Il Catalogo dei viventi 2007, 6 luglio 2011
PRADA Miuccia Milano 10 maggio 1948. Stilista. «Io preferisco fare tante cose male che una sola bene» • Prada Spa, originariamente Fratelli Prada, è stata fondata nel 1913 da Mario Prada, primo negozio a Milano in Galleria Vittorio
PRADA Miuccia Milano 10 maggio 1948. Stilista. «Io preferisco fare tante cose male che una sola bene» • Prada Spa, originariamente Fratelli Prada, è stata fondata nel 1913 da Mario Prada, primo negozio a Milano in Galleria Vittorio. Miuccia, nipote di Mario, l’ha ereditata nel 78. Nell’85 ha lanciato una linea di borse nero lucido realizzate con il nylon dei paracadute (successo immediato), nell’89 ha disegnato il primo prêt-à-porter (linea chiara ed elegante, in netto contrasto con lo stile flamboyant delle altre etichette). Nel 2000 l’azienda era pronta a quotarsi in Borsa, ma i dati non positivi del gruppo (pesavano i debiti dei marchi Jil Sander e Helmut Lang) hanno causato la rinuncia (rinvio?) • «A Miuccia Prada il mondo della moda non perdona tante cose, oltre allo straordinario successo che di colpo piombò, alla fine degli anni 80, tra i grandi stilisti affermati, sconvolgendo il tran tran sia del buon gusto che dell’eccentrico: per esempio la sua capacità di circondarsi di specialisti che non fanno parte del colorato salotto di “divini” approvati, lanciati, protetti, esaltati, dalle potenti regine, soprattutto americane, della stampa del bel vivere mondano. Sono persone con cui deve sentire delle affinità intellettuali o emotive, quelle cui lei si affida: Germano Celant per l’arte, Marco Müller per il cinema, Rem Koolhaas per l’architettura. Quando Miuccia Prada, assieme al marito Patrizio Bertelli, si insinuò silenziosa tra minimalisti e agghindatori con una moda che sia ai colleghi che alle vecchie giornaliste pareva orribile, il mondo giovane (e ricco) gridò al miracolo: finalmente qualcuno che proponeva vestiti che, stando spesso malissimo, parevano tener conto di una misteriosa femminilità non omologata, in cui tante si riconoscevano. Gli stilisti più celebri non si capacitavano, stava succedendo qualcosa di imprevisto, di sfuggente: e tanto per adattarsi all’aria che tirava, ce ne furono che cominciarono a fare dei pradismi: sbagliando clamorosamente perché lei aveva già preso altre strade, ed erano quelle che rinnovavano il suo successo commerciale. La moda non ha le parole per raccontare il lavoro di Prada, che pure viene incensata a bocca aperta: ci vuole un intellettuale per descriverlo, e lo fa Quirino Conti dedicandole un capitolo del suo saggio Mai il mondo saprà e citando ciò che Gertrude Stein diceva di Picasso: “Chi crea una cosa è costretto a farla brutta”. E allora, neoromantica la sua ricerca, musicale la sua visionarietà, caparbia e vertiginosa la sua determinazione di “ridefinire una nuova, possibile tecnica di scrittura per la propria modernità”. Dissonante, dodecafonica, antitetica: “Non solo rischia continuamente l’errore, ma quando lo riconosce non lo corregge, non ritocca il suo lavoro, ed è il suo sbaglio il nuovo”. Attorno alla coppia Bertelli si era formata in passato una rete di pettegolezzi e disconoscimenti, di crolli e disastri. E loro, sordi e muti verso queste storie aliene, continuavano a lavorare: affari, finanza e coppa America per lui, per lei creatività e nel lavoro “quell’aspirazione a ben fare, quell’ossessione a comportarmi bene che mi vengono dall’educazione cattolica e comunista”. Insieme la scelta di rivoluzionare i negozi, a New York o a Tokyo o a Los Angeles o ad Arezzo i nuovi uffici e depositi industriali, affidandoli per affinità intellettuale a un architetto sociologo e schivo che non ne aveva mai fatti come Rem Koolhaas o allo studio che ha creato la Tate Modern a Londra, Herzog & de Meuron: luoghi quasi vuoti, dove sulla merce prevale l’architettura, “dove l’idea è attirare la gente con il mio prodotto per poi dargli altro, un po’ di cultura, di pensiero e quel famoso lusso di cui tanto si parla e che per me è rappresentato da uno spazio vuoto. Ma adesso sono in polemica col mondo dell’arte che sta perdendo ogni contenuto per ridursi alla sola estetica. Ho sempre visto uno scopo politico nell’arte, mi piaceva l’arte povera, l’arte concettuale, adesso di radicale c’è molto poco, siamo diventati decadenti. In più tutto è chiuso nei musei, nelle gallerie, e se certi concetti profondi restano accademia, non arrivano alla gente, non sono vicini alle nostre esigenze quotidiane, a cosa servono?”. è per questo che Miuccia Prada si è avvicinata al cinema, “per capire cosa si può fare con uno strumento più accessibile, a larga diffusione, e in ritardo mi interessano i videoartisti perché questo mezzo può permettere la moltiplicazione dell’arte e la sua distribuzione di massa”. La stilista che contro ogni immiserimento della immagine femminile si ostina a credere che la dignità delle donne passa anche attraverso una moda che ne rispetti l’intelligenza e il corpo, non è contenta della loro condizione odierna: “Bisogna riprendere certi discorsi, sento una grande infelicità comune a tante donne: abbiamo abbandonato i nostri antichi valori, la pazienza, la comprensione, per non riuscire a raggiungere quelli maschili, per esempio il potere. Temo che le donne non abbiano ancora chiarito i loro obiettivi”. Per anni il suo lavoro le ha fatto sentire “la frustrazione della frivolezza, dell’inutile e del privilegio”, ma da un po’ di tempo lo ha rivalutato “perché, a parte i soldi che mi permette di guadagnare, è il solo che so fare e con grande passione”. Ma tutti questi interessi, il cinema l’arte i convegni, come quello sulle carceri, il sostegno alla Cattedra Fondazione Prada di Filosofia estetica dell’Università San Raffaele, titolare Massimo Cacciari, servono a vendere più vestiti, più scarpe, più borse? “Non ho bisogno dell’arte né della cultura né di alcun pretesto per vendere le mie borse. Io le vendo perché sono brava”» (Natalia Aspesi) • «Miuccia Prada è come non te l’aspetti. Ti prepari all’impatto con un’icona del gusto, alla superbia delle sue scelte concettuali, al distacco del suo trionfo mondano e commerciale. E ti trovi di fronte una donna che ha l’aspetto e i modi di un’amica di famiglia. Provi allora a ricollocarla lassù, tra le idolatrie di questi nostri tempi senza bussola, per ristabilire la necessaria disparità. Ma lei si tiene giù, mestando tra i pensieri e le passioni, tra l’impulso di dire e il dovere di trattenere. E non rinuncia al vezzo di mostrarsi così com’è: una persona intatta nelle sue contraddizioni, una signora della moda che si tiene aggrappata con i denti alla ragazza che fu, continuando a tessere quel filo rosso che le farà un giorno — ne sembra sicura — ritrovare gli entusiasmi della giovinezza. Quando era una figlia della borghesia milanese che vendeva panini ai festival dell’Unità, sfilava in corteo per le vie della città e si laureava in Scienze politiche con una tesi su Il Partito comunista italiano e la scuola. Quando si sarebbe offesa a morte se le avessero detto che avrebbe fatto la stilista. Una parola che ancora oggi trova detestabile» (Stefania Rossini) • «Nel mio lavoro sono guidata soprattutto da un istinto. L’istinto non è una cosa irrazionale, è la sintesi dell’informazione che si ha nel proprio cervello. Vado a lavorare molto tardi la mattina e smetto alle sei di sera, alle sette al massimo. Mi piace semplificare e sintetizzare, andare al nocciolo, capire il vero punto della questione. Una cosa non semplice. La semplicità è la cosa più difficile» (da un’intervista di Alain Elkann) • «Le creazioni di Yves Saint-Laurent si piegavano benissimo. Lui diceva che bisognava fare uno smoking, non m’interessa la donna uomo. Anche Chanel ha cercato di fare questo tipo di donna. Io voglio vestiti femminili anche per andare a lavorare, nessuno scimmiottamento dell’uomo. La donna deve però essere a posto. Gli uomini sono sempre a posto, le donne provvisorie nell’abbigliamento» • «Detesto pensarmi in questo lavoro, ho evitato le tipiche scelte che rendono famosi: le uscite in passerella, le frequentazioni mondane, le interviste a iosa. Poiché amo fare questo lavoro, ci ho messo tutto l’impegno possibile. Una conciliazione degli opposti che mi ha guidato anche nelle scelte creative. Lo zainetto che mi ha reso celebre in fondo non è altro che una commistione di materiali industriali e di belle passamanerie, di nylon e di coccodrillo. D’altra parte, non mi piace il buon gusto, non mi piace il bello. La raffinatezza e il gusto mi sono facili, ma mi secca molto arrendermi al loro dominio. Quando lo faccio, vengono fuori collezioni che piacciono fin troppo, come quella cinese di un decennio fa, o quella anni Quaranta, molto femminile. Ma io accarezzo più volentieri la mia anima trash, perché ritengo che, dopo gli anni Sessanta, il buon gusto sia morto e sepolto. Io voglio analizzare il brutto. Lo fanno gli artisti, lo fanno i cineasti, perché non dovrebbe farlo chi crea moda?» • «La gente non sa mai cosa aspettarsi da me. Ho cercato di lavorare sempre un po’ contro il mio gusto personale, e questo è il modo migliore di crescere. Io lavoro su argomenti talvolta ostici. Naturalmente mi capita ogni tanto di lasciarmi andare sulle cose che mi piacciono e devo dire che queste hanno sempre un grande successo, ma non voglio essere ripetitiva» • «All’inizio, quando cominci a lavorare, vuoi piacere a pochi. Poi è troppo facile. E inizi a pensare che la cosa più interessante è fare oggetti che hanno un significato per persone diverse in tante parti del mondo. Questo dimostra che sei in sintonia con loro» • Dietro ai vestiti c’è una filosofia? «Mi chiedo sempre se dietro la moda ci siano ragioni più profonde. A volte sì, a volte no. Se fossimo sempre animati da cambiamenti interiori forti, non riusciremmo a sfornare sfilate a ritmo continuo. Ogni tanto ci concentriamo su una sensazione, altre volte è solo un colore, un ricordo» (da un’intervista di Jacaranda Falck) • «Le mie sfilate non sono mai state nere. Forse ho fatto borse di nylon nere, ma le mie sfilate hanno sempre avuto molti colori. Sono una grande appassionata dei colori» • «Sono sofisticata, non snob; cerco un rapporto complesso con l’estetica. Non m’interessa fare una donna sempre sexy perché una donna non ha voglia né tempo di essere sexy sette giorni su sette. Ci sono tanti stati d’animo da assecondare. Poi ognuno ha i suoi amuleti. Mettere qualche gioiello mi tira su il morale» (da un’intervista di Gian Luigi Paracchini) • Non le piace quando toccano il tasto dell’«intellettuale comunista che fa i miliardi». «Per il resto, molte cosiddette critiche per me sono complimenti. Per esempio hanno detto che non faccio vestiti sexy, che faccio abiti da suorina. Ci rimango male quando i giornali di moda scrivono “Prada osava molto, ora un po’ meno”. è quell’imperfetto che disturba. Quell’allusione a un eventuale calo di popolarità. Mi chiedono sempre: lei è stata comunista da giovane? Io rispondo che tutti, a quell’età, lo sono stati, L’unica cosa che non voglio si dica di me è l’età! Facessi un altro lavoro, troverei accettabile esprimere opinioni politiche. Invece così mi imbarazza, mi imbarazza moltissimo. Io sono orfana di pensiero. Io sono stata un’orfana del mondo cattolico prima, del comunismo poi. Ora sono un’orfana della sinistra — dove sono i punti di riferimento, i testi, gli strumenti? Ho letto un solo libro ultimamente che mi ha molto impressionato, perché offre una visione del mondo attuale. Impero, di Toni Negri. Quando parto per l’America sono sempre un po’ negativa, poi là mi diverto, discuto. Fra poco finisce che ho più amici là che qua. In un posto come New York la gente è attenta e sa di cosa parla» (da un’intervista di Beppe Severgnini) • «Io credo nella “teoria del rotondo”: un po’ di tutto, e tutto deve tornare» • Sposata dall’87 con Patrizio Bertelli «il giovane che, dicono le leggende perché gli interessati non hanno mai raccontato nulla, un giorno agli inizi degli anni 70 incantò Miuccia. Lui, famiglia di avvocati alle spalle, cercava di guadagnar soldi creando cinture e girando l’Italia per venderle. E quel giorno passò anche davanti alle lussuose vetrine nel centro di Milano ed entrò nel prestigioso negozio di pelletteria e valigeria Prada. Quel giorno dietro i banconi c’era anche lei, bella studentessa della ricca Milano, di sinistra, come molte sue coetanee, battagliera come i suoi capelli rossi, ma con un cuore dolce e pieno di fantasia. Un cuore conquistato, dopo una lunga corte serrata, da lui, Patrizio. Poi il matrimonio nell’87, la scoperta di tanti interessi comuni e la conquista di quelli reciproci: l’amore per la moda e il design di lei e quello per la vela e la Toscana di lui. Ma i due caratteri sono forti e non mancano i dissidi su questa o quella strategia aziendale. Tutto ritorna sempre nel sereno. Insieme creano uno dei marchi più conosciuti all’estero, mentre crescono i loro due figli, Lorenzo e Giulio» (Ansa) • Veste anche suo marito e i suoi figli? «No, non vesto nessuno. è contrario ai miei principi, è impossibile dare dei consigli. Il mio punto di vista sull’abbigliamento è che il vestito serve ad esprimere la propria complessità e quindi non lo può fare nessun altro che non te stesso» • Anna Wintour, direttrice di Vogue America, l’ha messa — unica italiana — tra i primi sette della moda mondiale. Il Wall Street Journal, nel novembre 2005, l’ha compresa (unica italiana) nella lista delle cinquanta donne più importanti del mondo. Nella lista ci sono solo altre due donne che provengono dalla moda (però sono manager): Angela Ahrendts e Valerie Hermann • La classifica Best Global Brands elaborata da Interbrand ha messo solo quattro marchi italiani tra i primi cento: Gucci, Prada, Bulgari, Armani • Anna Wintour è rappresentata in un film di David Frenkel interpretato da Meryl Streep e intitolato Il Diavolo veste Prada. è tratto dall’omonimo bestseller di Lauren Weisberger (che è stata assistente della Wintour) • I mocassini rossi di papa Benedetto XVI sono Prada (la veste talare bianca, chiusa davanti da un fila di 30 bottoni, è invece realizzata da Euroclero) • «Tenevo all’Inter da ragazza, ma adesso ho un figlio milanista e il suo amore per il Milan è tale...».