qualche gruppo internazionale. Piuttosto che alle Coop. Le rinnovate prospettive di privatizzazioni hanno poi riacceso i riflettori sui colossi italiani come Eni ed Enel. Il gruppo petrolifero capitalizza 60,8 miliardi contro i 90 di Total e i 160 di Royal Dutch Shell, quindi in teoria il nostro superbig per dimensioni «scolora» un po’ sul palcoscenico mondiale. Eppure negli ultimi cinque anni i grandi gruppi statali hanno distribuito 40 miliardi di dividendi. Un «tesoretto» al quale difficilmente si potrà rinunciare, se poi l’alternativa è vendere a prezzi bassi. L’Italia delle imprese è ricca se non di capitali almeno di blindature, che per i privati vanno dal controllo familiare ai patti di sindacato, mentre per il pubblico comprendono «vecchi» strumenti come i tetti al possesso e le azioni d’oro. Ma se per i colossi statali possono prevalere considerazioni politiche e strategiche, le imprese familiari attraversano passaggi di generazione che di frequente si rivelano critici oppure non riescono a fare il salto e cedono il passo. Ecco perché non pochi gioielli che non sono della corona ma del Paese potrebbero diventare preda di gruppi internazionali.
S. Bo.
LE ASSICURAZIONI - Il tesoro di Trieste che da decenni fa gola all’Europa
Per il settore assicurativo italiano la «sveglia» è suonata di nuovo nell’ottobre dell’anno scorso. Quando Groupama ha proposto un accordo a Salvatore Ligresti, che controlla la Fonsai, seconda compagnia del Paese dopo Generali e più o meno alla pari con Allianz (ex Ras). Da anni gli assetti delle polizze non erano messi in discussione da «incursioni» estere. Poi i francesi sono stati bloccati dalla Consob, che ha sottoposto l’operazione all’Opa, e Ligresti si è rivolto a Unicredit.
Ma il campanello Groupama ha riacceso i riflettori. E sono ricominciati a girare gli scenari di sempre, e in particolare si è tornati a parlare di nozze fra i francesi di Axa e le Generali. Ipotesi sempre e ripetutamente smentite. Però il Leone, che ha come azionista di riferimento Mediobanca con il 13% circa, negli ultimi anni ha perso più peso dei diretti concorrenti europei. O meglio, dopo averne raggiunto e per poco superato la capitalizzazione, ora ne è ben lontano: la compagnia triestina, che diversamente dagli altri big non ha effettuato aumenti di capitale, oggi in Borsa vale 20,7 miliardi. Axa oltre 30 e Allianz 1,7. Trieste non può crescere con aggregazioni interne per motivi Antitrust, e all’estero punta su uno sviluppo attraverso accordi. ha piani graduali, senza grandi acquisizioni. In teoria è possibile preda anche perchè l’assetto di controllo è tutt’altro che blindato. Ma 20 miliardi, pur rappresentando un «boccone» non impossibile da digerire, non sono pochi in particolare oggi con visibilità scarsa e incertezza elevata. In più il Leone soffre anche perchè ha in portafoglio una quota elevata di titoli di Stato italiani. Ma a maggior ragione è «sistemica», è un asset nazionale.
Altre compagnie che potrebbero entrare nel mirino di big mondiali non sono numerose, anzi. Fonsai, che capitalizza poco più di 200 milioni e ha appena concluso un rafforzamento da 450, potrebbe tornare nei dossier esteri. Ma non subito: ora va ristrutturata. La Cattolica, che vale 880 milioni, è una mutua. La Vittoria, 230 milioni, è «blindata» dalla famiglia Acutis. Per il momento.