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 2008  novembre 12 Mercoledì calendario


Pasquale Penta (1859-1904) psichiatra, ordinario di Antropologia Criminale presso l’Università di Napoli, fondò nella città partenopea nel 1896, quasi in contemporanea con quello di Cesare Lombroso, un museo che riempì con alcune centinaia di crani di briganti meridionali

Pasquale Penta (1859-1904) psichiatra, ordinario di Antropologia Criminale presso l’Università di Napoli, fondò nella città partenopea nel 1896, quasi in contemporanea con quello di Cesare Lombroso, un museo che riempì con alcune centinaia di crani di briganti meridionali. Nel 1901, sulla "Rivista mensile di psichiatria forense", da lui fondata e diretta, pubblicò il resonconto di una visita effettuata a Carmine Crocco nel bagno penale di Santo Stefano. Di seguito, il testo dell’articolo. Crocco Donatelli Carmine , nato il 1830 in Rionero (Potenza) pastore e poi militare, fu il capo-brigante più celebre delle province meridionali, che tenne la campagna dal 1861 al 1863, comandando talvolta sino a 3 mila briganti e fu chiamato perciò il Comandante Crocco. Ecco le note redatte su di lui dal Direttore del Bagno Penale di S.Stefano, quando egli vi entrò: "Delinquente gravissimo, pericolosissimo, condannato a morte e poi graziato da S.M. Vittorio Emanuele II. A lui solo sono stati imputati 74 reati, tre omicidi, grassazioni, ricatti etc., bisogna tenerlo severamente e continuamente in osservazione". Certo il Crocco fu un delinquente gravissimo, sebben forse non mai feroce, come altri briganti, Ninco-Nanco, ad es, Giona o Cipriano La Gala, ma sentiamo un po’ la sua storia. E’ individuo alto della persona (1.75) robusto, svelto, con occhio indagatore, sospettoso, attento. Non vi è nel suo corpo di straordinario che la grandezza e la sporgenza dei seni frontali e delle arcate orbitrarie, ed un cranio rispetto alla statura, non molto grande (55 cm. Di circonferenza massima). La circonferenza toracica è di 92 cm, la persona è ancora dritta e resistente, dopo una vita agitata, piena di stenti, di sofferenze, di timori e di pericoli d’ogni sorta. E’ di una intelligenza non ricca, al certo, né libera di superstizioni (anch’egli porta il rosario al collo, abitini ed amuleti), ma chiara, ordinata e sicura. Non è andato a scuola, ma durante la sua vita di pastore un po’ da sé, un po’ aiutato da qualche compagno, imparò a leggere e a scrivere in qualche modo, da potere esprimere dialettalmente i suoi pensieri sulla carta, facendosi comprendere molto bene. Che anzi egli ha potuto così scrivermi tutta la storia della sua vita, prezioso documento, che poi io ho smarrito per colpa non mia. Appena arrivato al Bagno penale di S.Stefano, dove lo mandarono dopo la grazia sovrana, con un pezzo di carbone disegnò sulle mura una croce, per dire allegoricamente ch’egli così dimenticava tutto il suo passato tumultuoso, violento, criminale, agitato, lo condannava e intendeva cambiar vita. E fu infatti così. Nel Bagno non ha dato mai molestia a nessuno, si è fatto rispettare, coll’autorità del suo nome e del suo passato, nella ciurma, ma ha rispettato tutti, specialmente gli agenti, il Direttore e gli altri impiegati; né si è unito mai agli altri per gridare, far tumulti o prepotenze: è stato sempre a suo posto; ma non ha mancato nelle occasioni di prestare il suo aiuto, il suo consiglio, il suo soccorso ai sofferenti (accolto nella infermeria del Bagno per Bronchite catarrale, appena in convalescenza e volontariamente era divenuto un ottimo infermiere). Non ha voluto far mai valere la sua autorità e il rispetto che incuteva agli altri, se non per consigliare alla tranquillità, alla calma, alla disciplina e al lavoro. Egli stesso non disdegnava punto il lavoro, e non sapendo che altro fare, né permettendogli la vigilanza speciale, di uscire per occuparsi di fatiche campestri, faceva calza, le quali nel Bagno godevano fama di ottima fattura. Aveva dei sentimenti anche generosi e nutriva profonda gratitudine per Vittorio Emanuele che gli aveva fatto grazia della vita, mentre mostrava tutta la sua collera e il suo dispetto pel Cardinale Antonelli il quale, oltre ad averlo ceduto al governo Francese, che poi lo consegnò alla Italia, gli frodò anche 25 mila lire di cui lo rese depositario nell’atto che a lui si costituiva, sfuggendo all’inseguimento dei soldati italiani. Si ricordava con affetto dei genitori, degli amici, del suo paese e delle sue campagne, nonché dei nipoti del fratello, cui egli impedì di farsi anche brigante, non volendo vedere estinta la sua famiglia e il proprio cognome. (Il Prof. Lombroso ricorda questo fatto nell’Uomo delinquente, a proposito della vanità e dell’orgoglio dei criminali). Conservava dunque una quantità di buoni sentimenti e di dolci ricordi, i quali mostravano che la sua natura non era affatto primitivamente immorale, o viziosa, non efferata e triste; per quanto egli avesse dato prova anche di odi violenti e d’impulsività nella vita di brigante. Era, come tutte le nature primitive, capace di bene e di male, di generosità e di malvagità, di affetto e di collera cieca, che potevano mostrarsi o prevalere, a seconda le circostanze e gli uomini. C’era però in lui, forse, il germe della pazzia materna, morta nel manicomio di Aversa nel 1851, pazza pel dolore della carcerazione del marito, e ci era lo esempio del padre omicida; ed ecco come cominciò la sua vita criminale. Egli aveva vissuto da pastore sempre in mezzo ai campi, libero, padrone assoluto di sé, quasi ex-lege: conosceva più gli animali che gli uomini, più la terra nella sua selvaggia e rude fecondità, che le mollezze, i piaceri delicati, gli artifizi della civiltà. Dalla terra e dagli animali aveva imparato ad essere forte, ardito, violento, a non avere bisogni e a far tutto da sé, anche la giustizia e la vendetta, a godere liberamente l’amore, a vincere collo ardimento e la forza i rivali, a farsi temere e rispettare. Di un tratto fu menato sotto le armi borboniche, da soldato di artiglieria a Gaeta. In seguito fu anche promosso caporale. Un giorno un altro caporale che frodava sulle spese alimentari della compagnia, per scusarsi innanzi ai superiori del peso mancante della carne, insinuò che il Crocco fosse il ladro. Fu per lui schivo di ogni frode, franco e forte, il più grave insulto, la più grave offesa, che lo spinse alla vendetta. Sfidò il compagno e se ne andarono in un bosco vicino. Senza testimoni in un vero duello rusticano, di quelli così frequenti in Sicilia, trassero i coltelli e si azzuffarono: dopo alcuni colpi, il Crocco trapassò il cuore dell’altro che cadde e morì invocando il nome della madre. Era stata però tale l’irruenza della collera, tale il desiderio della vendetta, tale lo esaurimento prodotto dall’istessa agitazione e dall’offeso amor proprio, ovvero tale la soddisfazione di aver compito la vendetta, che il Crocco poco dopo si addormentò nel bosco non lungi dal cadavere ancora caldo del compagno. Fu un sonno abbastanza lungo (epilettico?) da cui si destò per preoccuparsi della sua condizione. Risolse non presentarsi al Reggimento e disertare. Così fece ed, aiutato da alcuni barcaioli, raggiunse dopo lunga e difficile peregrinazione le sue desiderate campagne. Quivi visse da latitante ma non ancora da vero brigante, sino a che scoppiò la rivoluzione. Egli aiutò i liberali, sperando di ottenere l’impunità dell’omicidio commesso, ma un prefetto, venuto dal Piemonte a Potenza, attaccato alla legge, dopo il 1860 lo fece imprigionare. Crocco, offeso e vistosi a mal partito, ruppe risoluto ed ardito i cancelli del carcere e scappò. Di qui comincia veramente la sua vita da brigante e di capo masnada, perché trovava una quantità innumerevole di soldati del vecchio e debellato esercito borbonico, e datosi anche, per cercar vendetta contro i liberali, al partito reazionario che lo incoraggiò e di cui doveva divenire un puntello come tanti altri, anche in buona fede armò la sua banda e commise mille delitti: saccheggi di città, incendi, omicidi, su quelli specialmente che lo avevano tradito, ricatti, estorsioni etc. Andò peregrinando, fiero del suo esercito, ribelle, libero del suo libido, nella più solenne esplicazione della sua vigoria, della sua natura forte e violenta, seminando la paura, il terrore, gli spasimi, per una buona parte del mezzogiorno continentale e degli stati romani: tenne a freno però briganti e sottocapi-banda bestiali, ferini, e trattò a tu per tu coi generali italiani. Eppure in mezzo a questo apparente deserto di affettività e di sentimenti, in mezzo alle rovine e alle devastazioni che produceva, quanti atti nobili e generosi! Prima che qualcuno si fosse arruolato tra i suoi briganti, ne scrutava la vita, l’animo: lo prendeva se era fermamente deciso e se doveva vendicarsi di qualche ingiustizia, lo mandava via se era un imbelle, non avesse nulla da vendicare o fosse spinto da solo puerile capriccio. Voleva e imponeva che fossero rispettate le donne oneste, maritate o zitelle; che non si facesse male oltre il necessario e non si eccedesse nella misura della vendetta per compiere la quale era inesorabile: a molte giovani che non avevano come maritarsi regalò denaro; a dei poveri contadini comprò armenti ed utensili di lavoro. Da giovinetto per una malattia acuta sopraggiuntagli fu colto e curato amorevolmente in casa di una famiglia signorile, cui era andato a portare del formaggio. Serbò forte gratitudine e vera amicizia affettuosa per essa. Un ragazzo, figlio dei due genitori che l’avevano curato, cadde nelle mani di Ninco-Nanco, sottocapo, arruolato nelle sue bande; egli lo seppe, si recò da lui, gli impose di cederglielo: al rifiuto spianò il fucile per uccidere il restio e l’avrebbe fatto, se i suoi militi non avessero circondato e afferrato Ninco-Nanco e strapparli il ragazzo. Crocco con una scorta dei suoi lo mandò ai genitori che già disperatamente lo piangevano perduto, e fece dire loro che egli aveva colta quell’occasione per mostrare la sua gratitudine. Una coppia di novelli sposi passava in carrozza circondata da otto guardiani armati, in mezzo alla campagna da lui tenuta: Crocco intimò la resa, i guardiani fecero fuoco senza colpire nessuno, la vergogna e la morte forse anche dei poveri sposi era sicura. Di un tratto la giovane balzo dalla carrozza e chiamò Crocco, questi impavido accorse e allora la coraggiosa donna gli disse: non mi riconosci? Non mi ricordi bambina in casa del padre e della madre mia che erano amici della tua famiglia? Mi ricordo ora, disse Crocco, mi ricordo che mi volevano bene e che debbo rendervi adesso quello che loro mi fecero allora: moltate in carrozza e proseguite il vostro viaggio. La vostra scorta sicura sarà formata da me e dai miei, sino alla nuova vostra destinazione. Questi imbelli guardiani che non conoscono il dover loro vadano via, ma lascino qui le armi di cui non sanno fare uso. E così fu. I due sposi, indisturbati, compirono il loro viaggio di nozze e furono grati a Crocco della vita. Furono questi alcuni degli atti nobili compiuti da Crocco, che lo resero tra gli umili ed i poveri popolare e beneamato, che gli crearono un’aureola come a quasi tutti i grandi briganti - e sono questi atti tutti che ce lo rivelano nella sua vera natura di delinquente primitivo, capace in verità di grandi reati, ma anche di generosità, di sentimenti nobili, di belle azioni. La sua carriera criminale fu una fatalità del caso e, più che della volontà di lui, la conseguenza della scrupolosa e severa applicazione della legge fatta dal prefetto di Potenza di allora, nonché della reazione clericale-borbonica; altrimenti con la sua franchezza, col suo coraggio impavido e la suggestione che esercitava sulle masse, egli, par poco che lo si fosse lusingato nel suo amor proprio, sarebbe potuto riuscire benissimo un utile fattore della rivoluzione. Dopo questi esempi non voglio aggiungerne altri pur avendone ancora moltissimi. Solo riferirò un ultimo, perché esso chiaramente mostra che se alle volte la pazzia degli ascendenti può essere il lievito che fa fermentare le latenti tendenze, della famiglia o dello strato sociale val altra, invece, quando appare nell’individuo stesso, esercita un’azione più immediata, diretta e risolutiva da rendere, per es. sommamente efficaci ed attive sino a reati atrocissimi le superstizioni volgari e primitive, che diversamente sarebbero rimaste inoffensive. Dott. Pasquale Penta Napoli, 1901. Commenti * Torna al blogTorna al blog