Filippo la Porta, Il Riformista 13/2/2012, 13 febbraio 2012
SE D’ORRICO DIVENTA VOLGARE
Credo che Antonio D’Orrico, con cui ho condiviso in passato molti giudizi favorevoli su scrittori italiani (Ammaniti, Piperno) e anche qualche passione letteraria (Philip Roth), dovrebbe convenire con questa definizione di volgarità: va considerato “volgare” chiunque si fa forte di una sua posizione - di potere o di status o di denaro - (sia essa acquisita per meriti personali, per caso eccetera), e che assume questa posizione come fonte di autorevolezza. Ma allora perché nella replica alla stroncatura che ha fatto Andrea Carraro sulle pagine del Riformista comincia il suo «pezzo», così: «Prendete Andrea Carraro. Vi chiederete: chi è?».
Già, perché i libri di Carraro - ciò è inoppugnabile -, per quanto letterariamente eccellenti, come dimostrano, tra l’altro - e anche ciò è inoppugnabile - le recensioni positive di Ferroni, Onofri, Canali, Pacchiano, Camon, Fofi, Perrella eccetera - vendono poche migliaia di copie. Ben distanti insomma dalle cifre dei bestseller nazionali (a parte il caso del Branco). Non dico mica che Carraro intenda ostinatamente essere uno scrittore di nicchia, che aspiri a un’appartata, scontrosa solitudine. Ma il fatto che non sia famoso come, che so, Faletti, cosa dovrebbe dimostrare? Già presentarlo come un povero Carneade, un autore semisommerso, evoca subito psicologie cupamente, torbidamente rancorose. Poi D’Orrico ci fa sapere che il Carraro gli inviò ben due e-mail in cui gli chiedeva, peraltro sobriamente e senza piaggerie, di leggere i propri romanzi. Di qui l’inesorabile teorema conclusivo: essendo sempre stato «snobbato» (dice proprio così!) dal critico di Sette, Carraro avrebbe tutte le ragioni del mondo per essere pieno di «livore e risentimento».
anzi «per sognare una vendetta». Non si esagera un po’? Se io ometto di recensire un autore non è che poi quello passa il tempo a meditare una vendetta nei miei confronti.
Alludendo poi al quotidiano ove è apparsa la stroncatura, senza mai citarlo (roba da Togliatti-Alicata!), il critico-romanziere di Sette sente il bisogno di aggiungere: «… non dei più venduti». Accidenti, ma deve essere una fissa: la Fama, il Successo, il Mercato, il vendere molto eccetera sono tutte cose per D’Orrico direttamente proporzionali al valore di un discorso, qualunque ne sia il contenuto di verità.
Inoltre, intervenendo proditoriamente nella sua rubrica di critica in difesa del proprio romanzo, non entra minimante nel merito delle argomentazioni di Carraro, certo opinabili, forse ingenerose, ma suffragate da precise citazioni testuali. Preferisce invece delegittimarlo, secondo uno stile oggi assai diffuso in Italia.
Vorrei chiedere a D’Orrico, di cui ricordo tra l’altro una bella e utilissima antologia letteraria sul calcio (che conservo gelosamente): se veramente è preoccupato del clima di odio invalso nel nostro paese, perché si sforza di mettere Carraro in cattiva luce, di presentarcelo come bilioso e vendicativo (a pensarci bene più di dieci anni fa D’Orrico mi diede una insufficienza, benché non grave: sarò anch’io pieno di livore?).