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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

IL NERO BIANCO

Dovevano passare 71 neri prima che un bianco impiegasse meno di 10 secondi per coprire 100 metri. È per questo che lui è diventato "l’eccezione genetica" per i media francesi. E si è addossato, sulle spalle e soprattutto sulle gambe, la responsabilità del riscatto di una fetta dell’umanità abituata ad arrivare prima in altri ambiti, ma a restare irrimediabilmente indietro nella corsa. Il ragazzo, perché tale è, che ha attirato l’attenzione di appassionati di atletica e non solo, di sponsor, di politici e anche quella un po’ oscena del Ku Klux Klan, si chiama Christophe Lemaitre, 21 anni compiuti da poco. Ha sfidato il dominio nero ed è entrato di prepotenza nell’élite dei più bravi, diventando il più veloce sprinter bianco con 9"98 sui 100 metri ai campionati francesi del 2010 (Pietro Mennea nel 1979 corse in 10"01, ma in altura, a Città del Messico). Nell’Olimpo della rapidità è difficile entrare da bianco: ce l’hanno fatta appunto Mennea, Valerij Borzov, pochi altri.
Ascesa folgorante, quella di Lemaitre. Che, malgrado la timidezza e l’esperienza non decennale, si è inserito quasi subito nei migliori e ha trovato il culmine l’anno scorso nei campionati europei di Barcellona con una tripletta storica, mai riuscita a nessuno: vittoria sui 100 metri (10"11), sui 200 (20"37) e 4 per 100 (38"11) con la staffetta. Tre medaglie d’oro in un colpo e di colpo il mondo lo scopre. E a fine agosto gli punterà i riflettori addosso di nuovo, per i Mondiali di Atletica leggera a Daegu, in Corea del Sud.
Il fenomeno Lemaitre ha scatenato fantasie di ogni genere. Anche sgradevoli: il padre Christian ha trovato nella sua casella di posta una mail del Ku Klux Klan che invitava in Texas Christophe per un "incontro di cortesia", tutto spesato. La famiglia Lemaitre si è guardata bene dal rispondere. Christophe minimizza il fatto di essere il primo corridore bianco a correre i 100 metri sotto la soglia dei 10 secondi: "Non è questione di colore di pelle, è un obiettivo e basta".
Non somiglia neanche lontanamente a una star dello sport, lontano com’è dalla vita mondana. Circondato dai giornalisti si destreggia come può con gentilezza, ma si capisce che preferisce i campi d’allenamento alle maratone dialettiche. Gli basta respirare l’aria delle montagne intorno a lui, savoiardo di Annecy, e avere vicini i suoi punti di riferimento abituali: la famiglia, che non si perde una sola gara, gli amici, la tranquillità del suo paese, Culoz, dove vivono i suoi e dove torna ogni settimana visto che vive e si allena poco lontano, a Aix-les-Bains, sede del suo club. "Qui ho tutto per stare bene. L’ambiente è tranquillo e permette di gestirti al meglio. Non vedo perché dovrei andare via". Gli piacciono patatine e hamburger, i videogiochi e tirare a pallone con gli amici. Cose semplici, solo di questo ha bisogno per andare più lontano. Anche la madre lo ha spiegato: "Christophe non va sradicato dalle sue abitudini, è qui che ha il suo equilibrio".
Eppure allo sport si è avvicinato tardi, forse anche a causa del carattere timido che aveva da piccolo, al punto da far preoccupare i genitori. Non parlava mai, Christophe, poco a casa con i due fratelli e ancor meno a scuola. Chiuso, chiusissimo: i genitori lo spingono verso lo sport per aiutarlo a socializzare e a confrontarsi con gli altri. Il fisico può aiutare a comunicare. Lui è testardo e non ama perdere: già da piccolo se non vince si arrabbia parecchio. Sarà per quel po’ di sangue italiano che ha nelle vene? Gli arriva da parte di mamma Marie-Thérèse, i genitori erano originari di Bergamo e Bologna.
Prova prima a farsi strada nel rugby e nella pallamano, nel basket e nel calcio, ma alla fine lascia stare. Tifoso del Marsiglia, quando gioca ama tenere il pallone e non lo passa. "Lì ho capito che non sono fatto per gli sport di squadra, io sono un individualista".
Il colpo di fulmine per l’atletica arriva a 15 anni, nel 2005, durante un festival dello sport: Christophe vince una gara su un rettilineo di 50 metri con il miglior tempo. Si fa notare. Comincia allora la seconda giovanissima vita di Lemaitre, che incontra Pierre Carraz, allenatore dal 1958, che dell’atletica conosce ogni segreto. Pierre Carraz è l’uomo che ha il compito di educare le potenzialità di Christophe, quelle che neanche lui sa di possedere. "È un vero combattente. Ha una fiducia assoluta in se stesso. Non si pone limiti, ha ancora margini di miglioramento. E non vuole mai perdere".
Con l’aiuto di Carraz si trasforma da ragazzo promettente in ragazzo vincente. Nel 2008 è campione mondiale juniores dei 200, nel 2009 vince gli Europei juniores sui 100 fino al trionfo di Barcellona: il quotidiano "l’Equipe" lo premia come atleta dell’anno, davanti a due altri coccolatissimi e vincenti eroi transalpini, il pilota di rally Sébastien Loeb e il campione di judo Teddy Riner.
La Francia assiste con orgoglioso stupore alla nascita del suo nuovo campioncino: diventa il beniamino dei francesi, soprattutto di mamme e figlie, con quell’aria da bravo ragazzo intimidito, educato, il sorriso abbozzato che pare quasi chiedere scusa. Anche il fisico va controcorrente, così riservato e slanciato, lontano dalla prorompente imperiosità di Usain Bolt, il mito dei miti, il re. Ma sul campo la timidezza diventa energia pura e lo trasforma in leone. Ammette con candore che non sapeva nulla dell’atletica prima che entrasse nella sua vita, ora cerca di recuperare seguendo le gare e documentandosi. Dice di Carl Lewis, che pochi giorni fa ha festeggiato i 50 anni: "Ha rivoluzionato lo sport della sua generazione. Resterà per sempre un punto di riferimento".
E ora? Ora è già domani: "I Mondiali in Corea sono l’obiettivo più importante della stagione, anche per preparare i Giochi Olimpici di Londra del prossimo anno". Sempre con il lavoro costante di Pierre Carraz per lui fondamentale e che ha promesso ai genitori di seguire Christophe fino ai Giochi di Londra. Poi, a più di 70 anni, dirà basta.
Certo, il record mondiale di Bolt è 9"58. Ma Cristophe poco più di un mese fa ha migliorato ancora il suo di tre centesimi: 9"95, record di Francia. Ed è anche co-detentore del nazionale dei 200 metri con 20"16 (con Gilles Quenéhervé).
I Mondiali e Bolt lo aspettano, insieme all’Olimpo. Christophe ci è entrato in modo fragoroso lo scorso anno con quella tripletta d’oro, festeggiata in modo semplice con la famiglia, concedendosi giusto il vezzo di indossare davanti alle telecamere un cappello di paglia regalatogli da un tifoso, così diverso dall’esultanza fragorosa di Bolt. L’assoluta diversità dei due è stata evidente anche al meeting di Parigi lo scorso 8 luglio: un problema tecnico nei microfoni ha ritardato la partenza e innervosito gli atleti. Bolt ha fatto il suo show davanti alle telecamere, sfrontato ed estroverso come sempre. Dietro di lui, Lemaitre chiudeva gli occhioni chiari, li riapriva e cercava la concentrazione in un mondo tutto suo. Poi Bolt ha trionfato sui 200 metri senza troppi patemi con 20"03 e Cristophe è arrivato secondo ma distanziato di 18 centesimi. Lemaitre rispetta Bolt ma anche se stesso: "Lui è impressionante. Ma meglio restare fedeli al proprio stile, non è mai bene imitare gli altri. Certo, mi manca l’esperienza mondiale".
Ora arriva, l’esperienza mondiale. E le speranze europee sono tutte racchiuse in quelle sue lunghe gambe bianche che corrono verso l’Olimpo nero.