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 2011  febbraio 07 Lunedì calendario

IL PETROLIO E IL CONTAGIO EGIZIANO


Gira voce, a Riad, che re Abdullah, attualmente in convalescenza in Marocco, dopo una operazione alla schiena, farà un non meglio precisato "regalo" ai suoi sudditi, non appena sarà di ritorno. In Algeria, il governo si prepara a cancellare la legislazione d’emergenza, introdotta, in nome della sicurezza, quasi 20 anni fa. Governi e dinastie politiche sono saltati, dalla Giordania allo Yemen. Sono i segni del nervosismo che i moti in Tunisia e in Egitto stanno suscitando in Medio Oriente, anche in regimi apparentemente solidissimi, e che si sta riflettendo, secondo alcuni, anche sul prezzo del petrolio.
In realtà, se un rapporto fra gli scontri di piazza al Cairo e il prezzo del barile c’è, è assai più indiretto e tortuoso di quanto appaia a prima vista. Sui mercati, infatti, il dato rilevante è l’affacciarsi del Brent, il greggio di riferimento europeo, oltre quota 100 dollari e l’allargarsi del differenziale con il Wti, il suo equivalente americano, ormai 11 dollari più sotto. La moderazione dei prezzi Usa si spiega con il ridursi della domanda, in particolare di benzina, per cui le cisterne di riserva continuano ad essere piene, mentre non si può dire lo stesso in Europa. Tuttavia, le vicende egiziane hanno scarse ripercussioni dirette sul Brent. Tecnicamente, infatti, il Brent è il nome di un greggio che viene estratto nel Mare del Nord e non ha alcun rapporto con il Medio Oriente. Ma, anche se lo si considera sinonimo di greggio europeo, il dramma del Cairo non sembra in grado di influenzarne, in misura significativa, il prezzo.
L’Egitto è solo un piccolo produttore di petrolio, circa 740 mila barili al giorno. Più rilevante, anche se inferiore al passato, è il suo ruolo come ponte fra grandi produttori e grandi consumatori. Nel 1956 e nel 1967, quando due guerre portarono al blocco del traffico, nel canale passava circa il 10 per cento del petrolio mondiale. Con l’avvento delle superpetroliere, tutto questo è cambiato. I tanker portano attraverso il canale circa l’1 per cento del greggio mondiale. Ma pochi pensano che un rivolgimento in Egitto possa interferire con il flusso del greggio. Peraltro, la maggior parte di quel petrolio è diretto, dal Golfo Persico, non all’Europa, ma agli Stati Uniti. E, comunque, anche una paralisi di Suez avrebbe effetti misurabili in pochi giorni. Approssimativamente, fra 10 e 20 giorni, quanti ne occorrono perchè le petroliere, anziché imboccare il canale, circumnavighino l’Africa. Un viaggio più costoso (sono circa 10 mila chilometri in più) ma che può essere realizzato in tutta tranquillità.
Il problema, dunque, non è l’Egitto, ma la paura del contagio. Dopo Tunisi e il Cairo, quali altre capitali saranno investite dall’onda di rivolta che sta scuotendo il Medio Oriente? L’esperienza storica mostra che raramente i sommovimenti politici hanno interferito con l’attività petrolifera, ma l’instabilità politica non rassicura i mercati. Quali sono, dunque, i candidati a nuovi disordini? La prima lista di possibili rivolte dovrebbe lasciare indifferenti i mercati petroliferi. Giordania, Siria, Yemen, dove già si scorgono avvisaglie di proteste, sono praticamente inesistenti per il mondo del greggio. Il discorso cambia, se guardiamo alla seconda – e meno probabile fila di candidati. Algeria e Libia valgono 3 milioni di barili al giorno, cioè circa il 4 per cento della produzione mondiale e presentano problemi sociali analoghi alla Tunisia e all’Egitto. Le élite al potere ne sono consapevoli: in questi giorni, il governo algerino ha annunciato la prossima cancellazione dello stato d’emergenza che vige nel paese da 19 anni, cioè dall’esplosione della rivolta islamista. Tuttavia, sia Algeria che Libia sono due regimi militari, capaci di repressioni anche spietate. Pochi, ad esempio, dubitano che l’esercito libico esiterebbe a sparare su una folla di dimostranti.
Con la terza fila, l’impatto di eventuali rivolgimenti politici sul mercato del greggio comincerebbe ad essere pesante. Iran e Iraq sono fra i grandi esportatori mondiali, rispettivamente secondo e terzo, dopo l’Arabia saudita. Nel 2009, l’Iran ha prodotto 3,8 milioni di barili al giorno, l’Iraq 2,4 milioni. In tutti e due i paesi, la situazione politica è fragile. Dopo l’invasione americana e gli incerti tentativi di creare strutture democratiche, l’Iraq resta una polveriera di divisioni e conflitti, anche se la stanchezza per anni di guerra e di guerriglia sembra il sentimento prevalente. Paradossalmente, appare più traballante la situazione iraniana, dove l’esempio egiziano (nonostante la tradizionale estraneità degli iraniani a tutto ciò che è arabo) potrebbe rilanciare il movimento riformista che si è scontrato con il regime la scorsa estate.
Ad alimentare il nervosismo dei mercati, però, è soprattutto la quarta fila, dove si allineano regimi, apparentemente, solidissimi, ma che, contemporaneamente, tengono le chiavi del forziere del petrolio mondiale: l’Arabia saudita e i paesi del Golfo. Insieme, Kuwait, Emirati e Qatar rappresentano circa il 6 per cento della produzione mondiali. Tecnici ed esperti sono convinti che, in caso di disordini, i paesi del Golfo abbiano, sopratutto a questi prezzi del petrolio, le casse abbastanza piene da comprare facilmente il consenso delle loro minuscole popolazioni. Lo stesso dovrebbe valere anche per l’Arabia saudita che, con le maggiori riserve al mondo e il 10 per cento della produzione globale di greggio è la potenza decisiva nel mondo del petrolio. Ma, qui, gli osservatori, davanti ad una popolazione di 25 milioni di persone, con un’età media di 25 anni, sono un poco più cauti. Un movimento riformista, nel paese di re Abdullah è, per il momento, una chimera. Non esistono partiti politici, né sindacati, proteste e scioperi sono fuori legge, il parlamento, solo consultivo, è nominato direttamente dal sovrano. Il concetto stesso di libertà d’espressione è stato introdotto nel paese solo dal 2005.
Proprio per questo, tuttavia, l’esplosione potrebbe essere improvvisa e inaspettata. In piccolo, l’Arabia Saudita ha problemi simili a quelli dell’Egitto. Una popolazione sempre più numerosa e sempre più giovane: un terzo dei sauditi è fra i 15 e i 30 anni. Un tasso di disoccupazione (ufficiale) al 10 per cento. L’inflazione che sale, la classe media che si svuota. La differenza con l’Egitto è che l’Arabia Saudita ha i soldi, e tanti. In dicembre è stato varato un piano di investimenti pubblici per 400 miliardi di dollari, da spendere nell’arco di cinque anni. Il "regalo" di Abdullah, in un paese in cui i sussidi per il cibo e la benzina sono la norma, dovrebbe ulteriormente placare eventuali insofferenze. Ma potrebbe non bastare. I dubbi e le incertezze in proposito infiammeranno, nei prossimi mesi, un mercato del petrolio che ha già motivi strutturali per vivere costantemente sull’orlo dell’isteria. Pochi, ad esempio, credono che le previsioni dell’Iea, che calcola, per il 2011, un aumento della domanda pari alla metà di quello registrato nel 2010, siano realistiche. Se l’aumento fosse di 2,4 milioni di barili al giorno, come l’anno scorso, non basteranno le cisterne saudite a colmare il gap fra domanda e offerta. Attualmente, infatti, gli impianti sauditi sono accreditati di una "spare capacity" di circa 3,5 milioni di barili al giorno, che corrisponde a quasi tutta la capacità di riserva mondiale. Ma, per metterla in produzione, i pozzi sauditi, che attualmente producono 8,5 milioni di barili, dovrebbero lavorare al ritmo di 12 milioni di barili al giorno. Tecnici ed esperti non pensano che l’Arabia saudita sia in grado di reggere, in maniera continuativa, una produzione superiore a 10 milioni di barili.
Ecco perché molti esperti e operatori pensano che il livello attuale di 100 dollari a barile non sia un picco, ma una realtà con cui dovremo convivere ancora a lungo, nel 2011, primavera araba o no. L’effetto sull’economia mondiale potrebbe essere pesante. Per misurarlo, i picchi e i record occasionalmente raggiunti, come i 147 dollari del luglio 2008, contano poco. Ciò che pesa sull’economia è il prezzo medio annuale, quello cioè sostenuto su un lungo periodo di tempo. L’anno scorso, il prezzo medio è stato appena inferiore a 80 dollari al barile. Nel 2008 – quando, contro il record di 147 dollari a barile a luglio, ci fu anche il minimo di 39 dollari a dicembre – il prezzo medio annuale fu di 99,67 dollari, appena inferiore ai 100 dollari di oggi. Quel prezzo del petrolio, secondo più di un economista, fu una delle leve decisive della recessione.