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 2011  luglio 24 Domenica calendario

“Ogni capolavoro è un assaggio del prossimo” - Recentemente sono scomparsi due grandi artisti come Cy Twombly e Lucian Freud

“Ogni capolavoro è un assaggio del prossimo” - Recentemente sono scomparsi due grandi artisti come Cy Twombly e Lucian Freud. Sandro Chia, che cosa prova quando muoiono maestri di tale valore? «Tristezza! Tristezza per la loro morte e perché è un fatto che da un momento all’altro potrebbe riguardare anche me. Una cosa che ritengo ingiusta». Perché ingiusta? «Semplice: persone che hanno talento e capacità insostituibili non dovrebbero assolutamente morire. Quando leggo le biografie di personaggi importanti come Mozart, mi viene da pensare a ciò che avrebbe potuto fare in più nella vita e che invece è andato irrimediabilmente perso. Così alla tristezza si aggiunge l’indignazione». Indignazione? Addirittura? E perché? «Non capisco perché non sia stata ancora curata questa malattia terribile chiamata morte. È una malattia come il raffreddore, ma l’aspirina del caso non è ancora stata inventata. Tutta quanta la scienza, tutti gli scienziati, dovrebbero concentrarsi sull’immortalità del corpo. Pensi che si muore ancora come si moriva all’età delle caverne. Solo che oggi è un fatto decisamente più anacronistico». Però grandi artisti come Freud e Twombly si sono garantiti attraverso le loro opere l’immortalità... «È vero per quanto riguarda l’immortalità artistica, purtroppo resta la magagna dell’immortalità fisica». In ogni caso i loro capolavori sono visibili in ogni angolo del mondo. «Lo so, non c’è dubbio. Peccato che ciò crei in me ancora più indignazione perché i capolavori sono solo un assaggio di un prossimo capolavoro, e con la morte di chi li ha creati rischiano invece di diventare capolavori assoluti. Una vera e propria contraddizione perché il capolavoro, per sua natura, non fa altro che preparare il capolavoro successivo. E in ogni caso di grandi artisti ce ne sono molto pochi in ogni generazione, in ogni secolo». Quindi secondo Lei Freud e Twombly sopravviveranno? «Pare di sì. Io li considero abbastanza all’opposto dal punto di vista artistico. Twombly si situa all’origine del segno e del gesto pittorico. In Freud c’è invece una specie di esternazione del modo di intendere la pittura fino a lambire un iperrealismo che si trova al lato opposto della gamma pittorica. Il fatto che abbiano successo due stili così opposti tra loro spiega la complessità del momento storico e artistico che stiamo attraversando. La complessità è incertezza. Noi viviamo in un periodo post mortem dell’arte. Sono un po’ i tempi supplementari perché, continuando l’analogia con le partite di calcio, quelli regolamentari sono scaduti». Twombly e Lucian Freud: davvero due grandi artisti? «Pare di sì. Io non riesco a uscire da me stesso e vedere con occhi incorrosi e obiettivi. Sono troppo preso dalla mia arte che è contemporaneamente il mio punto di vista sull’arte». A chi dei due si sente più vicino? «Forse, per un fatto quasi territoriale, a Twombly, che ha trattato con maestria la mitologia e l’indicibilità del mistero del centro Italia». A che cosa si riferisce? «Parlo del mistero pagano e mitologico del Basso Lazio e dell’Alta Toscana. Il lago di Bolsena faceva chiaramente parte dell’ispirazione di Twombly». Chi sono i veri maestri di Franco Chia? «Probabilmente Piero della Francesca e Paolo Uccello, oppure i Primitivi senesi». La terra, il territorio e l’origine contano molto per un artista? «Contano moltissimo, perché vi affondiamo le nostre radici». Cy Twombly era un esule volontario americano in Italia, mentre Lucian Freud fu costretto dal nazismo a lasciare con la famiglia Berlino per diventare cittadino inglese. Destini molto diversi dal suo. «Le radici non si abbandonano mai. Freud, però, è più austriaco che tedesco e nel suo lavoro si scorge una crudeltà tipicamente mitteleuropea. Mi fa pensare a Musil, a un’umanità messa a nudo. È ciò che fa il nonno di Freud, Sigmund: tira fuori il torbido dell’essere umano, e ciò in parte riporta a Italo Svevo. Quella viennese è una tribù germanica che si estende fino a Trieste. Cy Twombly invece è intimamente americano». Ma cosa vuol dire? «Non vuol dire niente, perché l’America è una coacervo di storie. Si va dall’afro-americano allo spagnolo-americano all’italo-americano. Twombly lui era franco americano, quindi un po’ europeo. Del resto New York è la capitale dell’Europa. Lui era un espatriato ma parlava dell’Europa come Hemingway parlava di Parigi o della Spagna. Sbalordito, però a casa sua». E lei? «Forse ho un valore, per essere nato a Firenze. Amerigo Vespucci era fiorentino e ha dato il nome all’America: nell’essere fiorentino c’è un sano senso imperialista, perché si porta altrove la propria civiltà».