Vittorio Gregotti, Corriere della Sera 28/05/2011, 28 maggio 2011
ALTARE DELLA PATRIA, UN SIMBOLO NON SI TOCCA
Coi tempi che corrono (e le relative rivendicazioni di fantasmatiche identità locali) riaprire un processo all’Altare della Patria potrebbe essere non tanto inutile, come quello del 1986, ma addirittura politicamente dannoso. Più interessante forse fare un processo alle procedure di quel tempo, purtroppo anche nella loro veste burocratica altrettanto franosa (e anche più oggi, come cercherò di scrivere più avanti) e certamente non in grado di difenderci, allora come oggi, da intrighi, spintoni, prevaricazioni, incapacità di comprensione del problema specifico che caratterizzano anche nei nostri anni i concorsi di architettura che, immaginati dalla Comunità Europea per far accedere i giovani alla professione, ne demoliscono sovente la vita come cittadini; da un lato con il loro concepire gli studi di architettura come «società di servizi» , dall’altro senza la scusante nazionalpopulista che ha condotto nella seconda parte del XIX secolo all’idea di un concorso «aperto a tutti» , popolato da molti uomini di buona volontà e di grandi ambizioni, ma da pochi architetti di qualità. Peraltro nel nostro caso tutto ciò è deliziosamente messo alla berlina dal bellissimo testo del Dossi del 1884, che scrive dei partecipanti all’ahimé «libero» concorso per il progetto dell’Altare patrio, descritto con la sua straordinaria qualità letteraria e il suo vivissimo spirito civile. Né tanto meno si può tentare di fare concorrenza al bellissimo testo di Federico Zeri che pone in evidenza il ritardo culturale della nostra classe politica, peraltro specchio della cultura di un’ampia parte della popolazione da poco riunita in nazione, non tanto in quanto inadeguata, ma piuttosto al primo passo di una richiesta, diventata oggi assoluta, nei confronti della cultura degli architetti (cultura che nei suoi rappresentanti più televisivamente noti è oggi ampiamente condivisa) di essere rispecchiamento ornamentale dello stato delle cose; rinunciando così alla responsabilità critica nei confronti della realtà connessa a ogni pratica artistica. Tutto questo è anche, nei nostri anni, sia prova del falso liberismo della classe dirigente (cioè dell’indifferenza nei confronti delle scelte ormai solo estetiche della provvisorietà), sia testimonianza di superficiale adesione a un non ben definito spirito dell’incessantemente nuovo. Né credo infine che la scelta della localizzazione sull’asse di via Nazionale che nasconde, rispetto a ciò che si considera oggi il centro di Roma, le rovine del Foro Romano sia stata così fatale, dato che l’operazione era peraltro già stata compiuta qualche secolo prima con la costruzione del Campidoglio, che supera però le differenze di quota (e le difficoltà del preesistente) con il segno di un architetto come Michelangelo, con cui ogni paragone con l’architettura dell’Altare della Patria sarebbe impietoso. È evidente a tutti che il gruppo monumentale costruito sul progetto del conte Sacconi e terminato dopo la sua morte, non ha goduto di alcun giudizio positivo da parte della critica d’arte: di questo si è occupato già ai tempi del processo del 1986, con precisione, l’architetto Giovanni Klaus Koenig. Nonostante tutto questo, l’oggetto architettonico «Altare-della-patria» si è trasformato in insostituibile «armadio (urbano) della nonna» che, al di là di ogni obiettivo giudizio sulla scarsa e insieme ridondante qualità dell’opera, è ormai un testimone insostituibile della memoria della «famiglia Italia» , con tutte le sue faticose incertezze e qualche falsificazione intorno alla sua unità culturale. Ciò che, io credo, questo supermonumento (che oggi si cerca di utilizzare, tradendolo, anche per altri scopi) potrebbe ancora insegnare all’architettura, e soprattutto al disegno urbano, è invece proprio a proposito dei processi populisti di decisione e di scelta, di cui si è fatto cenno all’inizio di questo breve scritto. Si tratta di un merito che sembra non ascoltato nell’Italia dei nostri anni in quasi nessuna delle decisioni che vengono prese (o meglio accettate) dalle amministrazioni politiche locali e nazionali, che dovrebbero avere invece il compito di indirizzare e coordinare gli interventi secondo qualche principio di disegno urbano della parte di città, non tanto come inevitabili segni della nostra modernizzazione di imitazione, quanto della tensione verso un servizio civile capace di testimoniare in modo durevole le migliori speranze di una collettività. Gli esempi, milanesi, romani e napoletani di governo distratto o colpevole in tal senso si sprecano: e le loro provinciali imitazioni sono ancor più numerose. È noto che anche molti grandi concorsi di architettura del secolo scorso, da quello della Società delle Nazioni di Ginevra, a quelli sovietici degli anni Trenta, hanno spesso fallito ma almeno essi rappresentavano scontri tra posizioni metodologiche e ideali diverse (anche se poi ha quasi sempre vinto la cattiva architettura), mentre oggi i concorsi non rappresentano più una sezione significativa dello stato della cultura architettonica e urbana, ma semplici occasioni di mercato, pubblico o privato, a vantaggio economico o politico del gruppo provvisoriamente al potere. Da questo punto di vista non si possono negare le nobili intenzioni, sia pure espresse retoricamente e con un linguaggio classicheggiante consumato da più di mezzo secolo di esercizio eclettico, del nostro «Altare della Patria» . Temo di dover ammettere che nel caso della sua distruzione (accidentale o voluta) avrei serie difficoltà a indicare, proprio anche a livello internazionale, qualcuno in grado di assicurarne positivamente una nuova adeguata proposta.
Vittorio Gregotti