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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

GABETTI

Gianluigi Torino 29 agosto 1924. Banchiere. Presidente dell’Accomandita che controlla la Fiat (Giovanni Agnelli e C.) • «L’arrivo di Gianluigi Gabetti al vertice della Giovanni Agnelli e C. comincia con
una stretta di mano a New York. Era l’autunno del 71, e il finanziere stava concludendo il risanamento della Olivetti
Corporation of America di cui teneva le redini da sei anni. L’Avvocato rimase colpito da quest’uomo discreto, che aveva il sangue del banchiere e il dna del manager, così gli offrì di rientrare in Italia come direttore generale dell’Ifi, la holding finanziaria della famiglia. Gabetti accettò, e un anno più tardi era amministratore delegato, carica che avviava il lungo sodalizio con la
Fiat, di cui sarebbe stato anche vicepresidente. È stato regista delle operazioni importanti, consigliere ascoltato nelle
occasioni difficili. La Giovanni Agnelli e C. È la società in cui, con pesi e quote differenti, sono riuniti tutti i discendenti del
Senatore che fondò la casa torinese nel 1899. È la punta di una piramide azionaria sotto la quale sono la holding del gruppo
(Ifi) e, a cascata, la finanziaria Ifil e la Fiat stessa. Gli ultimi due
presidenti sono stati Gianni e Umberto Agnelli. La designazione di Gabetti
rappresenta una discontinuità solo formale. Trentatré anni nel gruppo hanno trasformato il finanziere, più volte definito come il “civil servant della famiglia Agnelli”, in “uno di casa”. Dopo la scomparsa del presidente Fiat È stato ancora una volta ritenuto la figura più adatta per rappresentare il passato e garantire la continuità degli impegni futuri. Laureato in Legge, Gabetti nasce banchiere alla Comit,
dove impara le logiche della finanza e diventa presto dirigente, prima di
spiccare il volo oltreoceano e assumere, nel 65, la guida della Olivetti
Corporation of America, compagnia nata dalle ceneri della Underwood. Nel 71
entra all’Ifi, trasformandosi alla svelta nel gran consigliere degli Agnelli negli affari
internazionali. Esperto e riservatissimo, ispira la strategia globale del
gruppo. Cruciale la partecipazione all’operazione Lafico, quando si tratta di negoziare - insieme con Franzo Grande
Stevens - la delicatissima partita del riacquisto delle azioni possedute dai
Gheddafi. Il nome di Gabetti appare in tutte le vicende che segnano la storia
della Fiat. Segue l’industria, ma non abbandona la finanza: per tre anni (84-87) È presidente di Rinascente, poi È consigliere dell’Istituto San Paolo. Dal 93 sale alla vicepresidenza del gruppo del Lingotto, e
nel 99 decide di ritirarsi a vita privata: ha 75 anni e - come vogliono le
regole della Fiat - deve rinunciare alle cariche ufficiali. Si rifugia così nel “buen retiro” svizzero, viaggia, si dedica ai suoi hobby, la musica classica (ha un debole
per Bach ed È presidente dell’associazione Lingotto Musica) e la lettura. Ma il destino ha per lui un ritorno
fra gli onori. Alla morte di Gianni Agnelli, Umberto gli affida l’Ifil e la vicepresidenza dell’accomandita. Anche in quell’occasione, la famiglia decide in fretta e gli riconferma la fiducia. Nel
dicembre 72 Il Mondo lo ha definito il “chirurgo dell’Ifi”, e questo perché era stato chiamato a riorganizzare il folto universo di partecipazioni che
affollavano la cassaforte della famiglia, un universo che, oltre alla Fiat, era
allora popolato dalla Fratelli Fabbri alla Riv-Skf. Gabetti ricambiò con una delle rare interviste a tutto campo concesse alla stampa e illustrò appassionatamente la convinzione che esistesse una faccia buona del
capitalismo, che l’attività di impresa dovesse avere per fine il profitto, ma “nell’ambito di un contratto sociale” che assicurasse la compatibilità e la coerenza degli obiettivi di impresa con gli indirizzi della società in cui ci si trova ad operare. Erano concetti moderni per essere gli anni
Settanta, frasi che illustrano bene che cosa di Gabetti abbia affascinato gli
Agnelli» (Marco Zatterin).