Federico Fubini, Corriere della Sera 29/07/2011, 29 luglio 2011
I FONDI USA VENDONO: ROMA COME MADRID. I CONTATTI CON LA BCE
Qualcosa senza precedenti sta accedendo da quando i leader di Eurolandia si sono messi d’accordo su Atene e il fondo salvataggi otto giorni fa. I mercati hanno cambiato direzione. Il premio di rischio pagato dai Paesi più colpiti — lo spread sui Bund tedeschi — ha iniziato a migliorare Dublino, Lisbona e persino Atene scontano oggi una distanza minore dai titoli decennali tedeschi rispetto a metà luglio. Anche la Spagna viaggia un po’ sotto i livelli di febbre delle fasi acute. Le vendite si concentrano sull’Italia, che in controtendenza sugli altri vede salire il suo spread. Il confronto con Grecia, Irlanda e Portogallo forse non conta, perché i tre governi viaggiano all’interno di un programma di aiuti che ora potrà allungarsi a trent’anni e a tassi agevolati. Ma la è la distanza fra Italia e Spagna che si riduce più vistosamente. Il 15 giugno il vantaggio di Roma su Madrid era di 72 punti-base (0,72%), il 12 luglio si era ridotto a trenta, mentre i tassi di entrambi i Paesi salivano; ieri, con i tassi ancora in aumento, lo scarto Italia-Spagna è arrivato in certi momenti a 15 punti con punte sotto i dieci. Sui titoli a due anni i due grandi Paesi mediterranei sono allineati, i mercati ormai li considerano di pari rischiosità perché la posizione dell’Italia scivola più in fretta di quella degli altri. Roma e il suo debito sono il centro di gravità della crisi in questa fase. Ieri ancora una volta le vendite più pesanti sono venute dai gestori tradizionali, non speculativi: alcuni grandi fondi di liquidità americani, i «money market fund» impegnati a rendimenti minimi ma sicuri sui depositi, si sono alleggeriti di Btp; alcune grandi compagnie assicurative italiane e tedesche hanno liberato parte del portafoglio dal rischio dell’euro-periferia vendendo Italia e comprando Bund. La svolta è tutta qui: per la prima volta da quando è nell’euro, la carta italiana non è più trattata come se fosse priva di rischio. La volatilità sui titoli di Roma in certi momenti tocca punte estreme, che inducono gli investitori più cauti (e più pesanti) a tenersi a distanza. Di questa nuova realtà i vertici del Tesoro di Via XX Settembre hanno parlato a più riprese con la Banca centrale europea negli ultimi giorni, chiedendo collaborazione. Visto da Roma, appare discutibile che un Paese del G7 con un volume di debito così vasto, così liquido e rivolto a soggetti così sofisticati non possa contare sul sostegno «tecnico» della sua banca centrale: un esperimento mai tentato nella storia. L’Italia vedrebbe di buon occhio quello che gli addetti chiamano «fine tuning» : interventi mirati di acquisto di Btp da parte della Bce per smorzare la volatilità, specie quella al ribasso, e far tornare gli investitori istituzionali. La Bce, invece, resiste. Visto dall’Eurotower, un intervento incondizionato a favore dell’Italia equivale a una presa in ostaggio della banca centrale da parte di un Paese che non ha fatto abbastanza per tirarsi da solo fuori dai guai. Prima di cooperare, Francoforte vuole vedere nuove misure del governo sui problemi strutturali che da tempo affliggono l’economia italiana. Così ciascuna delle due parti aspetta che l’altra muova per prima, mentre la soglia del dolore si avvicina sempre di più.
Federico Fubini