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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

MEROLA

Mario Napoli 6 aprile 1934. Cantante. Attore • Incisa quasi per scherzo una canzone melodrammatica, è diventato in breve il re della “sceneggiata napoletana”. «La guapperia l’ho cantata in un periodo in cui veniva richiesta dal pubblico, per ragioni
soprattutto commerciali. Ma vi pare che uno come me, che ha visto il fratello
ucciso perché faceva il “marioncello” per farci campare, può avere il mito, la fissazione del guappo?» • «Facevo la scaricatore di porto al ponte della Maddalena dove c’è la statua di San Gennaro con le tre dita che fermò la lava a pochi metri dal mare» • «Un personaggio contraddittorio, molto amato, ma anche molto odiato, di sicuro
rimasto indenne da qualunque tentativo di rivalutazione in chiave intellettuale
(come non ricordare D’Angelo “riabilitato” da Goffredo Fofi)» (Fulvia Caprara) • «Merola rappresenta quel quaranta per cento di ingestibile plebe napoletana, all’interno della quale c’è di tutto: la violenza gratuita e la generosità assoluta; l’ottusità cieca e la totale disponibilità nei confronti del diverso, sia esso il “femminiello” o l’extracomunitario; le lacrime di disperazione e la risata di pancia, la miseria
cupa e la ricchezza pacchiana, criminale» (Geo Nocchetti) • «Cresciuto nel cerchio dei grandi interpreti della canzone partenopea, ha rubato
i segreti dell’interpretazione “in giacca e cravatta”: storie incredibili d’amore e di coltello da cantare con la spavalderia azzimata dell’uomo forte. Poi, i ruoli storici della “sceneggiata”, un genere di spettacolo che continua a rappresentare la forma più tipica di teatro legata alle vicende della vita napoletana, una sorta di
romanzo d’appendice in parole e musica. Sono, quei copioni, spettacoli senza freno in cui
si dà fondo al sentimento popolare, in cui il duello viene prima o dopo il
tradimento, la prostituzione implica la necessità di redimersi, la droga e il degrado trovano rappresentazione e, al tempo
stesso, condanna senza appello. In
’O zappatore, il più celebre dei titoli (e dei personaggi) interpretati, Merola è perentorio, massiccio, coperto da un mantellaccio campagnolo. Fa irruzione nel
salotto elegante dove il figlio, come finzione comanda, butta via il tempo tra
femmine lascive e alcol a fiumi. Impone al denegere, con maestà, la propria legge di faticatore integerrimo, lo costringe a ravvedersi e sputa
disprezzo sulle donnacce traviatrici. Musica, musicanti!, grida all’orchestrina da ballo, la gola così straziata ed eloquente che pochi, in sala, ce la fanno a non commuoversi. In
fondo, don Mario trasporta tutto questo nella propria famiglia,
tradizionalissima e unita. Ha cresciuto non solo i tre figli avuti dalla moglie
Rosa, ma anche altri tre ragazzi, affidatigli da un parente in punto di morte.
Quando l’unica figlia, Loredana, si è sposata, ha voluto per lei un matrimonio fastoso, in stile hollywoodiano, con
tanto di limousine color panna, gran pranzo al ristorante, dispiego di
damigelle d’onore e appartamento di lusso. “Mia figlia va all’altare con l’abito bianco - disse, orgoglioso - e può farlo dando a questo simbolo un significato reale. Noi siamo così, teniamo ai valori di una volta”. Ama giocare d’azzardo, come ogni boss che si rispetti. Sul tavolo verde ha lasciato molto
denaro. Ma tutti sanno che onora i debiti di gioco fino all’ultimo centesimo» (Rita Sala).