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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

CACCIATORE DI REALTA’

Mario Dondero è una leggenda. Fotoreporter e fotografo, è stato collaboratore di giornali importanti, in Italia e all’estero; ha ritratto personaggi famosi, ma anche gente comune; ha seguito l’evolversi di sommosse, ribellioni e processi. Ha fotografato letterati e attrici, di cui è stato amico; ha attraversato in lungo e in largo il mondo con la sua aria apparentemente distratta da giovane uomo dai modi garbati e gentili. Il libro che ora riassume la storia della sua carriera ("Mario Dondero", a cura di Simona Guerra, Bruno Mondadori) è una sorta di autobiografia. Il fotografo milanese di nascita - classe 1928 - vi narra la sua vita: l’adesione alle brigate partigiane a sedici anni, le frequentazione di Bianciardi e Mulas al bar Jamaica negli anni Cinquanta, le lunghe permanenze parigine con Bernardo Valli e gli altri amici giornalisti, e molto altro ancora. A descrivere il suo percorso visivo vi sono le foto di operai, lavoratori, contadini, bambini, soldati, poliziotti. Della sua vita avventurosa, semplice e complicata insieme, Dondero racconta soprattutto gli incontri e il mestiere tacendo con pudore tutto ciò che riguarda il suo modo di fotografare. Una sorta di discrezione impedisce a questo maestro della fotografia italiana e internazionale di parlare del suo lavoro. A tutt’oggi manca ancora una grande mostra (più esaustiva della pur bella personale curata di recente da Elio Grazioli a Reggio Emilia), e anche un libro che ne ricapitoli i passaggi, così da mostrarci nella sua interezza un’opera che non ha eguali nella vicenda fotografica e artistica del secondo dopoguerra.
Dondero, come hanno notato coloro che si sono occupati di lui, non è mai dove tu lo aspetti. Il movimento della sua persona, e insieme del fotoreporter, è un eterno andare altrove. Inseguirlo è inutile, così come forzarlo a spiegare la sua poetica visiva: la ritrosia su questo è pari solo alla naturalezza del suo guardare. Qual è il segreto della fotografia di Dondero? Di essere un esercizio d’affezione - amare ciò che fotografa, in particolare gli esseri umani - e al tempo stesso manifestare una forma di distacco, di presa di distanza, garbata. Questo fotografo non sembra scattare foto, bensì sospendere attimi nel tempo, frazioni colte al volo, senza nessuna necessità: momenti vissuti. Quando si guarda una foto di Dondero, si ha la netta sensazione che le persone ritratte cominceranno, appena giriamo la testa e gli occhi, a muoversi, a riprendere a camminare, a spostarsi. L’assoluta naturalità dello sguardo di Dondero è l’effetto della naturalità del suo modo di vivere. Nessuno fotografa come lui, perché nessuno cammina come lui, nessuno impugna la reflex come lui. Scatta e intanto ti parla, ti intrattiene sulla soglia della sua azione, certo che subito dopo anche tu - oggetto del suo sguardo fotografico - riprenderai la tua strada. Fotografa come s’incontra un amico, un conoscente, come si ferma qualcuno per chiedergli un’informazione, o solo per osservare com’è bello l’abito che indossa, com’è terso oggi il cielo, com’è elegante la camminata di quella donna.
C’è una foto di Dondero che è un esempio perfetto del suo modo di guardare. Vi si vede Lea Massari sul set di "Le soldatesse" di Valerio Zurlini, nel 1964, in Jugoslavia. L’unica persona a fuoco è l’attrice stessa che impugna una macchina fotografica, e intanto guarda qualcosa che è fuori quadro. Una foto sullo sguardo, sul guardare l’attrice, e il guardare dell’attrice, mentre i due uomini dietro di lei, due attori, sono coperti da ombre. Quasi una foto sbagliata, ma perfettamente riuscita. Dondero non ama parlare della sua fotografia perché questa è la sua vera vita e la racconta in modo affascinante a voce e per iscritto, come in questo volume.