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 2011  maggio 28 Sabato calendario

VUITTON E LE SCARPE SCULTURA: «ADESSO OSIAMO DI PIU’» - L

a sfilata di Louis Vuitton era fissata per mercoledì — un mercoledì parigino della passata stagione— ma i primi piedi sinistri degli stivali in gomma con tacco e plateau (venti centimetri almeno, uno dei pezzi forti del défilé) si sono materializzati soltanto 72 ore prima. «Se non fossero andati bene, non so che sarebbe successo...» . Invece funzionavano, come ogni cosa che esce da questa fabbrica di Fiesso d’Artico, riviera del Brenta, che tutti qui si ostinano, non senza ragione, a chiamare «atelier» , in onore allo sforzo creativo/architettonico con cui la struttura è stata costruita ed ora è gestita: opere d’arte nel patio centrale che inonda di luce naturale tutti gli ambienti di lavoro, una sala d’esposizione dove le scarpe di Vuitton — in prima fila la funambolica collezione con le maschere d’Africa— si mescolano ai disegni di Warhol e alle foto di Ralph Gibson, una piccola biblioteca. «Non vendiamo scarpe, ma emozioni — dice Serge Alfandary, direttore della divisione calzature, alla Vuitton dal 2003 —. Un ambiente che trasmetta emozioni, passione, lusso è fondamentale per fare bene il nostro lavoro» .
Louis Vuitton non è in senso stretto un marchio di calzature. Nel business ci si è buttato solo nel 1998, quando ha aperto l’atelier veneto da dove escono tutte le scarpe della maison. Secondo lo studio di Millward Brown Optimors è il marchio del lusso che vale di più al mondo: 24,3 miliardi di dollari, quasi come Hermès, Gucci e Chanel messi insieme. La parte del leone la fanno le borse, ma le scarpe battono gli abiti: in 15 anni hanno fatto parecchia strada e oggi sono pronte a una nuova svolta, organizzativa e di stile.
I 14 mila metri quadrati di Fiesso d’Artico non bastano più: «È cominciata una riflessione sul piano industriale: siamo saturi di ordini per il prossimo anno, abbiamo bisogno di spazi maggiori» , dice Alfandary. L’espansione avverrà in Italia: questa, spiega, è la sola certezza. Veneto, Toscana, Marche sono le nostre regioni (insieme alla Campania, ma con una vocazione più specifica) con i distretti più forti: la scelta cadrà su una delle tre.
Svolta di stile, anche: non c’è più spazio per «certi compromessi accettati nel corso dei primi anni» , quelli del debutto— Alfandary fa l’esempio delle lineari décolleté nere con la fibbia in metallo con il logo, vendibilissime ma con poca «anima» e ricerca, «quelle che vede sono le ultime che faremo» — per sterzare convinti verso prodotti con un contenuto creativo più forte, che s’imponga come «firma» del marchio, sostituendosi quasi al logo. Crede negli estremi, Alfandary: tacchi, plateau, zeppe, oppure l’eccesso opposto, il piatto. Bocciato il mezzo tacco, che alcune maison, prima fra tutte Prada, hanno rilanciato: «Comunque la si voglia girare, invecchia chi lo porta» .
Un «estremismo estetico» che Fabrizio Viti, direttore stile delle calzature di Louis Vuitton, al telefono da Parigi definisce «più una scelta delle donne che una imposizione dello stilista. Ogni volta che torno in Italia sono sconcertato dalle altezze del tacco. Comunque in collezione restano moltissime mezze misure» . Le zeppe da 5,5 cm disegnate con Sofia Coppola, però, non sono decollate: gran bel successo per la borsa prodotta in collaborazione con la giovane regista, ma scarpe al palo.
«Amo molto i materiali veri, poco quelli troppo lavorati o inventati» , prosegue Viti, classe ’ 67, studi all’Istituto Marangoni di Milano e un’intera carriera sempre nel settore scarpe, prima da Patrick Cox poi da Gucci e Prada a riprova di come la moda, negli ultimi 30 anni, si sia specializzata (prima c’erano figure che lavoravano su tutto, Valentino, Saint-Laurent, tempi in cui l’accessorio aveva la funzione di accompagnare i vestiti e non brillava ancora di luce propria). La crisi degli Anni 90 ha cambiato tutto, scarpe e borse sono diventate più importanti del prêt-à-porter, Louis Vuitton e i numeri del suo business colossale sono lì a dimostrarlo.
Lo stile Vuitton è «nella qualità dei pellami e nella lavorazione, quasi unica. E poi stiamo cercando di creare un’identità nella semplicità, scarpe che parlino, ogni modello deve essere facilmente leggibile» , chiude Viti.
La fabbrica-atelier, 300 dipendenti di cui 200 artigiani, è un concentrato di savoir faire (espressione tanto amata dai francesi); antiche lavorazioni come la colorazione e l’ombreggiatura del coccodrillo o la cucitura a mano per i modelli da uomo sono state acciuffate al volo a un passo dallo scomparire. Una nuova generazione di giovani è pronta a tradurre gli schizzi di Marc Jacobs, lo stilista di Louis Vuitton, e Viti dalla carta alla pelle (i tacchi con piccola «bocca di pesce» della famosa collezione con le maschere africane sono state una sorta di tesi di laurea: superato quello scoglio si può fare quasi tutto).
Fino a quando l’Italia manterrà la leadership mondiale nelle calzature? «Nella scarpa la maggior parte della lavorazione non si vede — risponde Alfandary —. Il tatto è fondamentale. Provi a toccare questa ballerina: la mano scorre lungo la pelle senza trovare alcuna resistenza. Pezzi del genere si potranno fare solo qui penso per molto, molto tempo ancora» .
Daniela Monti