Eugenio Scalfari, l’Espresso 4/8/2011, 4 agosto 2011
NELLA TESTA DI BOSSI
Che cosa vuole esattamente la Lega? Che cosa pensa esattamente Umberto Bossi? Questo problema da tempo assilla gli analisti politici. Ma per capir bene un soggetto bisogna identificarsi con lui, uscire dalle proprie scarpe ed entrare nelle sue. Perciò ho tentato di mettere i miei piedi nelle scarpe del Senatur.
Debbo dire che per uno come me quest’operazione è piuttosto difficile. Il mio modo di pensare, la mia concezione del bene pubblico è completamente opposta alla sua. Ho seguito le tecniche raccomandate da Agostino in una pagina memorabile delle sue "Confessioni". Per identificarsi con il diverso bisogna anzitutto vuotarsi la mente sgombrandola dai pensieri e dalle costruzioni mentali che la abitano. Fissare un qualsiasi punto dello spazio che vi circonda, un oggetto, magari un chiodo piantato nel muro, un vaso, il dorso d’un libro, una natura morta, un numero. Fissare gli occhi sull’oggetto prescelto e non abbandonarlo per tutto il tempo necessario a scacciare ogni altro pensiero. Vuotare la mente. Anche i fachiri fanno così e così faceva Agostino per tentare di vedere la luce del Signore e godere della sua beatitudine.
Io ho fatto questo per capire che cosa passa nella mente di Bossi. Obiettivo assai più modesto di quello di Agostino ma, vi assicuro, altrettanto difficile anzi più difficile del suo. Ascendere alla beatitudine si accompagna infatti a un empito mistico; identificarsi con la testa di Bossi non può contare sulla mistica, è un penoso esercizio. Eppure credo d’esserci riuscito. Ci ho messo molte ore. Ho fissato senza mai distrarmi un’oliva che avevo poggiato sulla lastra di marmo della mia cucina. Come un Morandi con le sue bottiglie o un Cézanne con le sue mele. Tutto il resto dei miei pensieri è volato via. La mia mente si è svuotata salvo quell’oliva sul marmo.
A quel punto l’identificazione è avvenuta, io sono stato Bossi. Di Maroni non mi fido. Faceva il tastierista in un’orchestra jazz e di tanto in tanto lo fa ancora. Roba de matt. Si presenta a Pontida con uno striscione dei suoi aiutanti lungo 50 metri che lo propone come presidente del Consiglio. Maroni? Vota e fa votare i nostri parlamentari per l’arresto di Papa e sa che io non sono d’accordo. A Calderoli non voglio nemmeno pensare: è vanitoso, pensa in grande. Un leghista pensa in grande? La forza nostra è di pensare in piccolo e chi non l’ha capito è un imbecille: l’osteria, l’orto, l’officina, la scuola, l’ospedale, il Comune. Ma lui pensa in grande: la legge elettorale, la riforma della Costituzione. Ma ci pensi? Calderoli fa la riforma della Costituzione della Repubblica Italiana. Un leghista? E a me tocca poi sostenere queste cazzate per non fargli fare cattiva figura. Presenta la legge popolare per avere tre ministeri a Monza e poi finiscono con tre camere e cinque impiegati. Bersani dice che è stata una pagliacciata. Ha ragione. Il mio ritratto alle pareti insieme a Napolitano. A me ha fatto piacere ma la gente ci ride su e questo non mi piace affatto. Mi guardano male se vado in giro appoggiandomi al braccio di mio figlio. E a chi mi dovrei appoggiare? È mio figlio e sa che cosa mi piace e che cosa no. Maroni non fuma il sigaro. Io non mi fido di chi non fuma il sigaro.
Neppure Berlusconi fuma il sigaro, di lui però mi fido: lui sa che non voglio prendergli il posto e io so che non verrà mai al posto mio. I miei mi preparano trappole, lui no. E i suoi ne preparano a lui, io no. E non è lui che non sa fare il suo mestiere ma i suoi consiglieri che lo fanno sbagliare così come i miei con me. Ma se lui continua a sopportarli e a sbagliare allora dovremo fare a meno di lui. Però quando questo avverrà i miei faranno a meno di me. Qualcuno ci ricorda che dovremmo pensare all’Italia. Per me l’Italia finisce a Bologna. E ci penso molto. Queste cose io le so, perciò non stacco nessuna spina.
A questo punto il mio telefono ha squillato e qualcuno ha risposto. L’identificazione è finita, ma io ho capito che avevo capito.