Alberto Arbasino, Corriere della Sera 29/07/2011, 29 luglio 2011
SE AIDA FINISCE AD AUSCHWITZ
Da tanti anni, ogni riapertura del Festival di Avignone fa rammentare Jean Vilar che lo fondò, nel dopoguerra, col programma di un teatro nazionale e popolare, di qualità eccelsa e impostato sull’epicità della declamazione. Sulla scena nuda, solo fondali di velluto cupo; e tutto un Vuoto, un Togliere (contrapposti al Pieno e al Mettere degli spettacoli «sontuosi» ). Tre o quattro gradini, una piattaforma. Altri gradini, altra piattaforma. Spazi sterminati, un Nulla monumentale con imponente gioco di fasci di luce. Nel geniale magistero elettrotecnico, stilizzato e anche aspecifico, sempre costumi di gran gusto: mai nulla di signorile beige. Abbigliati con pacata solennità, i personaggi si spostavano per lo più ieratici e lenti, con una straordinaria economia di movimenti e gesti, data l’importanza appunto gestuale dell’impostazione. Solo qualche scatto, o «unghiata» , ogni tanto.
Dunque, per il trionfo della Parola— e della Retorica, del Verso, delle Rime e dei Ritmi, successivamente perduti — era ovviamente indispensabile una «presenza» molto magnetica e magnifica, cioè la fisicità giovane di interpreti quali Gérard Philipe. In stato veramente di grazia: Cid sulla scena e Diavolo in corpo al cinema. Sempre uno «stagliarsi» fra oggetti assai «semantici» : emblemi e segni. E fra i tormentoni circa le rotture fra il pubblico popolare e la drammaturgia più moderna, la piccola borghesia di massa e i Miti Greci, la Morte di Dio, l’Eterno Ritorno, la Resurrezione della Tragedia, i soliti Angeli Ribelli...
Cominciava appena, mezzo secolo fa, una moda registica di trasposizioni e contaminazioni di tempi e luoghi: Aida o La figlia di Iorio o Tristano e Isotta fra Versailles e Auschwitz. E «spogliare» : la Medea del suo neoclassicismo, il Pelléas del suo simbolismo o impressionismo, la Walkiria di tutto quel Wagner, Mozart di tutto quel rococò. E Tosca? Si butterà dalla Madonnina del Duomo di Milano?
Così Vilar, benché spesso dia l’impressione di allestire le regie sulle battute del libretto, e non sulla musica, per Le nozze di Figaro alla Scala mette in un salone da sgombero un solo sgabellino ove il Conte e Cherubino dovrebbero nascondersi. E i cantanti recitano come al loro solito, dove non c’è proprio scelta. «Che schiaffo!» . «Venite, inginocchiatevi» . «Qui dietro mi porrò» . «Ecco la cuffia» . E paradossalmente riesce impeccabile, in un Don Carlo all’Arena di Verona, Montserrat Caballé, già maestosa e immobile di per sé, cantando ferma sulle stampelle (giacché infortunata), in un magnifico abito di Pizzi. «Che presenza!» .
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Talune prove di Vilar non furono memorabili. Alla Fenice veneziana, benché felicemente diretta da Gavazzeni e ben cantata da Leyla Gencer, una triste Gerusalemme verdiana (altra versione dei Lombardi alla Prima Crociata), con cavalieri e pellegrini e penitenti e sceicchi in panno Lenci, marionette e torrette da teatrino della fiaba... E l’infelice musical Loin de Rueil (da Raymond Queneau) con decine di fantasisti sulle immense scene di Chaillot dove nulla ci viene risparmiato intorno alle peripezie di uno scocciatore che si vuole domatore di pidocchi giganti: samba e caffè in Brasile, cowboys e pistole nel Far West, fantasie di ciclisti, nostalgie del vieux Paris con valse musette, la trovatina di dire sempre pon invece di con...
Grandi momenti teatrali, invece, nel Macbeth scaligero diretto da Scherchen, con la suprema Birgit Nilsson. La Lettura della Lettera, benché microfonata come una telefonata, avviene entro lame di luce che le proiettano gigantesche silhouettes addosso. E nel Sonnambulismo, lei emerge adagissimo dal solito fondo nero-opaco. Diventa la sola fonte di luce, riverberata e scura. Manto grigio e velo nero. Alla fine, lei maestosamente riaffonda nel suo buio: ma accompagnata da un battente di luce che come ruotando su cardini sembra spingerla fuori fisicamente, come l’anta di una porta. Però, estinguendosi durante la rotazione. Così al termine non ci sono più né personaggio né luce. Sublime.
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Viali delle rimembranze.
Nel dopoguerra, i muri romani che ispirarono Cy Twombly non erano ancora ripuliti e graffiti con spray volgari. Erano piuttosto scalcinati, scrostati, con scritte di gesso e carbone: evviva, abbasso, cuori trafitti con freccette. Nei suoi dipinti, vi aggiungeva colori e grumi a sprazzi, economici e mentali, apparentemente stradali, silenziosi, dimessi. Erano anni di fame, in generale. Non si parlava ancora certo di aperitivi, sui telefonini di massa. (Ma in futuro, non si supporrà che già si ispirasse agli spray-graffiti, molto successivi e già post-pop?).
Nelle ampie e alte stanze dell’antico appartamento mai restaurato o «rinfrescato» , su un’ansa di Via Monserrato, in ogni interno vigeva centralmente un emblema: un letto obsoleto, un arcaico comò, forse anche una annosa bicicletta. Come da Mario Schifano, in Palazzo Primoli. Ma qui i rimandi erano classici, mitici: Omero, Catullo, Pleiadi...
Qui, Cy e sua moglie Tatia Franchetti offrirono un party di nozze a Paul Getty II e alla bellissima neo-consorte Talitha. Giovanissimi, si occupavano soprattutto di musica e musicisti e incisioni musicali. Quanto clavicembalismo nelle stanze del loro attico nel palazzo Muti-Bussi, sotto il Campidoglio. Ma al party dei Twombly mi par di ricordare che si ballasse al suono (allora nuovissimo) di un juke-box.
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Prima visione di Roland Petit alla Scala, cinquantacinque anni fa. Fra La sonnambula e Il turco in Italia con la Callas, attigui. E nello stesso programma, Palazzo di cristallo con coreografia di Balanchine, nonché L’uccello di fuoco danzato da Margot Fonteyn. Poco prima o dopo, una Vestale Visconti Callas, una Carmen Karajan-Simionato, una Forza del destino Votto-Tebaldi, Inge Borkh, Marta Mödl, Leonie Rysanek, e parecchio Massine. Nonché Ludmilla Tchérina nella Morte del cigno.
Fa quindi sorridere, quel programma: «Le jeune homme et la mort, danza, scene e costumi "raccontati"da Jean Cocteau sulla Passacaglia in do minore di Bach-Respighi a Roland Petit coreografo, ecc. ecc.» .
In una squallida soffitta molto «esistenzialista» più che da «cieli bigi» , il piccolo grazioso Jean Babilée in salopette nera si dispera fra le sedie in disordine perché Claire Sombert fedifraga in longuette da cigno bianco gli preconizza il decesso. Era tutto assai suggestivo. Ancora la gelida manina della Morte fra i cieli bigi e i comignoli di Parigi.
Su un abbondante letto strapazzato e sotto una «informalità» d’artista spagnolo contemporaneo, invece, l’affascinante consorte Zizi Jeanmaire si dibatte al Théâtre de Paris nella Tragédie de Carmen. E la si paragona quindi alla Carmen rielaborata da Peter Brook, all’Argentina romana, con un’orchestrina ridotta uso Piazza San Marco. Un fuocherello molto emblematico in mezzo alla platea sgombrata dalle poltrone per far posto a panche intorno. E dunque, dopo gli eccitati commenti all’inusuale evento, le conclusioni di una filosofica «sora» : «In teatro, seppoffà de tutto. I sedili, se ponno togliere e se ponno mettere» .
Ma tornando a Zizi, com’era parigina e deliziosa quando attaccava «Je suis une croqueuzzze — de diamants!» .
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Burt Bacharach in concerto, alla cavea dell’Auditorium romano... Avevamo mezzo secolo in meno, quando accompagnava, anche allora all’aperto, Marlene Dietrich al Tivoli di Copenaghen. Lei non era già più una icona di culto. Sarebbe ridiventata «mitica» solo dopo la scomparsa.
Forse aveva ancora bisogno di guadagnare. Ma non più in luoghi di glamour: il Café de Paris londinese, o Las Vegas, con presentazioni di Noël Coward. In sedi più dimesse: come appunto il Tivoli, dove lei appariva due volte ogni sera, alle sette e alle dieci, davanti a bonarie famigliuole con i gelati e i piccini, a poco prezzo.
E qui, lei presentava il debuttante Bacharach come se veramente fosse un suo grande amore. Dopo, un’antologia di collaudati successi: «Lola» , «Jonny» , «Lili Marlene» , «Falling in Love Again» , «The Laziest Gal in Town» ... Con qualche malizia, «The Boys in the Backroom» , dal capolavoro western Destry Rides Again, dove in calze a rete sul bar del saloon sogghignava ammiccando al «retro» dove si scatenavano i cowboys fra di loro. Ma nessuna famigliuola al Tivoli coglieva l’occhiolino. E osservandola dappresso, parevano un po’ lerce sia la toilette da gran sera, sia la tutina color carne sottostante.
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Lord Harewood, mancato a ottantotto anni a Londra, era primo cugino di Elisabetta II, giacché sua madre era sorella di re Giorgio VI. Si tramandava che— prigioniero dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale — all’interrogatorio sui parenti in patria rispose: «Ho uno zio che abita presso Victoria Station, ma non so l’indirizzo» . Si occupò sempre di musica, componendo praticamente tutte le «voci» del fondamentale «Kobbé’s Complete Opera Book» , da Monteverdi a Menotti. Ma le vere simpatie andavano ovviamente a Benjamin Britten.
Alberto Arbasino