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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

PIETRANGELI

Nicola Tunisi (Tunisia) 11 settembre 1933. Ex tennista. Vincitore del Roland Garros nel
59 e nel 60 (sconfitto in finale da Manuel Santana nel 61 e nel 64). Capitano
della squadra italiana che vinse la coppa Davis nel 76. «Avevo un gran tocco e il mio colpo migliore era il rovescio, specie il passante» • «Il nostro migliore tennista di sempre insieme ad Adriano Panatta. Padre italiano
e madre russa, Nick nel passato ha due vittorie agli Internazionali d’Italia, nel 57 e nel 61 — quest’ultima, a Torino, contro il grandissimo Rod Laver — e ben 164 match in coppa Davis, un record praticamente imbattibile. “Mi parlano della famosa finale degli Internazionali d’Italia del 61 contro Laver, ma io onestamente la ricordo poco. Ricordo invece
che a Parigi, credo nel 64, dopo aver battuto Emerson uscii dal campo ma fui
costretto a tornare indietro perché la gente continuava ad applaudirmi: come a teatro. Il ricordo più amaro? La defenestrazione da capitano di coppa Davis, dopo la vittoria del 76.
Ve lo immaginate Bearzot silurato dopo aver vinto i Mondiali perché magari non andava d’accordo con Tardelli? A me capitò una cosa del genere. E i giornalisti si comportarono male”. Nel 60 rifiutò 5.000 dollari per passare fra i professionisti, perché commosso dalla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi a Roma. “Stracciai l’assegno, non mi andava di non poter più giocare in coppa Davis per l’Italia”. Oggi Pietrangeli che tennista sarebbe? “Un tennista ricco, questo di sicuro”» (Stefano Semeraro)
• «Ha la residenza a Montecarlo, parla perfettamente francese, ma nessuno come lui
rappresenta la romanità gaudente e salottiera. Nacque a Tunisi perché il nonno muratore aveva tentato la fortuna all’estero e, come racconta Nicola, “casa dopo casa, palazzo dopo palazzo...”, aveva garantito al figlio Giulio una vita agiata, fra studio e sport,
consentendogli di diventare il numero due del tennis tunisino. Nicola gli
zampetta a fianco con la racchetta in mano, ma poi c’è la guerra, il padre rinchiuso in campo di concentramento e nel 45 l’espulsione dalla Tunisia. Nicola ha 13 anni quando comincia a vivere a Roma, con
una vecchia racchetta del padre e una palla nera di gomma senza feltro si
diverte a giocare contro un muro. Il padre vuole che si impegni di più, lo affida a Giovannino Palmieri che lo fa subito competere con il figlio
Alberto, già osservato dalla Federazione. Nicola non sfigura, ci prende gusto, ma quando nel
48 il gruppetto si trasferisce al Parioli, che allora aveva la sede a viale
Tiziano, la tentazione di saltare il muro e sconfinare sul campo della
Rondinella, dove si allenano i pulcini della Lazio, è irrefrenabile. Papà lo vede uscire di casa vestito da tennista e tornare infangato come un perfetto
centravanti. Nicola incomincia a vincere su due fronti: da un lato gli
allenamenti con il tecnico “Picchio” che lo ha visionato per la Lazio, dall’altro le prime trasferte per la coppa Bossi con il Parioli. La scelta è emotiva: la Lazio lo propone in prestito ad una società della provincia, Nicola si offende e si dà definitivamente al tennis. Senza riuscire tuttavia a rinunciare alla sua grande
passione per il pallone. La leggenda racconta di sconfitte clamorose per via di
acciacchi accumulati il giorno prima in accanite partite di calcio, o la famosa
fuga dal torneo di Nizza nel 61 alla vigilia della finale per non mancare a una
sfida calcistica con la maglia della Canottieri Roma. Spirito libero al punto
da stracciare nel 60 un contratto da professionista e un assegno da cinquemila
dollari, in un’epoca in cui gli sponsor non avevano ancora invaso il tennis: mai avrebbe
tollerato di stare sotto padrone. Nessuno come lui è stato tanto longevo nel tennis, visto che a 33 anni ha giocato una finale al
Foro Italico e a 39 anni ha ceduto soltanto al quinto set il titolo italiano a
un giovanissimo Adriano Panatta. Una carriera unica nel suo prestigio, eppure
condita sempre di aneddoti piccanti sulle frivolezze di Nicola il gaudente,
sulle sue notti brave» (La Gazzetta dello Sport)
• «C’è molta leggenda intorno alle mie avventure. Sono stato sposato per quasi vent’anni e ho tradito mia moglie solo quando ero lontano da Roma. Sono stato 7 anni
con Licia Colò e non le ho mai fatto le corna. Altro che donnaiolo» (da un’intervista di Mario Gherarducci) • Unico tennista italiano ammesso nella Hall of Fame del museo del tennis di
Newport (California). Nell’arca, dal 15 luglio 2006, c’è anche il giornalista Gianni Clerici.