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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

BUCCHI

Massimo Roma 18 settembre 1941. Vignettista. Della Repubblica. Figlio del compositore
Valentino Bucchi • «Non aggredisce il luogo comune, ma lo sorvola e lo aggira» (Eugenio Scalfari) • «Pensavo di fare Architettura. Da sempre lo desideravo. A tre mesi dalla maturità ho deciso di cambiare e mi sono iscritto a Lettere. Ho impiegato quindici anni
per laurearmi. Solo per finire la tesi ho impiegato cinque anni. Ho fatto il
cronista all’Avanti nella prima metà degli anni Sessanta, poi mi sono messo a fare il grafico, professione della
quale ignoravo l’esistenza. Infine sono diventato art director per un’agenzia di pubblicità che lavorava per l’Iri. Ricordo che vi collaborava anche Franco Fortini. Era il 1967. Per darti un’idea in quale epoca eravamo calati, basti dire che uno che avesse cambiato nella
vita più di due lavori era considerato uno spostato. Io approdai all’ennesimo mestiere il 2 gennaio 1968. Andai a lavorare in Mondadori occupandomi
delle copertine di alcune loro collane. Poi passai alla Giunti. Ricordo che in
quegli anni la grafica dei libri aveva fatto passi da gigante. Feltrinelli e
Einaudi dettavano legge. Su tutti sovrastava la genialità di Munari. Una volta mi presentai a Bob Noorda, uno dei grandi art director
dell’Europa degli anni Sessanta. Lavorava a capo di una agenzia. Un giorno vede i
miei lavori, gli piacciono, parliamo. Mi considero praticamente assunto. A quel
punto mi scatta dentro l’inquietudine, mi vedo già vecchio, dietro un tavolo a occuparmi di lettering. All’epoca non c’erano i computer e i caratteri che si usavano bisognava disegnarli con il
compasso e il tiralinee. Per cui la volta dopo incontro nuovamente Noorda e gli
mostro un monotipo a olio che avevo ricavato su vetro. Lui guarda questa cosa
con orrore. Immagina di avere di fronte un Max von Sydow. Pensalo senza
Bergman, ma con la stessa plumbea severità. Mi disse: scusi, ho sbagliato, credevo che lei fosse un grafico non un
artista. Negli anni Settanta tornai a Roma. Poi un giorno seppi che avevano
aperto un nuovo giornale, la Repubblica» (da un’intervista di Antonio Gnoli).