Il Catalogo dei viventi 2007, 6 luglio 2011
LEVI MONTALCINI
Rita Torino 22 aprile 1909. Scienziato. Premio Nobel per la Medicina nell’86. Dal 2001 senatore a vita. «Ho odiato le vacanze da quando sono nata» • Padre ingegnere elettronico. Madre pittrice. Laurea in Medicina a Torino nel
36, allieva del famoso istologo Giuseppe Levi, costretta dalle leggi razziali a
lasciare la specializzazione in Neurologia e Psichiatria, nel 38 andò a Bruxelles, nel 47 negli Stati Uniti, dove è restata 26 anni dedicandosi alla ricerca e giungendo alla scoperta del fattore
di crescita delle cellule nervose (Ngf) • «Pochi sanno essere vecchi, sentenziò Le Rochefoucauld. Di quei pochi la sovrana è Rita Levi Montalcini. Il piglio è principesco, l’eleganza è molto piemontese: asciutta, senza sfarzo; ma curatissima nei dettagli.
Capigliatura bianca modellata con morbidezza e amore, piccoli e raffinati
gioielli al collo e ai polsi, scarpe molto femminili, con il tacco alto. “Credo che il mio cervello, sostanzialmente, sia lo stesso di quand’ero ventenne. Il mio modo di esercitare il pensiero non è cambiato negli anni. E non dipende certo da una mia particolarità, ma da quell’organo magnifico che è il cervello. Se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione
si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare”. E infatti Rita lavora sempre, instancabilmente, occupandosi di Ebri, l’istituto europeo di ricerche sul cervello di cui è stata ispiratrice ed è presidente, e della fondazione a lei intitolata che reperisce finanziamenti da
destinare all’istruzione delle donne che vivono nell’emisfero Sud del mondo. “Certo, con l’età qualche limitazione ce l’ho anch’io. Da qualche tempo ho gravi problemi di vista. Però col video ingranditore riesco ancora a leggere, anche se con più lentezza di prima. In passato mi alzavo alle quattro del mattino (ho sempre
dormito poco) e alle nove avevo già letto cento pagine. Ora, nello stesso arco di tempo, riesco a leggerne una
decina. Il che non m’impedisce di scrivere libri”. è diventata una sorta di icona giovanile. Ogni sua apparizione nelle università è accolta da festosi applausi»
• «Mio padre aveva deciso che mio fratello doveva andare all’università, mentre le sue tre figlie erano destinate alle scuole femminili per affrontare
il ruolo che spettava loro di future mogli e madri. Alla donna, da bambina,
nell’era vittoriana, si insegnava ad essere graziosa e gentile. Che ingiustizia. Ne
ho sofferto moltissimo» (da un’intervista di Leonetta Bentivoglio) • «Mi sentivo inferiore da ogni punto di vista, intellettuale e fisico.
Intellettualmente il mio idolo era Gino, il fratello più grande, mentre Paola, la mia gemella, era molto portata per l’arte. Tra loro due ero come il brutto anatroccolo, perennemente giudicata e
inibita da un padre severo, che mi incuteva timore. Ogni suo desiderio doveva
essere esaudito. è stato questo a farmi decidere di non sposarmi mai. Avevo tre anni quando ho
pensato: da grande non farò la vita che sta facendo mia madre. Mai avuto più alcuna esitazione o rimpianto in tal senso. La mia vita è stata ricca di ottime relazioni umane, lavoro e interessi. Non ho mai
sperimentato cosa volesse dire la solitudine»
• Essere ebrea non è mai stato per lei motivo d’orgoglio né d’umiliazione: «Non sono ortodossa, non vado mai in sinagoga. Sono totalmente laica, non ho
ricevuto alcuna educazione religiosa. Mio padre ci diceva: siate liberi
pensatori» • Nel 51, alla Washington University di St. Louis, osservò per la prima volta l’effetto esercitato dal trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell’embrione di un pulcino. Quel fenomeno, la cui scoperta le avrebbe fatto meritare
il Nobel, fu chiamato “Nerve Growth Factor”: «Ci arrivai con la fortuna e l’istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell’embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non
rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l’ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni.
Per questo decisi di non mollare»
• è stata legatissima alla gemella Paola, artista morta il 29 settembre 2000. Nel Cantico di una vita (Raffaello Cortina Editore, 2000) Rita ha raccolto le lettere che si sono
scritte, in Un universo inquieto (Baldini e Castoldi, 2001) ne ha narrato l’apprendistato con Felice Casorati, l’isolamento nel dopoguerra, il passaggio al non-figurativo e all’astratto, l’approdo a tecniche non pittoriche: «Paola non è stata valorizzata quanto meritava, ma a lei non importava nulla dei mercanti.
Ora che è scomparsa si moltiplicano i riconoscimenti. Quando vivevo in America, mi
chiedevo se un mio rientro in Italia mi avrebbe dato modo di godere della sua
vicinanza e di comunicare con lei. Mi domandavo se saremmo finalmente vissute
vicine, godendo del vincolo affettivo che ci ha sempre legate, e se avrei avuto
accesso al mondo da cui Paola attingeva la sua straordinaria capacità creativa»
• «Sapevo cucinare bene, anche se non mi piaceva molto. Ricordo che in America
stavo con molti fisici ebrei russi e facevo loro una cucina piemontese che in
realtà era totalmente inventata» • è tra i sette senatori a vita che, con il loro appoggio, hanno consentito al
governo Prodi II di governare. Benché decana di palazzo Madama, ha lasciato che, in occasione delle votazioni per il
presidente del Senato, l’assemblea fosse guidata da Oscar Luigi Scalfaro. Si è però sottoposta senza cedimenti alla lunga maratona che ha portato all’elezione di Franco Marini.