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 2011  luglio 25 Lunedì calendario

GEORGE STEINER: «L’IMMAGINE HA DISTRUTTO LA CULTURA OCCIDENTALE»

George Steiner non smette di sorprenderci con la sua scrittura limpida, il suo talento profetico e la capacità di disegnare nessi e rifrazioni tra diversi campi del sapere. In più ogni volta, nei suoi saggi, fonde un rigore sistematico di stampo germanico, un senso comune molto inglese e una tensione divinatoria profondamente ebraica. Torna a testimoniarlo un libro appena riproposto da Garzanti, Nel castello di Barbablù, sottotitolo "Note per la ridefinizione della cultura" (pagg. 125, euro 16), che pur risalendo al 1971 ha un piglio di bruciante attualità.
Edito in origine da Faber & Faber, raccoglie alcune conferenze, concepite in memoria di T. S. Eliot, che Steiner tenne all´University of Kent di Canterbury. Senza temere porte d´accesso a zone insanguinate, lungo queste pagine lo studioso apre le stanze del metaforico castello di Barbablù rappresentato dal pensiero d´Occidente, sondando le ferite di una civiltà in cui si è consumata la fine dell´ottimismo illuminista.
Critico letterario, filosofo e illustre comparatista, nato nel 1929 a Parigi da genitori ebrei (padre di origine cèca, madre viennese), Steiner si è stabilito da molto tempo a Cambridge, sede di una delle molte università in cui ha insegnato. Nell´acutezza dello sguardo emerge una sfumatura ridente, a dispetto delle suggestive apocalissi che ci descrive.
Pensa davvero, professor Steiner, che siamo approdati all´ultimo stadio dell´avventura occidentale?
«Sono convinto che da anni la nostra civiltà sia intrappolata in una serie ininterrotta e violenta di crisi, passando da quella che era l´identità di una cultura dominante alla post o sub-cultura odierna. Stiamo assistendo a una demolizione progressiva del linguaggio travolto dall´immagine, soprattutto da quella telematica. Non sono anti-americano, anzi: ammiro molte cose degli Stati Uniti, dove vivono e lavorano i miei due figli. Ma bisogna sapere che il novanta per cento degli americani, parlando, usa 380 parole d´inglese, mentre nelle opere di Shakespeare ce ne sono 24.000. La lingua viene divorata dal minimalismo ossessivo dei codici elettronici, come dimostrano i messaggi sempre più compressi che si mandano i ragazzi sui cellulari».
Analizzando i guasti del Novecento, lei segnala una "età dell´oro", collocabile tra il 1815 e il 1915, come depositaria dell´origine dei problemi successivi.
«Sono gli anni dell´ennui, dello smarrimento, della grande noia. Qualcosa di corrosivo e letargico, una sorta di attesa esasperata e vaga, faceva parte della cultura ottocentesca, tanto quanto il dinamismo dei positivisti e dei liberali. Un secolo divide Waterloo dalla Prima guerra mondiale: fu il più lungo periodo pacifico della storia europea. C´erano le guerre coloniali, certo, e gli orrori franco-prussiani. Ma si trattava pur sempre di eserciti professionali, non di gente comune. I massacri del primo conflitto, che hanno cancellato un´intera generazione e i suoi possibili discendenti, modificarono ogni cosa. In Inghilterra caddero enormi quantità di ragazzi tra i 18 e i 20 anni, figli delle élite inglesi, in un azzeramento di potenzialità intellettuali e di patrimoni culturali. Ci fu solo un breve armistizio tra il ´18 e il ´39, fino all´esplosione della Seconda guerra mondiale. E´ stata per l´Europa una morte biologica, sociale ed economica molto estesa, dalla quale non ci siamo più ripresi».
Nella fase della "grande noia" precedente erano avvenuti mutamenti di prospettive e percezioni?
«Molto netti. All´epoca di Tolstoj, Dostoevskij e Oscar Wilde, per esempio, si cominciò a verificare una forte sessualizzazione e una nuova e positiva libertà dei costumi. Eros divenne sesso, lontano dall´amour galant. Iniziarono l´emancipazione delle donne e l´educazione sessuale dei giovani, fuori dai tabù e dalle ipocrisie del periodo vittoriano. Per la prima volta, nelle conversazioni in società, si nominavano parti del corpo umano. C´è un episodio emblematico della trasformazione, riportato sul diario di Virginia Woolf: un giorno la meravigliosa Vanessa, sorella di Virginia, entra in sala da pranzo indossando un abito bianco, e tra gli ospiti c´è lo scrittore Lytton Strachey, che indica una macchia sul vestito di lei e dice: seme. Mai, finora, tale parola era stata menzionata pubblicamente in alti ceti. Un altro brusco cambio di marcia arriva col conflitto che a un certo punto contrappone l´individuo alla città. Nasce la megalopoli, che vive quotidianamente 24 ore abolendo distinzioni tra giorno e notte. Il rumore travolge, il silenzio diventa un lusso, si abita in piccoli spazi abitativi e si è aggrediti da stimoli in eccesso. La letteratura ne prende atto: la grande fortuna della detective story è connessa alla "giungla" metropolitana, termine che affiora verso il 1890. Le storie criminose e di polizia sono parti integranti della vita urbana».
A suo parere è ancora diffuso e capillare l´antisemitismo, fenomeno che è stato sempre al centro dei suoi interessi?
«Continua a essere feroce e intenso come durante il nazismo. Ovunque, anche qui in Inghilterra. Per tutta la vita mi sono interrogato sulle cause della deviazione che condusse all´Olocausto, tragedia che sfugge al consueto inquadramento razionale di storici ed economisti. Il motore, secondo me, è radicato in ben altre profondità. L´odio generalizzato e sempre riemergente per l´ebreo deriva dalla sua invenzione del monoteismo, portatore di un Dio irraggiungibile e innominabile, che si adira per qualsiasi rappresentazione sensoriale o allegorica. Un Dio impossibile da tollerare, che strappa l´uomo alla libertà creativa del politeismo. Decidendo di annientare gli ebrei, la cultura occidentale ha voluto sradicare gli inventori di quest´insostenibile assenza. Secondo fattore scatenante è stato il messaggio di Cristo: perdona il nemico, porgi l´altra guancia. Una negazione dell´io non affrontabile, un imperativo destabilizzante per la più autentica natura umana. Terza causa catastrofica è la promessa messianica dal marxismo e del sogno socialista, che pretende d´imporre all´uomo la rinuncia al profitto e all´egoismo: irrealizzabile. In astratto possiamo essere d´accordo con Mosè, Cristo e Marx, ma non potremo mai vivere seguendo i loro ideali».
Perché si ostina a ripetere che l´idea di cultura è andata in pezzi?
«Sono i fatti a provarlo. In paesi come l´Inghilterra, la Francia e l´Italia, la scuola primaria e secondaria è in una crisi gravissima. Quand´ero giovane, le università tedesche costituivano una garanzia per la vita intellettuale europea e statunitense. Poi non è più stato così. Oggi nelle università occidentali, e anche in Italia, ci sono alcuni docenti notevoli, ma in generale è tramontato il prestigio della ricerca e della trasmissione di cultura universitaria. Gli studenti più validi di Cambridge finiscono a lavorare in Borsa o nelle grandi banche, e considerano la politica come qualcosa di ridicolo e corrotto. Per non parlare della decadenza del mestiere d´insegnante: chi può accettare stipendi così bassi per fare un lavoro tanto importante?».
Che cosa pensa del Newsweek diretto da Tina Brown, con cui lei, a fine anni Novanta, ebbe una drastica rottura, dopo aver collaborato per più di un trentennio con il New Yorker, che all´epoca era guidato dalla Brown?
«Non m´interessa nulla di ciò che fa quella signora. Io appartengo a un mondo diverso dal suo: a un mondo serio. Forse ha un´energia fantastica e dorme tre ore a notte, ma è lontanissima dalla mia maniera di essere e pensare. Credo di essere stato il critico che ha scritto in assoluto più a lungo per il New Yorker. Un giorno la segretaria di Tina Brown mi convocò a New York per parlare con il boss, e in quel nostro unico incontro lei impiegò 45 secondi per licenziarmi. Mi chiese se era vero che, in una cena a Londra, avevo detto che il suo magazine era stato involgarito dalla sua gestione. Sì, le risposi. Lei mi salutò e fu questa la fine del nostro rapporto».
Può parlare del suo prossimo libro?
«Sta per uscire adesso in Inghilterra, e Garzanti lo pubblicherà in italiano nel 2012. S´intitola La poesia del pensiero, ed è dedicato alla relazione tra poesia e filosofia, dove l´una diventa l´altra e vi s´identifica e proietta intimamente. In principio, nell´antica Grecia, non c´era distinzione tra i due territori: i testi dei filosofi erano poemi e poesie, e una lunga storia di nessi e intrecci corre da Parmenide a Wittgenstein. Socrate, subito prima di morire, volle cantare poemi, e Hegel, così astratto e anti-poetico, scrisse un poema bellissimo per Hölderlin. Nel libro racconto i più decisivi incontri, o non-incontri, tra filosofi e poeti, cercando di capire, per esempio, il legame tra Martin Heidegger e Paul Celan, poeta immenso. Il senso delle sue opere si riflette nell´esperienza dei campi di concentramento e nella morte dei suoi genitori nei lager, eppure studiò a fondo i testi del proto-nazista Heidegger, e trascorsero addirittura tre giorni insieme nella Foresta Nera. Un contatto tanto affascinante quanto indecifrabile. Un mistero al quale non ho saputo dare soluzione».