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 2011  luglio 29 Venerdì calendario

Nella riserva di Osojane dove vivono segregati i pellerossa» d’Europa - L’ospedale di Osojane ha solo cin­que posti letto, un vecchio defibrillatore donato dall’Unione europea chissà quan­ti anni fa e poche medicine, mai quelle che servono

Nella riserva di Osojane dove vivono segregati i pellerossa» d’Europa - L’ospedale di Osojane ha solo cin­que posti letto, un vecchio defibrillatore donato dall’Unione europea chissà quan­ti anni fa e poche medicine, mai quelle che servono. Eppure i serbi del piccolo vil­laggio vanno avanti così, come capita. A scuola si fa lezione solo quando c’è la lu­ce, solo quando gli albanesi lasciano sta­re i generatori e non staccano la corrente per dispetto. A fare la spesa si esce poco, sotto scorta e a testa bassa. In Kosovo il conflitto è finito più di dieci anni fa.L’Onu era intervenuta per garanti­re una convivenza pacifica tra i serbi e gli albanesi. Ma dal 1999, da quando cioè so­no state deposte le armi, si combatte un’altra guerra, silenziosa, quotidiana, sottile. Fra civili. Una guerra fatta di mine anti-uomo nascoste nei campi concessi ai serbi dallo Stato, fatta di furti e di aiuti umanitari intercettati alla frontiera e di­rottati altrove. Qualche settimana fa è sta­to condannato a un mese di carcere un serbo kosovaro del villaggio di Velika Ho­ca (a ovest del Kosovo) che si era rifiutato di ritirare la bandiera serba issata sulla sua auto. E ora la tensione aumenta: Pri­stina ha deciso di riprendere il controllo di due punti di frontiera con la Serbia e si è a un passo dal reciproco boicottaggio del­le merci. Durante la guerra i serbi venivano de­scritti come i «cattivi». Ora quelli che so­no rimasti in Kosovo, per lo più donne e bambini, sono vittime costrette a vivere ghettizzate in enclave protette, circonda­ti da popolazioni ostili e sotto il costante rischio di aggressioni. Eccole le nuove «ri­serve indiane» dei Balcani che resistono alla pulizia etnica e coraggiosamente re­stano gli ultimi avamposti cristiani in una terra a stragrande maggioranza islamica. Sono dei piccoli villaggi fatti di niente: le case cadono a pezzi, il riscaldamento non sempre c’è. Si va avanti con poco, spesso con il baratto di quei quattro ortag­gi coltivati con le proprie mani. Si soprav­vive. E ogni tanto si smette di sognare. Pe­rò non si va via e l’orgoglio serbo sopravvi­ve, nonostante tutto. Nonostante si sap­pia di essere una minoranza nella pro­pria terra e per di più sotto sorveglianza come in caserma. Nemmeno la lingua è la stessa degli albanesi e i bambini non gio­cano assieme, mai. Diversa pure la religio­ne. A dare una mano ai serbi delle enclave sono numerose associazioni culturali e di volontariato, tante italiane. Tra queste Comunità Giovanile (Busto Arsizio, pro­vincia di Varese), che da anni è impegna­ta in azioni umanitarie e combatte contro le discriminazioni. Anche quelle dei po­poli. Una delegazione di ragazzi del grup­po è partita per Belgrado con scatoloni pieni di giochi, cibo, computer e medici­nali da consegnare alle famiglie serbe emarginate in Kosovo. «Far arrivare gli aiuti a destinazione - spiega Stefano Gus­soni di Comunità Giovanile - non è stato affatto facile, soprattutto per i computer. Ci hanno bloccato per una notte intera per controllare il materiale che portava­mo ». Già, perché quella contro i serbi e contro tutti quelli che li aiutano è anche una guerra burocratica, fatta di cavilli ine­sistenti e di verifiche estenuanti sulla mer­ce per scoraggiare gli aiuti e isolare ancor di più le enclave. Soprattutto se qualcuno vuole portare tra le baracche computer e connessioni Internet, ponte con il resto del mondo. Il materiale portato a Osojane, Zac, Silo­vo e Zupce è stato raccolto in collabora­zione con l’associazione «L’uomo nuo­vo » di Arco, in provincia di Trento. Tra gli aiuti che vengono e verranno inviati an­che strumenti e attrezzi per l’agricoltura, veicoli adatti al trasporto di persone (scuolabus e degenti). Inoltre ci si pone l’obiettivo di fornire le risorse per l’inizio di progetti di sviluppo a sfondo agricolo, per portare le comunità serbe a creare l’autosufficienza alimentare ed economi­ca delle famiglie delle enclave. Oltre al cibo, alle matite colorate e alle medicine, i ragazzi di Comunità Giovani­le­hanno portato nei villaggi anche la spe­ranza. Si sono offerti di pagare parte delle spese del viaggio di un gruppo folkloristi­co di danzatori d­el posto e li hanno invita­ti in Italia per uno spettacolo di balli popo­lari. Laggiù, oltre alle case, alle scuole e al­le chiese, è stato distrutti tutto: anche i tea­tri, i centri culturali, le chiese, i luoghi di aggregazione. È stato distrutto il piacere dell’arte, della musica, del canto. O forse non proprio distrutto, solo dimenticato per un po’.