Marco Onado, il Fatto Quotidiano 28/5/2011, 28 maggio 2011
DOPO DRAGHI GRILLI NON BASTA
Martedì prossimo Mario Draghi leggerà la sua ultima relazione da Governatore della Banca d’Italia e la corsa alla successione, da tempo avviata sotto traccia, diventerà ufficiale. Per una carica così importante e per l’istituzione che è una delle poche che ha tenuto alto il prestigio dell’Italia in questi anni bui, prima di parlare di persone, bisogna però parlare di princìpi. Il primo è quello dell’indipendenza della Banca d’Italia, fondamentale per una Banca centrale e per la nostra in particolare e che è garantito da un processo di nomina che vede coinvolto un organo di garanzia interno (il Consiglio superiore della Banca d’Italia), la presidenza del Consiglio, il Consiglio dei ministri, il presidente della Repubblica. Il corollario di questo principio di indipendenza è che il governatore venga scelto fra le file interne della Banca, per la semplice ma decisiva ragione che più un’istituzione è autorevole e credibile, tanto maggiore è la probabilità che la persona più idonea a succedere al capo vada cercata fra i suoi più diretti collaboratori. E infatti nel direttorio della Banca d’Italia siedono oggi alcune fra le persone più stimate nelle sedi finanziarie internazionali.
La tradizione della Banca d’Italia vuole che le nomine esterne avvengano in circostanze eccezionali, come quelle imposte dal discusso stile di vigilanza adottato da Antonio Fazio. Fortunatamente quei tempi sono ormai un pallido ricordo e il prestigio della Banca è tornato ai livelli che le competono. Oggi una scelta esterna non potrebbe che essere interpretata come una rottura della tradizione e un vulnus all’indipendenza. È quindi inopportuno che il direttore generale del Tesoro, il pur apprezzato Vittorio Grilli, passi direttamente dal Tesoro alla Banca d’Italia, soprattutto dopo che Tremonti ha appena mandato il suo viceministro alla Consob. E considerazioni non diverse vanno fatte per l’altrettanto apprezzato Lorenzo Bini Smaghi. Se poi per quest’ultimo la motivazione fondamentale fosse che al poverino va trovato al più presto un posto perché scade dal consiglio direttivo della Bce, va ricordato l’esempio di Tommaso Padoa-Schioppa, di cui sentiamo sempre più forte il rimpianto per le lezioni che ci avrebbe potuto dare sulla crisi europea. Egli lasciò il suo posto a Francoforte e si guardò bene dal chiedere subito un nuovo incarico: le sue lezioni erano anche di stile.