Valerio Cappelli, Corriere della Sera 28/6/2011, 28 giugno 2011
ROMA—
Le favole si prestano a essere tirate per la giacca. Dalla versione multietnica dell’Orchestra di piazza Vittorio al Flauto nero che debutta giovedì al Festival di Ravenna. Siamo sempre in Africa, l’Egitto di Schikaneder si trasferisce in un popoloso sobborgo di Capetown. Geografia a parte, si schiuderà tutto un altro mondo: Il Flauto magico diventa un musical colorato e gioioso per orchestra di marimbe. «Non ho idea di cosa Mozart avrebbe pensato del nostro spettacolo, la speranza è che ascoltandolo avrebbe detto che è un buon lavoro...» . Il regista inglese Dornford May è meno ottimista di due «sponsor» d’eccezione che trova per la sua strada come Riccardo Muti e Simon Rattle. Il primo ha visto alcune immagini e «ne sono stato rapito, non ne sapevo assolutamente nulla, è una visione nuova, spontaneamente legata alla natura della cultura africana. Mozart così aperto e curioso si sarebbe divertito» . L’altro, il direttore dei Berliner, dopo aver visto l’edizione londinese del 2007 (dieci settimane di tutti esauriti, premi in Inghilterra e nel tour a Parigi) mandò un sms al regista: «Ho appena sentito Wolfgang, ama in maniera viscerale quello che avete fatto» . Sguardo trasversale e dunque libero, Mark Dornford-May lavora in Sudafrica dal 2000, sei anni fa vinse l’Orso d’oro alla Berlinale del cinema con U-Carmen e Khayelitsha, in cui portò l’opera di Bizet sempre a Capetown. Se l’Occidente ha posato il suo sguardo indulgente e benevolo su questo Mozart tribale, il regista non si aspettava certo che «i nostri maggiori fan fossero i puristi. Sarebbe arrogante dire che mi aspettavo critiche positive. Penso sia visibile a occhio nudo il nostro amore genuino per Mozart. E poi abbiamo dei cantanti straordinari che costituiscono il valore aggiunto» . Ecco, una delle tante amabili anomalie del Flauto nero è che i cantanti suonano anche gli strumenti, di conseguenza niente buca dell’orchestra. «Non c’è separazione tra l’Orchestra e i cantanti — spiega il regista — , che suonano tutte le note di Mozart ma sulle marimbe, strumento tradizionale africano che somiglia a un grande xilofono di legno, ma quello che utilizziamo noi è più complesso e ha una forma piatta per contenere le note della partitura» . Come cambiano i protagonisti? «Nei tratti fondamentali non cambiano, Papageno resta un cacciatore di uccelli e Tamino un principe: solo che diventano sudafricani. Non siamo andati al di là delle intenzioni di Mozart. Ci siamo limitati ad alcuni piccoli tagli della storia. Quanto alla scena, è molto semplice, si risolve in una piattaforma lignea che, nella forma e nello stile, può ricordare il teatro elisabettiano. L’essenzialità consente agli attori di essere creativi e al pubblico di usare immaginazione. I costumi riflettono la cultura, la tradizione e i paesaggi di più regioni africane» . Secondo Dornford-May, si può trarre una morale da questo viaggio simbolico attraverso la tolleranza: «È una lotta di autoconsapevolezza per una comunità che guarda al futuro; dopo la lotta per la democrazia in Sudafrica, è anche una storia su come la gente si prepara a mettere a rischio la propria vita per gli ideali di verità e giustizia» . Prossima tappa dell’afro opera che rischia di diventare un format, Puccini: «Stiamo lavorando a La Bohème in una comunità di colore. In Sudafrica la tubercolosi è il primo killer, così per noi quest’opera è una dolorosa e spezzata storia d’amore che ci riguarda da vicino» . Valerio Cappelli