TONIA MASTROBUONI, La Stampa 29/7/2011, 29 luglio 2011
Titoli di Stato, chi fugge e perché - La speculazione è solo la punta dell’iceberg. La crisi che ha investito nelle ultime settimane i nostri titoli di Stato è una cosa diversa
Titoli di Stato, chi fugge e perché - La speculazione è solo la punta dell’iceberg. La crisi che ha investito nelle ultime settimane i nostri titoli di Stato è una cosa diversa. È un’ondata di sfiducia che ha spinto anche ieri lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi a 337 punti. E per convincere gli investitori a comprare 100 milioni di euro di titoli a dieci anni il Tesoro ha dovuto offrire il massimo rendimento dal 2000, il 5,77 per cento. Il fatto è che ormai è cambiata la percezione del nostro Paese non tanto agli occhi di trader spericolati, ma soprattutto nella testa degli investitori più accorti. I rendimenti sui nostri bond, aumentati a causa della crisi europea ma anche dell’instabilità politica, hanno innescato un meccanismo che Silvio Peruzzo, analista di Royal Bank of Scotland descrive così: «Quando i tassi aumentano troppo e si va verso soglie pericolose, del 6 o del 7 per cento, succede che il risk manager di un fondo o di un’assicurazione comincia a disimpegnarsi. Quel titolo sta veleggiando verso una soglia critica, oltre la quale potrebbero scattare i declassamenti delle agenzie di rating». In sostanza, «quel titolo sta diventando speculativo». L’Italia offre adesso rendimenti migliori ma a un prezzo più basso e con un rischio di fallimento più alto. Non è più un porto sicuro. Per molti fondi che sono legati a un certo giudizio delle agenzie di rating, quindi a una garanzia alta di solvibilità, e i cui clienti privilegiano la sicurezza al rendimento si pensi ad esempio a molti fondi pensione - la scelta di liberarsi dei titoli italiani e di tenersi per un po’ lontani dalle aste del nostro Tesoro, è automatica. Sta cambiando inoltre, secondo Angelo Baglioni, la tipologia della nostra clientela. Il caso Deutsche Bank, che si è liberata di quasi tutti i bond italiani, anche in questo caso è solo un esempio di una tendenza massiccia già in atto. L’economista della Cattolica di Milano spiega che «nelle ultime settimane molti investitori esteri si stanno allontanando dal nostro mercato. Il problema è che l’Italia è ormai percepita come un Paese che non è più in grado di impostare una strategia di lungo periodo». Dal venerdì nero in Borsa che era stato scatenato dalle voci di dimissioni di Tremonti, «il salto dello spread era stato di un punto». È da allora tutti parlano ormai di contagio in atto rispetto alla crisi europea. Agli investitori in fuga è inutile spiegare che anche la maturità media dei nostri titoli - a fine maggio superava i sette anni - è eccezionale, cioè che arrivano a scadenza con tempi relativamente lunghi rispetto al resto d’Europa. E che il «rollover risk», come si chiama in gergo, il rischio di ristrutturazione, è scarso. Ormai, chiosa Baglioni, il mercato «ci chiede la stessa cosa che hanno chiesto Confindustria e i sindacati: discontinuità. Non solo delle politiche governative, credo anche del governo». Maria Cecilia Guerra è dello stesso parere. L’economista dell’università di Modena che scrive su Lavoce.info osserva che «siamo a un punto critico». Il combinato disposto della lentezza con la quale l’Europa sta approntando gli strumenti anti crisi - l’Efsf - e di «un governo che sta in piedi perché il presidente del Consiglio non può mollare» ha cambiato la percezione della nostra solvibilità. «È sufficiente vedere di cosa si è occupato, nel mezzo di questa gravissima crisi, il governo ieri: processo lungo e ministeri al Nord», conclude l’esperta di conti pubblici.