Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 29/07/2011, 29 luglio 2011
RUDOLF HESS A NORIMBERGA UN PROCESSO DA NON FARE
Leggo nei vari e recenti commenti alla distruzione della tomba di Rudolf Hess che una delle motivazioni della sua condanna al processo di Norimberga era la «cospirazione contro il Trattato di Versailles» . Che cosa significa, dal punto di vista del diritto internazionale, «cospirare» contro un trattato che tra l’altro era respinto e contrastato pubblicamente da numerose formazioni politiche in tutta Europa? La lunga carcerazione ed il successivo suicidio (a 93 anni) di Rudolf Hess alla vigilia della liberazione vengono, da taluni storici, considerati come il tentativo di occultare le vere motivazioni della sua, a tutt’oggi inspiegata, misteriosa missione del maggio 1941 che si concluse in un nulla di fatto. Può gentilmente chiarire qualche aspetto giuridico e storico di questa vicenda?
Paolo Bandini
paolo-bandini@libero. it
Caro Bandini, i capi d’imputazione dei processi di Norimberga erano quattro: partecipazione a un complotto criminale per scatenare una guerra offensiva; crimini contro la pace (guerre d’aggressione); crimini di guerra (trattamento disumano dei prigionieri e delle popolazioni civili); crimini contro l’umanità (operazioni di estrema atrocità contro alcuni gruppi etnici fra cui principalmente gli ebrei). Il terzo e il quarto capo d’imputazione non potevano essere applicati a Rudolph Hess, fuggito in Gran Bretagna alla vigilia dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e prigioniero degli inglesi sino al giorno in cui fu trasferito nel carcere di Norimberga. Fu deciso quindi che i capi d’imputazione, nel suo caso, sarebbero stati soltanto il primo e il secondo. Come è ricordato nel libro di Telford Taylor («Anatomia dei processi di Norimberga» , Rizzoli 1993), il suo avvocato difensore, Alfred Seidl, cercò di depositare agli atti del processo un fascicolo composto con le molteplici opinioni di coloro che consideravano il Trattato di Versailles un diktat ingiusto e illegale, vera causa della Seconda guerra mondiale. Il tribunale capì che l’accettazione del fascicolo avrebbe ribaltato il processo aprendo una interminabile discussione sulle responsabilità degli Alleati; e i documenti furono dichiarati irrilevanti. La difesa di Hess tentò anche di ricordare che uno dei Paesi rappresentati in quell’aula (l’Unione Sovietica) era stato alleato della Germania nazista nella prima fase del conflitto. Ma il pubblico ministero sovietico, il generale Rudenko, balzò in piedi e chiese insistentemente che il documento, presentato soltanto in lingua tedesca, non venisse messo agli atti. Queste, caro Bandini, non furono le sole anomalie del processo Hess. Molto più imbarazzante fu la circostanza che l’imputato fosse afflitto da una sorta di amnesia irreversibile e incapace di difendersi in modo coerente e razionale. Dapprima rifiutò di fare qualsiasi dichiarazione, poi chiese di parlare e tirò fuori dalla tasca un mazzo di fogli. Ma quando poté sedersi di fronte a un microfono, pronunciò frasi sconclusionate, accennò a dilemmi storici di cui nessuno comprese il senso e rese infine un patetico omaggio a Hitler, «il più grande figlio che il mio popolo abbia partorito nella sua storia millenaria» . Taylor, che fece parte del collegio americano d’accusa, ritenne che Hess non fosse in grado di difendersi e che non era giusto processarlo. Molto più tardi, quando furono lanciate campagne per la sua liberazione dalla prigione di Spandau, dichiarò che era tempo di restituirlo alla sua famiglia e si spinse sino ad affermare che «una detenzione tanto prolungata, soprattutto in un carcere enorme di cui era il solo ospite, era un crimine contro l’umanità» . Non fu liberato, caro Bandini, perché l’Unione Sovietica si oppose fermamente a qualsiasi riduzione della pena.
Sergio Romano