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 2011  luglio 29 Venerdì calendario

QUELLE VENDITE IRRAZIONALI SUI BIG ITALIANI DEL CREDITO

Gli operatori lo chiamano «overshooting». Cioè quelle vendite esasperate in Borsa, più dettate dall’emotività, che non dal buon senso.

E che l’«overshooting» sia in scena ormai da molte settimane sulle banche italiane è ormai un dato di fatto. Il percorso che porta a liberarsi dei titoli del credito italiano è anche quello raccontabile secondo copione.

Più s’allargano gli spread sui titoli di Stato nostrani rispetto al Bund tedesco più si vendono le banche che hanno il "demerito" di avere in pancia circa 150 miliardi di titoli della Repubblica italiana. Certo è una cifra considerevole e segnala indirettamente il rischio-Paese, ma basta da sola a indurre la fuga dagli istituti ritenuti, da molti osservatori, tra i più solidi a livello patrimoniale in Europa? Le ricapitalizzazioni suggerite da Draghi sono in buona parte state eseguite, l’aiuto pubblico negli anni post-Lehman ha voluto dire solo una manciata di Tremonti-bond contro le iniezioni miliardarie di sostegno governativo che hanno vissuto le banche inglesi, le irlandesi, e molte tedesche.

È proprio questo il punto. C’è davvero troppo rischio sulle banche italiane e quelle vendite esasperate hanno una ragion d’essere oggettiva?

Anche perché a vendere nelle giornate più nervose non è certo il signor Rossi, cassettista con i suoi mille, duemila pezzi di Intesa o UniCredit. I volumi, che toccano nelle sedute più esasperate, addirittura il 2-3% del flottante segnalano che a vendere – o meglio a giocare contro l’Italia – sono hedge fund, fondi pensione, fondi comuni, banche, insomma investitori istituzionali da cui ci si aspetterebbe maggiore freddezza. Evidentemente la scommessa è contro l’Italia. E le banche sono il viatìco di questa puntata contro, senza quasi alcun rapporto con il vero stato di salute.

Basti guardare qualche numero per accorgersene. Intesa Sanpaolo vale sul mercato 24,5 miliardi; l’altro big di Piazza Affari, UniCredit capitalizza 23,7 miliardi. Insieme non fanno neanche 50 miliardi. Che è il valore di mercato della sola Bnp Paribas, che di miliardi ne capitalizza 56 e in Borsa vale il 74% del suo patrimonio. Meritati? Forse. Sta di fatto che UniCredit per la Borsa vale la metà del colosso francese: il mercato assegna alle azioni della banca di Piazza Cordusio un valore che è appena il 37% del suo capitale proprio, che vale 64,6 miliardi. E che dire dell’altra grande banca italiana? Intesa vale, sempre secondo il mercato, meno della metà del patrimonio della banca. Quei 53,5 miliardi di capitale vengono valorizzati solo 24,5 miliardi. Certo c’è in gioco la redditività. Bnp è sicuramente più redditizia, ma la banca francese ha in pancia 5,2 miliardi di bond greci che di certo hanno un valore dimezzato rispetto ai Btp italiani. Per non parlare di Crédit Agricole, valutata metà del patrimonio netto come Intesa, ma con un’esposizione sulla Grecia non paragonabile alla banca italiana avendo il possesso dell’ellenica Emporiki Bank. E che dire del Santander? Vale in Borsa più del doppio di UniCredit. Eppure gli spread sui Bonos spagnoli sono più alti di quelli italiani e la banca ha chiuso il trimestre con profitti in calo del 38%. Il confronto poi con la Grecia proprio non regge. Il Banco Popolare e Mps valgono sul loro patrimonio – sempre per il mercato – meno della media delle banche greche. La stessa National Bank of Greece viene valorizzata il 50% del capitale della banca. Peccato che abbia in pancia 20 miliardi di bond greci che varrano il 60% del nominale. Un vero e proprio controsenso logico. Colpa dell’«overshooting» e della sua irrazionalità.