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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

DI PIETRO

Antonio. Montenero di Bisaccia (Campobasso) 2 ottobre 1950. Politico. Nel 2006 eletto alla
Camera. Ministro delle Infrastrutture nel Prodi II. «Bisogna migliorarsi dal primo all’ultimo giorno della vita» • «È il Roberto Baggio della politica: ha dribblato tanti ostacoli e, molto spesso,
la coerenza» (Enzo Biagi) • Emigrato in Germania nel 71 ha lavorato come operaio e, dal 73 al 77, È stato impiegato tecnico al ministero della Difesa. Nel 78 si laurea in
Giurisprudenza all’Università Statale di Milano. Segretario comunale nel comasco e commissario di polizia,
nell’81 entra in magistratura. Dall’85 al 94 È sostituto procuratore della Repubblica di Milano, nel 92 avvia l’inchiesta di Mani Pulite. Nel maggio 96 È ministro dei Lavori pubblici, carica da cui si dimette nel novembre dello
stesso anno. Dal 97 senatore della Repubblica. Nel 1998 fonda il movimento l’Italia dei valori
• Da ragazzo È rimasto «in seminario per tre anni ma, dice lui, “non fui chiamato né da Dio né dal diavolo”; a differenza dei suoi cugini missionari, uno attualmente in Amazzonia, l’altro — specializzato in luoghi complicati — oggi in Iran dopo un lungo periodo nel Kashmir pachistano. La mancanza della
vocazione spinge il tredicenne Antonio a spostarsi a Roma, dove frequenta la
scuola superiore delle Telecomunicazioni che si paga facendo il muratore; il
diploma gli serve per svolgere il servizio militare vicino a casa, a Chieti,
dove per 15 mesi È istruttore delle reclute nel locale reparto di fanteria, addetto appunto alle
comunicazioni. Appena congedato, si trasferisce in Baviera dove lavora come
operaio in una fabbrica di metalli, e intanto partecipa ai concorsi per i quali
ha i titoli. Il primo che vince È dell’Aeronautica militare, che lo destina a Milano a occuparsi di manutenzione dei
radar. Si sposa e a 24 anni si iscrive a Legge, dove ottiene la laurea nei
tempi giusti. Vince subito un secondo concorso, quello di segretario comunale,
mestiere che svolge in una quantità di paesini dell’Alta Lombardia e che gli consente di impratichirsi della macchina burocratica;
parallelamente arrotonda lo stipendio lavorando come contabile per alcune
imprese edili e come amministratore di condomini (“e lì ho imparato a leggere fra le pieghe dei bilanci”). Vince il terzo concorso, commissario di polizia, e dopo un breve periodo a
Roma si aggrega al commissariato milanese di corso Monforte, sezione di Polizia
giudiziaria, mettendo assieme tanto marciapiede e un po’ di Digos. L’ultimo concorso vinto riguarda la magistratura, e da qui comincia il tratto di
strada sotto i riflettori, dall’inchiesta Tangentopoli all’ingresso in politica, sino alla fondazione di un partito» (Paolo Condò)
• «Che tempi, quei tempi! Francesco Saverio Borrelli scriveva: “Ha capacità di lavoro e produttività eccezionali grazie a vigore intellettuale, memoria e resistenza fuori dal
comune”. La Voce titolava: “Così eroe, così normale”. Maurizio Gasparri tendeva entusiasta il saluto romano: “È un mito: mejo lui del Duce”. Silvio Berlusconi gli rendeva omaggio: “Le mie televisioni sono al suo servizio”. Romano Prodi lo blandiva: “Quello lì dove va si porta dietro i voti come la lumaca il guscio”. Perfino Cesare Previti giurava: “Nel Polo l’accoglieremmo a braccia aperte”. Per non dire di Francesco Cossiga: “Ha le qualità morali per andare al Quirinale”. Tale era l’entusiasmo, per quel pm dai modi spicci che sbagliava l’accento su “inebÈtito” e sventagliava raffiche di “embÈ” e intimava alla sinistra di “non fare inguacchi”, che un sondaggio Cirm decretò che il 72% degli italiani lo avrebbe voluto accanto come compagno d’ombrellone e un altro sondaggio di Elle lo immortalò come l’uomo più sexy del pianeta dopo Harrison Ford. E quei discolacci di Cuore presero a
incensarlo con una rubrica che imitava le copertine di Molino per la Domenica
del Corriere e ogni settimana lo salutava agghindato come Superman e impegnato
in imprese pazzescamente impossibili» (Gian Antonio Stella)
• «Durante gli anni di Tangentopoli io non capivo niente. Stavo dentro al tribunale
venti ore al giorno, non leggevo i giornali, non guardavo la tv. Sapevo solo
che dovevo correre, incastrarne quanti più possibile prima che gli altri mi fermassero. Da piccolo sognavo di scrivere un
rigo nella storia del mio paese. Volevo contribuire a sfasciare un sistema
vergognoso, immorale. Raul Gardini, lì forse ho sbagliato. Sapevo che Gardini mi avrebbe portato al Pci e alla catena
dei giornalisti corrotti. Gardini sa che È venuta la sua ora, i suoi avvocati mi chiamano e concordiamo la presentazione
spontanea in Procura. C’È un mandato di cattura sul suo capo e dunque i miei uomini iniziano a cercarlo.
Mi avvertono che È giunto a Milano e chiedono: lo arrestiamo? Dico di no, l’accordo con i legali fissava all’indomani mattina, ore 8,30, l’incontro con me. Se lo avessi fatto arrestare non si sarebbe ucciso. Lì ho sbagliato. Mi sono dimesso dalla magistratura per difendere il mio onore.
Sono stato accusato di tutto: dall’attentato agli organi costituzionali fino alle molestie sessuali. Uscito pulito
da tutto, e soltanto grazie alle mie forze. Stavo a Roma per fatti miei,
squilla il cellulare: sono Silvio Berlusconi e la chiamo dall’ufficio del presidente della Repubblica. Vorrei avere il piacere di incontrarla
per proporle un incarico di governo. La proposta ha il pieno consenso del
presidente, che È qui vicino a me. L’aspetto in via Cicerone, 40... Restai a bocca aperta, il capo dello Stato che ti
chiede... Presi tempo, telefonai a Davigo che mi disse: da me È venuto La Russa ad offrirmi da parte di Fini l’incarico di ministro della Giustizia. Faccio chiamare Scalfaro da Borrelli. Dopo
cinque minuti Davigo mi richiama e mi dice che Scalfaro non ha chiesto niente né patrocinato niente. Io ci metto due minuti per rifiutare l’incarico di ministro dell’Interno. Col senno di poi forse avremmo fatto meglio ad accettare. Io all’Interno, Davigo alla Giustizia: pam, pam, pam. Io ho detto no, e guardi non È facile rifiutare un incarico così. Ero forte, fortissimo e potevo invocare l’immunità, chiamarmi sempre fuori. Invece dodici minuti dopo che giunge l’avviso di garanzia, la famosa questione Pacini Battaglia, io mi dimetto anche da
ministro dei Lavori pubblici. Dodici minuti, capito? Certo, ho sbagliato quando
ho fondato i democratici senza Prodi. Hanno succhiato il mio sangue e poi mi
hanno lasciato alla porta. Ho sbagliato a non dimettermi dal Parlamento quando
mi dissociai dalla maggioranza e votai contro il governo Amato perché sapevo di che pasta È fatto quell’uomo. Nel mio intervento c’era scritto: esco dalla maggioranza di centrosinistra ed esco da questo
Parlamento. L’ultima frase non l’ho letta, che fesso sono stato!» (da un’intervista di Antonello Caporale)
• Tifa per la Juventus.