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 2011  luglio 01 Venerdì calendario

“IO E BIN LADEN VICINI DI CASA”

Il 2 maggio scorso è rimasta impietrita dalla sorpresa. Come il resto del mondo d’altra parte. Ma diversamente da tutti gli altri incollati alla televisione, mentre il presidente americano Obama annunciava che durante un’operazione delle forze speciali era stato ucciso Osama bin Laden, Anna Mahjar Barducci, stava per scoprire che il fondatore di al Qaeda, l’uomo più ricercato al mondo, abitava a 600 metri da casa sua. Nella cittadina di Abbottabad, dove lei aveva vissuto per anni con la sua famiglia. Uno scherzo del destino, quando la maggior parte degli stranieri vivono nella cosmopolita Islamabad o nella culturale Lahore, lei era finita in quella cittadella militare, sede di villeggiatura per chi voleva sfuggire dal caldo afoso della capitale, piccolo presidio al confine con le aree tribali, roccaforti dei talebani.
Era finita lì e aveva imparato a conoscere quel mondo che si animava intorno alla casa di Bin Laden, all’oscuro del fatto che lui ci fosse. Più di chiunque altro ha vissuto letteralmente all’ombra del terrore, un po’ adattandosi alle sue tradizioni e un po’ scoprendo quanto grattando sotto la superficie di quello che si sa del Pakistan , c’è dell’altro: la sottile ma inesorabile voglia dei giovani di cambiare. “È incredibile che Bin Laden abitasse a due passi da casa mia, dalle nostre finestre vedevamo lo stesso panorama”, ci dice Anna a Roma sotto un sole cocente, davanti a un tè freddo e al suo sorriso accogliente.
Racconta del Pakistan in un libro di ricette e non solo, dove la complessità di una nazione si confonde con la sua: scrittrice, ma anche un insieme di radici, di etnie, di emozioni che si intrecciano, dove le identità si moltiplicano e si confondono. Madre marocchina, padre italiano, marito israeliano. I suoi abitano in Toscana, lei ora vive a Gerusalemme, ma trascorre molto tempo negli Stati Uniti. Ha scritto Pakistan Express, vivere e cucinare all’ombra dei talebani (edito da Landau, con la prefazione di Oliviero Toscani) ed è di questo che parla, di ricette pakistane ma soprattutto di quelle persone che hanno voglia di studiare o fare festa, che lottano per affermare un diritto e qualche volta muoiono, ma anche solo del desiderio delle ragazze pakistane di indossare un paio di jeans o di ascoltare musica rock.
“LA VIOLENZA c’è in Pakistan, c’è al Qaeda e i militanti, ma ci sono anche i giovani, gli intellettuali, la lotta nonostante la paura e questi rappresentano la maggioranza. Loro hanno bisogno di essere ascoltati”. Ed è questo che vuole, far conoscere il Paese suo ma anche di Bin Laden: “Volevo raccontare l’altro Pakistan, una sorta di viaggio. E quando si gira, quello che si ricorda di un posto, sono i profumi, non potendo trasmetterli, ho pensato che il modo migliore fosse raccontare attraverso quello che si mangia: il Pakistan è piccante e intenso, come il gran masala, amaro e rinfrescante come lo zenzero, tenero, conciliante ed essenziale come il ghee”. Cibo e vita quotidiana ad Abbottabad: 1300 metri sul livello del mare, 100 mila abitanti, nota per la l’accademia militare più rinomata del Pakistan. Una terra pashtun, l’etnia dei talebani.
“La prima volta che sono uscita con i jeans e sola con mia madre, tutti ci guardavano, il giorno dopo mi sono comprata l’abito tradizionale e d’allora sono sempre uscita scortata da mio padre. Le donne non si vedono molto in giro, e l’unico diversivo era passeggiare nel mercato, ma potevo farlo solo quando mio padre rientrava dal lavoro”. In un negozietto vicino a casa sua passava l’unico che usciva dalla casa degli uomini di Bin Laden e che “comprava prodotti di marca”.
L’estremismo beve coca cola e usa internet. Così come fanno anche i popoli che si oppongono alle dittature. D’altra parte lei è marocchina: “Le rivolte arabe mi ricordano la presa di coscienza dei Paesi dell’Est Europeo, la caduta del regime rumeno è simile a quello che si è vissuto in Tunisia, o il cambiamento in Polonia con Solidarnosc, con la differenza che queste rivolte non hanno leader. I social network hanno avuto grande importanza, ma hanno due facce, così come riescono a mettere tutti in contatto, non creano una leadership come avveniva in passato”.
“LA DEMOCRAZIA del web – spiega – non fa nascere alternative. Ma una cosa è certa, si è rotto quel muro di paura che alimentava la dittatura, e le opposizioni ovunque, nonostante il rischio del radicalismo, che ben si conosce in Pakistan, continueranno anche dopo a lottare per i propri diritti, perché ora sanno di poterlo fare”.