Omer Ciai, il venerdì di Repubblica 29/7/2011, 29 luglio 2011
L’EPOPEA TRISTE DEI MINATORI
Il marketing è stato un disastro. Un vero flop, inatteso. Nella notte fra il 12 e 13 ottobre dell’anno scorso, mentre resuscitavano, uno alla volta grazie alla capsula Fenix, dopo aver trascorso quasi settanta giorni nelle gallerie della miniera di San José, 700 metri sottoterra, i 33 minatori intrappolati nel deserto dell’Atacama in Cile avevano chiare almeno due cose: che non sarebbero mai più tornati a cercare le vene di rame; e che, forse,sarebbero anche diventati ricchi. In quelle lunghe ore, mentre il miracoloso ascensore scendeva e risaliva, oltre un miliardo di persone in ogni parte del globo seguirono l’evento in diretta tv. Giornalisti, cameramen, manager televisivi, promesse di contratti milionari, familiari che litigavano per mettere una firma su una esclusiva e network che si contendevano i familiari. Spente le luci sul reality le cose
sono andate un po’ diversamente.
Sull’avventura di «Los 33» sono usciti alcuni instant book andati maluccio. Deludente come vendite persino quello di Jonathan Franklin, lo stringer in Cile di New York Times e Guardian, che prometteva qualche succosa rivelazione sui due mesi e mezzo trascorsi dentro la Terra. Come la vicenda della marijuana che il team dei soccorritori inviò con las palomas, i piccoli tubi attraverso i quali ricevevano viveri e lettere, e la storia della bambola gonfiabile che si rifiutarono di mandare. Poi sono usciti anche due telefilm, bruttini. Ma il vero show business, quello di Hollywood, ha voltato le spalle ai 33. Brad Pitt ci ha pensato su e alla fine ha lasciato perdere. Un’altra casa di produzione Usa ha versato un anticipo per i diritti ma il progetto è rimasto in alto mare. E anche il libro ufficiale, quello tratto dal diario scritto giorno per giorno nella miniera da Victor Segovia, non è divenuto realtà.
Fama tanta, dollari pochini. Il prossimo 5 agosto si compie un anno dall’inizio dell’odissea dell’Atacama ma per i sogni dei 33 sopravvissuti il bilancio è magro. Qualche soddisfazione se la sono tolta però nessuno li ha ricoperti d’oro. Sicuramente hanno viaggiato molto, almeno all’inizio, invitati un po’ dovunque. Dalla Gran Bretagna al Giappone, dal Muro del Pianto alle rive del Giordano. Edison Peña ha corso la maratona di New York, altri hanno visitato gli stadi del Manchester United e del Real Madrid. Qualche regalo, tante promesse. Così giorni fa cinque di loro si sono ritrovati a partecipare all’inaugurazione di un grande magazzino a Copiapò, la cittadina dove hanno sempre vissuto a pochi chilometri dalla miniera di San José, come dei Babbo Natale o dei clown qualsiasi per attirare la folla.
Un anno dopo, uno dei personaggi più famosi tra i 33, Yonni Barrios, all’epoca inseguito dai media perché «bigamo», con la moglie e l’altra compagna che si contendevano i riflettori sulla sabbia del deserto, ha un piccolo negozio di verdura. Dario Segovia fa il venditore ambulante di cocomeri e meloni. Mentre Carlos Mamani, l’unico straniero, il boliviano che ritrovò il presidente Morales a riceverlo alla fine del tunnel che lo riportava alla luce, deambula disoccupato. Il lavoro che gli promise Morales in Bolivia non l’ha mai avuto ed è rimasto con la famiglia in Cile, aspettando un colpo di fortuna.
Carlos Yañez parla per tutti: «Non riusciamo a trovare un nuovo lavoro per le conseguenze di quel che è successo. Io non riesco a stare neppure in una stanza chiusa. Altri non riescono a dormire, si svegliano con gli incubi in piena notte. Prendono calmanti. Da gennaio vivo con la liquidazione, ma è quasi finita. Non so cosa farò». Anche Omar Reygadas, un altro dei 33, confessa: «Sono senza lavoro. Insieme ad altri minatori organizziamo conferenze. Mi hanno invitato anche in America ma in pratica ci sono andato gratis».
All’inizio di luglio quasi la metà dei 33 minatori – 14 – ha presentato domanda per ottenere una pensione anticipata. In Cile si chiama pensión de gracia e, nel caso dei minatori, la deve firmare il presidente. Motivazione della richiesta sono le conseguenze fisiche e psicologiche dell’incidente. Gli incubi e l’insonnia. Ma quasi tutti – oltre i cinquant’anni – hanno anche la silicosi, una malattia tipica dei minatori dovuta all’inalazione della polvere di silicio che provoca fibrosi polmonare e insufficienza respiratoria.
Angosciati e delusi, i 33 hanno aperto anche un altro fronte, persuasi, dopo l’avvenimento che li ha visti protagonisti, di avere acquisito il diritto di cambiar vita: hanno fatto causa allo Stato per sedici milioni e mezzo di dollari, cinquecentomila a testa. Per mesi il governo cileno ha cercato di evitare questo epilogo. Ha offerto a tutti un lavoro nella compagnia statale del rame, li ha convinti a fondare una società per proteggere i loro diritti d’immagine e a promuovere sponsorizzazioni, ma soprattutto ha cercato di allontanarli da un avvocato convinto di riuscire a vincere una causa milionaria di risarcimento danni per consegnarli a uno studio legale che avrebbe dovuto occuparsi del loro copyright. Per un po’ l’operazione ha funzionato. Solo per un po’. Ora sono tornati all’idea originaria, la causa. Che ha anche solide basi perché la vecchia miniera di San José ottenne da una agenzia dello Stato il permesso di riaprire senza alcune basilari condizioni di sicurezza (uscite alternative e condotti di ventilazione), quando l’impennata del prezzo del rame la rese di nuovo redditizia per i suoi proprietari. Infuriato dalle circostanze, José Ojeda, il minatore che scrisse il messaggio che dopo 17 giorni dal crollo rivelò che erano ancora tutti vivi («Estamos bien en el refugio los 33»), ha chiesto che quel pezzo di carta a quadretti gli venga restituito. E si oppone che venga esposto nel Museo storico nazionale a Santiago insieme ai manoscritti dei due poeti premi Nobel cileni, Gabriela Mistral e Pablo Neruda. «Voglio quel foglietto qui a Copiapò, mi appartiene» ha sentenziato.
Il conflitto con «los 33» rischia di riverberarsi anche sui progetti politici della destra cilena nei prossimi anni. Un
personaggio quasi sconosciuto divenne una star in Cile grazie all’epopea di quel salvataggio. Laurence Golborne, il giovane ministro per l’Energia e le miniere che rimase tutto il tempo davanti al pozzo di San José, organizzando le operazioni di recupero. Un eroe nazionale. Premiato dall’affetto dell’opinione pubblica e lanciato verso la prossima candidatura presidenziale con il via libera di Sebastian Piñera, attuale inquilino della Moneda, il palazzo del Capo dello Stato, che lo ha già promosso al dicastero delle Opere pubbliche. La rabbia dei minatori e un braccio di ferro in tribunale per i risarcimenti non gioverebbero certo alle sue chance. Fra agosto (l’incidente) e ottobre (il recupero), anche lo Stato cileno organizzerà celebrazioni dell’anniversario e gli animi potrebbero placarsi, magari con la concessione di un vitalizio governativo.
Uno che invece sembra avercela fatta è Mario Sepulveda, quello che uscì dal pozzo gridando e saltando. Super Mario, come lo chiamano in Cile, era insieme al capo turno Luis Urzua, che fu l’ultimo a lasciare il rifugio a settecento metri di profondità, uno dei leader del gruppo. Riuscì – dicono – a farsi dare dal Daily Mail 15 mila dollari per la prima intervista esclusiva nell’ospedale dove ricoverarono i 33 per i primi accertamenti. Oggi in una fattoria di venti ettari fa l’animatore: corse di cavalli, partite di calcetto, cene e feste per tutti quelli che vogliono ancora ascoltare la sua avventura sottoterra.