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 2011  luglio 17 Domenica calendario

MARINA CASSI

A Pomigliano, nella newco costituita dalla Fiat che produrrà la Panda, si applicheranno - quando riprenderà l’attività - il contratto e gli accordi sottoscritti tra l’azienda e i sindacati meccanici, esclusa la Fiom. Come voleva la Fiat. Ma l’azienda ha tenuto un atteggiamento antisindacale nei confronti della Fiom che potrà, quindi, rientrare in fabbrica. A Pomigliano, ma forse anche nelle altre. Il contratto che si applicherà è in sostanza quello di primo livello firmato nel dicembre scorso ritenuto dall’azienda sostitutivo di quello collettivo nazionale. Una scelta che aveva portato la Fiat a allontanarsi dalla Confindustria.

A tarda sera il giudice del Lavoro del Tribunale di Torino, Vincenzo Ciocchetti, ha emesso una sentenza che sicuramente avrà ripercussioni sul complesso delle relazioni sindacali in Italia. Non ha accolto la richiesta della Fiom di nullità di quelle intese create per Pomigliano e che la escludevano - come a Mirafiori dalla rappresentanza. Ma ha giudicato antisindacale il comportamento della Fiat come richiesto dalla Fiom. Un pareggio dicono alcuni, mentre le parti vi vedono ciascuna una propria vittoria.

Il giudice ha disposto che in quello stabilimento i meccanici della Cgil possano godere dei diritti sindacali normali, dalla nomina di delegati alla convocazione di assemblee come stabilito dallo Statuto dei lavoratori. E quel sindacato non dovrà sottostare alla clausola di garanzia sottoscritta dagli altri. Avrà, in sostanza, le mani libere. Per opporsi a un accordo che ha sempre giudicato negativo.

Solo nei prossimi giorni, quando saranno depositate le motivazioni, sarà possibile capire meglio le ragioni della sentenza che ricalca in sostanza il tentativo - fallito - di conciliazione che il giudice aveva avanzato in aula durante la prima udienza.

E anche la Fiat attende quelle motivazioni per valutarne le conseguenze. Un portavoce dell’azienda in serata dichiara che «siamo in attesa dei chiarimenti sull’impatto che può avere la sentenza». Ma sembra che la Fiat sia orientata, in attesa dei chiarimenti, a congelare gli investimenti di fabbrica Italia. A Pomigliano - dove sono già in corso - e a Mirafiori e Grugliasco dove non sono ancora partiti. Sulla seconda parte della sentenza, quella relativa al comportamento antisindacale, l’azienda farà ricorso di sicuro. I legali Diego Di Rutigliano e Raffaele De Luca Tamajo spiegano: «Siamo soddisfatti ovviamente della prima parte della sentenza, ma sulla seconda faremo appello perché non capiamo come si possa rimettere in gioco la Fiom in base allo Statuto dei Lavoratori. Che proprio all’articolo 19 indica il diritto di rappresentanza solo ai firmatari del contratto».

Probabilmente anche la Fiom tornerà in Tribunale nelle prossime settimane forse con una causa collettiva, forse con cause individuale di singoli lavoratori per ricorrere contro quella che ritiene una violazione dell’articolo 2112 sul trasferimento di ramo d’azienda. E’ probabile però che in questo caso si debba attendere l’avvio del trasferimento dei lavoratori da Fga a Fip.

Le sette ore di udienza che hanno preceduto la sentenza sono state fitte, intorno ai nodi classici della causa, a tratti anche emozionanti. Gli avvocati delle parti contrapposte Fiom e Fiat - hanno polemizzato, ma anche elaborato eleganti ragionamenti legali. E nel dibattimento - questa la vera novità - è comparso l’accordo interconfederale su contratti aziendali e rappresentanza siglato il 28 giugno scorso tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil.

La Fiat ne ha chiesto l’acquisizione agli atti e i legali lo giudicano - anche sottolineandone gli aspetti di conflitto tra Fiom e Cgil - «un passo importante» che però non risolve «il problema dell’efficacia generalizzata dei contratti aziendali». Secondo l’avvocato Raffaele De Luca Tamajo «soltanto una norma di legge può dare un carattere di generalità e un effetto di stabilità all’accordo».

Ma perché si è arrivati alla costituzione nello stabilimento di Pomigliano di una nuova società? Per la Fiat per garantire lavoro e prospettive ai 5 mila di Pomigliano dentro a regole di competitività; per la Fiom solo per aggirare il contratto e tenere fuori il sindacato dissidente.

LUCA FORNOVO LA STAMPA
Gli investimenti del piano della Fiat di Fabbrica Italia sono congelati per ora in attesa del ricorso e dei chiarimenti necessari. È questo il senso della reazione a caldo del Lingotto dopo la decisione di ieri sera, dopo le 22, del giudice di Torino, Vincenzo Ciocchetti di giudicare «l’accordo di Pomigliano legittimo» ma che «la Fiat ha messo in atto una condotta antisindacale violando l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori». Poco dopo, in una nota Fiat precisa che «ritiene necessario procedere a un accurato esame del provvedimento per valutare l’impatto della decisione del giudice sulla praticabilità dei piani d’investimento annunciati».

A Pomigliano il Lingotto ha in corso investimenti per 700 milioni di euro per produrre la nuova Panda, che al momento saranno congelati. A Mirafiori è previsto oltre un miliardo di euro di investimento per produrre automobili e Suv di classe superiore per i marchi Jeep e Alfa Romeo. E nelle Officine Automobilistiche Grugliasco (Oag), la ex Bertone, sono in ballo circa 550 milioni per produrre nel 2012 la nuova Maserati del segmento E.

La sentenza, che è in linea con la mediazione in precedenza proposta dal giudice, è considerata da Fiat sostanzialmente positiva per la legittimità della newco ed è la seconda favorevole dopo quella emessa dal giudice che nei giorni scorsi ha riconosciuto legittimi i licenziamenti dei tre operai di Melfi. Ma sul processo al «modello Pomigliano» (le nuove regole da introdurre nella fabbrica campana) , è una vittoria a metà. Poco dopo le 22, infatti, il professore Raffaele De Luca Tamajo, il legale della Fiat annuncia che l’azienda torinese impugnerà la seconda parte del provvedimento sull’antisindacalità. Tuttavia De Luca Tamajo sottolinea come «la prima parte della sentenza è motivo di grande soddisfazione per la società, perché viene riconosciuta la legittimità di tutti gli accordi che sono stati realizzati da un anno a questa parte per lo stabilimento di Pomigliano. È stato, dunque, premiato l’impegno di azienda, Fim e Uilm, che hanno creduto nella bontà di questa operazione».

Il gruppo torinese considera importante che i contratti siano stati dichiarati legittimi anche perché ciò fa cadere le polemiche della Fiom sulla cessione del ramo d’azienda, e quindi sulla newco. Riguardo al fatto che la Fiom venga rappresentata in fabbrica, Fiat si interroga sul come ciò possa avvenire, anche perché l’articolo 19 dello statuto dei lavoratori prevede che le rappresentanze sindacali aziendali possano essere costituite solo dai sindacati che hanno firmato i contratti e questo, ricordano in Fiat, era il motivo che aveva portato la Fiom fuori dalla fabbrica. I legali del Lingotto fanno notare poi come il giudice abbia dato un’interpretazione molto estensiva dell’articolo 19 e che dalle motivazioni della sentenza, previste entro 70 giorni, Fiat potrà comprendere meglio il concetto e le conseguenze della condotta antisindacale. E sull’antisindacabilità De Luca Tamajo precisa: «Ci lascia molto perplessi perché invoca un articolo dello Statuto dei lavoratori, l’articolo 19, che riconosce la Rsa esclusivamente ai soggetti firmatari degli accordi. Non essendo la Fiom firmataria dell’accordo, non si comprende come il giudice possa aver fatto questo passaggio in avanti. Lo capiremo dalle motivazioni e sulla base di queste impugneremo la seconda parte». Dal Lingotto osservano anche che è positivo che il giudice abbia deciso di compensare le spese legali, dividendo le responsabilità tra l’azienda e la Fiom.

Resterà invece in silenzio l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, come ha fatto con la sentenza favorevole sui licenziamenti dei tre operai a Melfi perché, ricordano dal Lingotto, non vuole commentare le sentenze, ma si limita ad accettarle. Qualche riflessione sulla vicenda e sugli investimenti in Italia Marchionne potrebbe farla il 25 e 26 luglio, quando sono convocati in Brasile i cda di Industrial e di Fiat Spa sui conti del secondo trimestre 2011.

INTERVISTA A LANDINI (M.CAS., LA STAMPA)
È soddisfatto il segretario Fiom, Maurizio Landini: «Avevamo ragione: la Fiat è stata antisindacale. Ci hanno cacciati fuori dalle fabbriche con accordi separati, ci rientreremo con il diritto e senza vincolo alcuno».

Lei gioisce per questo aspetto della sentenza, ma il giudice ha dichiarato che è valida l’applicazione del contratto separato a Pomigliano. Per voi che cosa cambia?

«La sentenza dice che sono legittimi quegli accordi. Noi diciamo che è legittimo il contratto collettivo del 2008».

E allora? Scade a fine anno.

«Sì. Ma contiene la clausola di ultrattività e noi a settembre presenteremo la piattaforma per il rinnovo di quel contratto. E in quel momento diventerà valido fino a che non ce ne sarà un altro».

Che cosa significa? Che ci saranno anche a Pomigliano due contratti possibili?

«Certo. E ci batteremo affinchè il nostro sia applicato come stiamo facendo in questi mesi con decine di cause».

Torniamo alla antisindacalità: perché è così importante per voi?

«Perché abbiamo riconquistato il diritto di essere in fabbrica a rappresentare tutti i lavoratori anche quelli che dissentono».

Però il giudice non vi ha dato ragione sull’altro punto. Voi chiedevate che non venisse applicato il contratto separato. E anche sostenevate che la newco viola l’articolo 2112 sul trasferimento del ramo di azienda. Non avete vinto su questo.

«Occorre leggere le motivazioni per capire che cosa vuole dire il giudice. Sul 2112 valuteremo la possibilità di ricorsi individuali dei lavoratori. Su quella parte le cose non sono chiare. Ma invece è chiarissimo che il giudice ritiene che la Fiat è stata antisindacale».

Vi sembra di essere usciti dall’isolamento con questa sentenza?

«Isolamento? Ma quando mai. Non siamo mai stati isolati tra i lavoratori. La causa l’abbiamo vinta noi perché torniamo in fabbrica da cui ci avevano cacciato con il consenso delle altre organizzazione sindacali».

INTERVISTA A ICHINO (LUIGI GRASSIA, LA STAMPA)
Vittoria 2 a 1 per la Fiat»: questo il giudizio del giuslavorista Pietro Ichino.

Come si può interpretare il decreto del giudice del lavoro di Torino?

«Per una valutazione più precisa occorrerà attendere il deposito della motivazione della sentenza, che dovrebbe avvenire molto presto, entro due settimane. Ma è probabile che il giudice abbia ritenuto, per un verso, l’operazione di Pomigliano qualificabile come trasferimento d’azienda, come sostiene la Fiom, ma per altro verso ne abbia tratto soltanto una piccola parte delle conseguenze che la Fiom avrebbe voluto».

Più precisamente?

«Se il passaggio dei lavoratori dalla vecchia impresa, la Fiat, alla nuova, cioè la cosiddetta newco, va considerato come trasferimento d’azienda, la prima conseguenza, a norma di una direttiva europea, è che esso deve essere preceduto da una procedura di consultazione sindacale con tutti i sindacati presenti nella vecchia impresa, quindi anche con la Fiom. Il giudice probabilmente ha ritenuto che sia antisindacale l’omissione di questa procedura, che dovrà dunque essere eseguita. È comunque un adempimento della durata massima di 25 giorni. Non è particolarmente oneroso: mi pare che la Fiat possa ottemperarvi senza problemi nei prossimi mesi».

E l’altra conseguenza?

«L’altra conseguenza del trasferimento d’azienda è che la nuova impresa, in questo caso la newco, deve applicare la disciplina collettiva applicata presso la vecchia, fino a che essa non sia sostituita da una “disciplina di pari livello”. Qui il giudice del lavoro ha accolto le difese della Fiat, riconoscendo come valido contratto “di primo livello” quello stipulato a livello nazionale dalla Fiat con Fim e Uilm per il settore auto. Dunque questo contratto sostituisce da subito il contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici in entrambe le versioni: quello del 2008, firmato anche dalla Fiom, e quello del 2009».

Però la sentenza riconosce anche il diritto della Fiom alle rappresentanze sindacali presso la newco.

«Questa è la parte del dispositivo che non riesco a spiegarmi. La avrei capita se il giudice avesse ritenuto applicabile alla newco il contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici del 2008: allora ne sarebbe derivata automaticamente la titolarità in capo alla Fiom di quei diritti sindacali. Ma la sentenza esclude l’applicazione alla newco di quel contratto collettivo: quindi, in base all’articolo 19 dello Statuto, la Fiom non avrebbe diritto alle rappresentanze sindacali, non essendo firmataria di alcun contratto collettivo applicato nella newco».

In conclusione?

«Credo che alla Fiat, e a Fim, Uilm e Fismic, interessasse più che la parte della sentenza relativa ai diritti sindacali della Fiom, la parte relativa alla legittimità dei nuovi contratti. E su questa parte le difese della Fiat sono state integralmente accolte. Per questo parlerei più di un 2 a 1 che di un pareggio».

RAPHAEL ZANOTTI (LA STAMPA)
Il giudice che presiede, in questo sabato di luglio con il tribunale semivuoto, è un giudice, appunto. Vincenzo Ciocchetti, un uomo, solo. Da solo è chiamato a dirimere una questione che per mesi ha impegnato sindacati, imprenditori, governo, lavoratori, intellettuali senza che si sia trovata una quadra: la vertenza Fiom-Fiat, il futuro delle relazioni industriali di questo Paese, in parte la tenuta del suo tessuto sociale.

Compito arduo, strumenti insufficienti. Alla prima udienza il giudice, che deve seguire il canovaccio di un diritto del lavoro che sembra troppo stretto rispetto al tema, ha dovuto tentare la conciliazione. E ha cominciato così: «Non sfuggirà che la particolare fisionomia della causa e la sua complessità mi rendono difficile esperire il tentativo di conciliazione che, però, è un obbligo».

Tentativo vano. Sotto, nell’arena forense, sono pronti a scontrarsi due eserciti di avvocati. Da una parte il plotone dei legali della Fiat, capitanato dal compassato professor Raffaele De Luca Tamajo, giuslavorista di fama. Accanto siedono il professor Gennaro Dondi, il professor Giuseppe Olivieri e gli avvocati Giacinto Favalli e Diego Dirutigliano.

Dall’altra parte dell’aula un altro schieramento, addirittura più numeroso. Il professor Piergiovanni Alleva, fine teorico, coordina la variegata compagine di legali della Fiom dove trovano posto gli avvocati Emilia Recchi, Pierluigi Panici, Franco Focareta, Alberto Piccinini, Raffaele Ferrara, Vincenzo Martino, Elena Poli. Esercito tanto numeroso da rendere difficoltosa la consultazione tra colleghi quando ci sono da prendere decisioni rapide, ma esercito che sa muoversi come un solo uomo quando c’è bisogno. Alle incursioni veementi dell’avvocato Focareta si contrappone fermo l’avvocato Dirutigliano, alle questioni poste dal professor Alleva la risposta accademica del professor De Luca Tamajo. E’ uno scontro a cui partecipano anche altre truppe. Sono quelle degli avvocati delle altre sigle sindacali: Roberto Lamacchia per la Fim; Filippo Maria Giorni e Massimo Pozza per la Uilm; Carlo Scalenghe, Tiziana Anna D’Amato e Maria Ciaramella per la Fismic; Antonio Anolfo per l’Ugl. Una sponda su cui possono contare gli avvocati della Fiat visto che, quelle sigle, hanno deciso di partecipare alla battaglia ma dalla parte dell’azienda e contro gli antichi alleati di mille battaglie.

E’ uno scontro in punta di diritto, ma denso. La questione pare semplice: la Fiom accusa la Fiat di aver costituito una nuova società a Pomigliano, la Fip, per applicare il nuovo contratto firmato dalle altre sigle sindacali e lasciare così fuori la Fiom. La Fiat nega, la società è nuova, e la Fiom non ha diritto di rappresentanza in quanto non ha sottoscritto il nuovo accordo.

Una battaglia durata due intere giornate, in cui i legali non si sono risparmiati. Una battaglia vista però soltanto dagli addetti ai lavori nonostante il tema fondamentale per il futuro del Paese. Alla fine, il giudice solo, tirerà le somme di tanta fatica: accordi di Fiat legittimi, ma necessità di un riconoscimento di rappresentanza alla Fiom. Soluzione salomonica. Curiosamente identica alla proposta conciliatoria che il giudice aveva pronunciato all’inizio della tenzone e che nessuna delle due parti aveva inteso accettare.