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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

BOCELLI

Andrea Lajatico (Pisa) 22 settembre 1958. Cantante. «Canta le canzoni come l’opera e l’opera come le canzoni» (Alberto Dentice)



VITA È l’artista che ha messo in collegamento la lirica e il pop • È nato con un glaucoma congenito. È diventato completamente cieco a 12 anni a causa di un colpo di testa dato
durante una partita di calcio che gli ha provocato un’emorragia cerebrale • Da bambino suonava l’organo in chiesa e cantava ai compleanni. Prima vittoria in una competizione
musicale: il Margherita d’Oro di Viareggio dove cantò ’O sole mio. Laurea in Legge a Pisa, lavoro per un anno nello studio di un avvocato. Prime
lezioni di canto dal maestro Luciano Bettarini. Per arrotondare suonava in
pianobar e osterie • Scoperto da Zucchero, che gli fece incidere Miserere con lo scopo di convincere Pavarotti a cantarla. Fu lo stesso Pavarotti a
confermargli che, per il suo tour europeo, sarebbe stato bene che Zucchero si
facesse accompagnare proprio da Bocelli • «Era un oscuro pianista di pianobar, ancorché dotato di laurea in Giurisprudenza. La sua famiglia, dedita al commercio, ne
aveva assecondato volentieri la passione per il canto e per la classica; il suo
maestro era il tenore Franco Corelli, dal quale andava a prender lezioni a
Torino. Si esibiva nei locali della sua Toscana, sorprendeva i clienti con l’uso di un doppio registro, classico e pop. Fra una canzone di Baglioni e un Nessun dorma, una sera lo ascoltò (e prontamente lo adottò) Michele Torpedine, allora manager di Zucchero» (La Stampa) • Fosse stato per lui avrebbe iniziato con la musica classica: «Sapevo già la risposta: caro ragazzo, lei non vede la bacchetta del maestro. Sarebbe stato
come andare alla Ferrari e dire: buongiorno, mi fate fare un giro con una “rossa”? Mi avrebbero mandato lo psicanalista. Ricordo quando mi informai per prendere
lezioni di canto. Mi dicevano: lascia perdere, non È roba per te» • Esordio nel 94 al Festival di Sanremo (sezione Giovani) dove vince con Il mare calmo della sera. L’anno dopo partecipa tra i big con Con te partirò (la versione inglese, Time to say goodbye, vendette quasi 3 milioni di copie). Nello stesso anno interpreta MacDuff nel Macbeth di Verdi, canta con Pavarotti a un concerto di beneficenza a Modena e si
esibisce davanti a Giovanni Paolo II • «Quando mi sono affacciato su palcoscenici d’opera ero famoso solo per aver cantato canzoni: molti hanno pensato fossi un
avventuriero, un corsaro. In realtà vengo da studi musicali ortodossi: pianoforte e canto. Si possono discutere i
risultati, ma io mi sono sempre impegnato affinché la musica trionfasse nella sua integrità e, se c’È un purista al mondo, quello sono io: ho sempre difeso, anche contro i miei
discografici, il canto non amplificato»
• Ha inciso quattro opere complete (La bohÈme, Il trovatore, Werther e Tosca) • Sposato con Enrica Cenzatti, È da tempo separato. Due figli: Amos e Matteo: «Convivere con un cantante non È facile: Amos, il mio figlio più grande, quando mi sente cantare mi dice spesso: “Papà, basta!”. Anche mia moglie Enrica È da compatire, costretta com’È a subire ore di prove e vocalizzi. Ogni tanto delicatamente mi dice: “Non È che sei stanco?”» (da un’intervista di Pietro Acquafredda del 98).


CRITICA «Il suo canto esprime una metamorfosi profonda, forse senza ritorno, nel
carattere “tenorile”, la voce maschile per eccellenza. Un tale successo, certamente dovuto anche
alla solidarietà per la sua difficile vicenda umana e per l’indomabile voglia di vivere che ha sempre dimostrato, non sarebbe stato
possibile solo una generazione fa. Al tempo di Corelli, Del Monaco, Di Stefano
nessuno avrebbe pensato di definirlo tenore. Nessuno avrebbe avuto l’idea di fargli incidere BohÈme e Tosca e di sottoporlo al rischio del confronto con altri interpreti, così più sicuri nel sostegno del fiato, nella potenza, nel colore, in una parola nella
qualità della voce che distingue un cantante lirico da uno leggero. E il pubblico
sarebbe stato un giudice severo, ascoltando un E lucevan le stelle così levigato e timido, estraneo a quell’impeto di passione e di disperazione che pulsa nel canto di Mario Cavaradossi
all’alba del suo ultimo giorno. Nessuno di quella giuria lo avrebbe premiato. Oggi
no, oggi la sua voce delicata, non aggressiva, mai perentoria, convince. Il
gusto cambia, radicalmente: all’inizio del Settecento piaceva la voce senza sesso degli “evirati cantori”, alla fine li chiamavano “capponi”, e così nacque il bisogno di ascoltare delle credibili voci maschili: i tenori. Un
secolo fa se un tenore non esagerava nel singulto verista, erano fischi:
adesso, quei suoni ci sembrano muggiti, preferiamo lo stile. Pavarotti È stato la sorpresa di una voce bella, morbida, però ancora possente, sbalzata; Bocelli porta a compimento una progressiva perdita
di peso, di autorevolezza specifica della voce virile. Il maschio non batte più i pugni, neppure quando canta. A ogni epoca i suoi tenori, e nella nostra
sembra ormai aver perduto ogni senso comune la distinzione tra canto lirico e
canto leggero: Bocelli passa da
Sentimento alla Gelida manina sempre con la stessa voce, cosiddetta di tenore» (Sandro Cappelletto) • «Il solfeggio È un optional, l’intonazione È tutta personale, l’accento di un pavarottismo “vorrei ma non posso”» (da una celebre stroncatura di Francesco M. Colombo sul Corriere della Sera) • «Mi spiace, ma devo dichiararmi del tutto incompetente. E il motivo È semplicissimo: non ho mai sentito cantare Bocelli» (la volta, era il 99, che chiesero un parere a Paolo Isotta, critico del
Corriere della Sera).



FRASI «Mi consola che anche la Callas... Di tutto scrissero, certi critici. Di tutto. E
su Franco Corelli, Mario Del Monaco. Giorgio Gualerzi arrivò a scrivere: “Del Monaco, che viene dalla scuola del muggito...”. Del Monaco! Diceva Wilde: “La gente tutto ti perdona, fuorché il successo”» • «Sono contentissimo di rappresentare un fenomeno controcorrente: io rifiuto di
seguire il modo di cantare di oggi, che annulla l’uso del portamento. Seguo la tradizione del periodo d’oro dell’opera, così si arriva dritto al cuore della gente» • «Ci sono tante partiture che non canterò mai perché non sono adatto. Una volta c’erano maggiori possibilità per i cantanti di provare le opere in teatri di provincia fino a capire bene
quali erano le più congeniali alla loro voce. Oggi la frenesia e i problemi economici fanno
correre molti più rischi e non sempre si canta quello che ci È più congeniale» • «Non amo i cantanti che si propongono da soli. Bisogna essere chiamati dagli
altri, bisogna sentirsi dire: “Please, sing for us!”» • A quelli che dicono che ha successo perché È cieco: «Sul serio c’È chi immagina che sia un vantaggio? Se c’È chi lo pensa È un pazzo furioso. Non mi ci metto neanche a spiegare cosa vuol dire esser
cieco. Qual È il danno non solo personale ma anche professionale. D’altra parte, guardi: se fosse un vantaggio si chiamerebbe vantaggio, non
handicap. In questo campo poi! Con il giro d’affari che c’È nel mondo della musica!» (da un’intervista di Gian Antonio Stella).



VIZI «Io sono, per carattere, meticoloso, e da quando ho iniziato a cantare, il tarlo
della tecnica del canto mi ha rosicchiato giorno dopo giorno, tanto che mia
moglie a un certo punto non ne poteva più. Alla fine però l’impegno paga» • «Mai fumato, niente alcolici. La voce risente di tutto. Conta anche non sforzare.
Il canto non dev’essere mai fatica» • «Ho un’idea tolstojana della vita. Credo che gli uomini siano strumenti della storia.
La storia si fa da sé. Noi decidiamo solo dove posare il piede. Ma la direzione È preordinata».