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 2011  luglio 06 Mercoledì calendario

BAGGIO

Roberto Caldogno (Vicenza) 18 febbraio 1967. Ex calciatore. «Ho giocato tutta la carriera con una gamba e mezzo».



VITA Ha giocato con Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter, Brescia.
Con la Nazionale (debutto contro l’Olanda il 16/11/88, 1-0) è stato vicecampione del mondo nel 94, bronzo nel 90. Ha vinto lo scudetto con la
Juventus nel 1994-95 e con il Milan nel 1995-96, la coppa Uefa con la Juventus
nel 1992-93, la coppa Italia nel 94-95 sempre con i bianconeri. Pallone d’oro nel 93 (terzo italiano dopo Gianni Rivera e Paolo Rossi ad aver conquistato
il riconoscimento di miglior calciatore europeo), secondo nel 94, 8° nel 90. 23° nel 95, 25° nel 2001. Nomination anche nel 98. Sposato dal 1 luglio 1989
• Talmente appassionato di calcio, che a 17 anni non si presenta all’esame di diploma da ragioniere e preferisce andare in ritiro con il Lanerossi
Vicenza (serie C). Carriera determinata dagli incidenti e in particolare dal
primo, contro il Rimini allenato da Arrigo Sacchi, entra in scivolata e gli
saltano crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale del ginocchio
destro. Sua descrizione dell’intervento chirurgico: «Mi hanno bucato la testa della tibia col trapano, poi hanno tagliato il tendine
e passato dentro il buco, lo hanno tirato su e fissato con duecentoventi punti
interni... la gamba destra era diventata così piccola che pareva un braccio». Trionfi in ogni caso a Firenze, dove diventa così popolare che la città scende in piazza quando sa che è stato comprato dalla Juve per 18 miliardi, e a Roma dove forma con Schillaci
una formidabile coppia nei Mondiali del 1990 (l’allenatore Vicini, però, cede alle insistenze di Vialli che vuol giocare a tutti i costi e lo tiene in
panchina per troppo tempo nella semifinale contro l’Argentina: siamo eliminati ai rigori)
• Tornato dai Mondiali, Baggio si prende a poco a poco la Juve: diventa capitano
nella stagione 92-93, poi vince la coppa Uefa battendo in finale il Borussia
Dortmund. Vince quindi il Pallone d’oro e il premio Fifa Player davanti a Romario e Stoichkov. Quindi, convocato da
Arrigo Sacchi, parte per i Mondiali negli Stati Uniti (1994). Nonostante una
baruffa con Sacchi che lo ha giustamente rimpiazzato con un difensore nella
seconda partita, Baggio diventa rapidamente l’eroe anche di questa manifestazione: segna due gol alla Nigeria, poi batte
Spagna e Bulgaria e arriva stanchissimo e leggermente infortunato alla finale
con il Brasile. Sacchi non ha il coraggio di sostituirlo, lui insiste che ce la
farà, va in campo e non combina niente per tutta la partita. Sbaglia (con Massaro e
Baresi) addirittura uno dei cinque rigori con cui ci si gioca il titolo (l’Italia perde, il Brasile è campione del mondo)
• Contro il Messico, vedendolo vagare per il campo con aria persa, l’avvocato Agnelli lo battezza “coniglio bagnato”. Platini, a richiesta, lo giudica un “nove e mezzo”, cioè un calciatore che tiene in campo una posizione bastarda e che per gli
allenatori è difficile da collocare. I giornalisti lo chiamano “codino”, perché porta i capelli lunghi, raccolti in una coda di cavallo. Lippi, nuovo trainer
della Juve, gli chiede di riferirgli gli umori dello spogliatoio. Baggio la
prende come una richiesta di far la spia e si rifiuta. Tra i due c’è una rottura definitiva e per Baggio comincia un calvario: passa da una squadra
all’altra e gli allenatori gli preferiscono sempre gente meno dotata ma più docile agli schemi. Va al Milan, poi al Bologna, quindi gioca il mondiale di
Francia (1998) dove Baggio fa il suo dovere, ma dove Cesare Maldini gli
preferisce tendenzialmente Del Piero
• Infine approda al Brescia, dove nessuno contesta il suo stato di maestro. In una
squadra con ambizioni contenute e che gioca per lui, Baggio incanta il pubblico
e la critica, al punto che, infortunato per l’ennesima volta, guarisce a tempo di record e spera, sull’onda anche di una forte campagna di stampa, di essere convocato per il Mondiale
di Giappone-Corea, che sarebbe il suo quarto. Ma l’allenatore della Nazionale Trapattoni lo ignora. Gioca l’ultima partita il 16 maggio 2004, a San Siro contro il Milan (4-2 per il Milan).



CRITICA «Il destino massmediologico di Roberto Baggio è simile a quello di Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini. A cavallo degli anni
Novanta, a parte qualche sacca (Firenze e rari estimatori) Baggio era
considerato un giocatore non molto intelligente e non molto brillante. Come
Jovanotti era deriso se non addirittura schifato. Come Jovanotti è diventato, un decennio dopo, una specie di guru, un simbolo di libertà, fantasia, ribellismo pacifista contro le dittature (tattiche). Quasi un santo
no global. Ovviamente ci si dimentica di quando Baggio giocava mediano nella
Juve o non giocava affatto nella medesima, mentre trovava posto nella Nazionale
sacchiana. Ci si dimentica di molte cose da quando Baggio è diventato un’icona. Durante una trasferta in Svizzera dell’autunno 87 con l’Under 21 di Cesare Maldini (una delle sue prime convocazioni in azzurro) se ne
stava da solo, con le cuffie di un walkman eternamente infilate nelle orecchie.
I suoi compagni, alcuni dei quali non hanno poi raggiunto la sua bravura e la
sua fama, lo guardavano con sufficienza. E la stampa, che ora lo esalta unita e
partecipe, lo trattava con identico distacco, felice di riprendere e
negativizzare le battute di Platini (“non 10 è 9,5”) e quelle dell’Avvocato (“un coniglio bagnato”). Paradossalmente, come spesso accade in questo strano Paese in cui viviamo,
Baggio è diventato il calciatore italiano più amato in Italia quando ha imboccato la strada in discesa che porta a fine
carriera. Più che all’inizio degli anni Novanta nella Juve di Maifredi (con cui andava d’accordissimo) e in quella di Trapattoni (meno); più che nei suoi anni d’oro, il 1993 quando conquistò la coppa Uefa con la Juve (il suo primo trofeo: rileggiamo, per favore, quando
di Baggio scrivevano che aveva vinto solo i tornei estivi dei bar) e venne
proclamato miglior giocatore europeo (Pallone d’oro) e mondiale (Fifa World Player) o il 1994, quando attraversò gli Stati Uniti coast to coast con i suoi gol e la sua sfortuna (e nessuno s’indignò con Vialli che prese in giro lui e gli altri azzurri); più che nei giorni degli scudetti, con la Juve e con il Milan; più che per i suoi successi, insomma, Baggio è diventato veramente popolare il giorno in cui è diventato il simbolo del catenaccio al destino, rappresentato da allenatori
senza cuore. Respinto da Milano (Sacchi prima e Capello poi), chiuse le porte
di Parma (Ancelotti), costretto a proseguire lungo la via Emilia, Baggio arrivò a Bologna. Lì si è trasformato dal grande campione misconosciuto che era nel campione non più giovane che sa strappare al declino momenti di splendida rivalsa tecnica: 30
presenze e 22 gol nella stagione 1997-98 e via, al Mondiale francese a
contendere al ragazzo Del Piero, colui che l’aveva spinto via dalla Juve, il ruolo dell’alchimista di palloni. E proprio in quel Mondiale, il terzo e ultimo della sua
carriera, c’è la foto che immortala e sintetizza l’esistenza sportiva di Baggio. Quel tiro al volo, in perfetta coordinazione, nel
secondo tempo supplementare con la Francia che passa vicino al palo alla destra
di Barthez. E lui, Roberto, che fa segno con le mani: tanto così. Già, tanto così: a Baggio è mancato, per pochi centimetri, qualcosa. Non si tratta di classe, ma di
compiutezza. In quei centimetri c’è tutto, sfortuna, infortuni, incomprensioni con gli allenatori, un rigore troppo
alto e una parola di troppo. Baggio è diventato popolare nella fase finale della sua carriera perché è diventato l’uomo dei sogni. Come tutti ne inseguiva uno e questo l’ha fatto avvicinare alla gente, anche a quelli che lo prendevano in giro quando
era veramente grandissimo. Per questo si può dire che è un “9,5” non per altro» (Roberto Perrone)



VIZI S’è convertito al buddismo a Firenze, diventando seguace della Soka Gakkai: «Baggio prega. Due ore al giorno, ogni giorno, da quindici anni. è come una goccia di tecnologia mistica che ogni giorno va all’ammasso per costruire qualcosa che non sappiamo e non capiamo. Lui cerca il suo
Dio ogni giorno e forse lo trova. Una specie di concorrenza sleale con il resto
degli uomini che al massimo si fanno il segno della croce la sera e la mattina.
è lì la sua resistenza» (Mario Sconcerti)
• Appassionatissimo di caccia (ha una tenuta in Argentina dove appena può va a sparare): «Gli strascichi degli infortuni lo hanno condizionato, gli hanno tolto qualcosa.
Lui, come Paolo Rossi, quando si piegava sulle ginocchia doveva poi farsi il
segno della croce per rialzarsi: il calcio per loro è stato sicuramente una grande gioia ma anche una grande sofferenza. Penso che
Roberto si diverta di più con la caccia. Ha l’occhio, il senso della posizione. Per lui, come per me, il calcio era un’attività naturale, fatta con le doti fornite da madre natura, la caccia invece
richiedeva un vero impegno» (Giampiero Boniperti).