Roberta Mania, Affari & Finanza 7/2/2011, 7 febbraio 2011
BRUNETTA E I FANNULLONI, PERCHE’ È FALLITA LA CROCIATA
Renato Brunetta ha sconfitto gli assenteisti cronici ma non ha ancora cambiato la pubblica amministrazione italiana. Ha prodotto montagne di norme, di carte, di file, di slide. Ma il traguardo della rivoluzione annunciata rimane lontano. Implementazione, la chiamano. Termine orribile per dire che una riforma non basta scriverla: bisogna realizzarla. E ci vuole tempo, tanto tempo.
Serve pazienza perché a più di un anno dall’approvazione, a quasi tre dall’inizio della legislatura e dell’avvio di alcuni provvedimenti, molto è rimasto come prima. Questa è una percezione diffusa tra gli utenti della pubblica amministrazione, cittadini e imprese. Non è una questione di schieramento. Chi osa dirlo viene travolto dalla reazione del ministro che invia allegati pesantissimi, contenenti tutte le misure varate, agli indirizzi di posta elettronica dei critici. È successo a Luca di Montezemolo, presidente della Fondazione Italia Futura, è successo a Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria. E gli esperti indipendenti – anche quelli della Banca d’Italia – parlano di luci e ombre nei tanti provvedimenti adottati da Brunetta.
L’Ocse ha redatto un voluminoso dossier ("Modernising the public administration. A study on Italy"), una completa raccolta delle buone intenzioni del ministro ma senza ancora una valutazione. D’altra parte non è facile fare un bilancio se il perno del cambiamento, cioè la possibilità di premiare davvero i migliori, è rimasto schiacciato dal passaggio aggressivo della strategia dei tagli lineari imposta, fin dalla prima Finanziaria del Berlusconi quater, dal titolare dell’Economia, Giulio Tremonti. Lì si sono infranti tanti dei propositi "rivoluzionari" di Brunetta.
Una riforma dell’apparato burocratico avrebbe dovuto avere il consenso di tutti i membri del governo. Tremonti – il più potente di tutti – non ci ha mai creduto: non agli obiettivi (chi può essere contrario a fare funzionare meglio gli uffici pubblici?) ma all’approccio brunettiano. Flemma (fin troppa) nel controllo dei conti pubblici, perplessità di fronte al vulcanico economista veneziano. E tanta conservazione, dettata anche dalla inossidabile burocrazia di Via XX settembre. Lui la riforma della pubblica amministrazione non l’ha mai citata. Ha scelto di battersi per il federalismo. Risultato: di premi, quelli per trasformare i travet in dipendenti produttivi e competitivi, se ne parlerà – forse – nel 2014, sempre che – caso assai improbabile – la stessa legislatura termini naturalmente il suo quinquennio. E il presunto "dividendo dell’efficienza" che ha portato venerdì scorso all’ennesimo accordo sindacale separato è cosa tutta da verificare.
Tremonti, insomma, non ha sganciato i soldi, i contratti pubblici sono stati bloccati (e qui, va detto, c’entra molto la grande crisi globale come dimostrano le analoghe e anche più severe misure prese da diversi governi europei, dalla Gran Bretagna alla Spagna), e, infine, ha sottratto il suo stesso dicastero, in alleanza con Palazzo Chigi, dall’applicazione di fatto della riforma. Per l’Economia, le agenzie fiscali e pure per la Presidenza del Consiglio, infatti, arriveranno decreti ad hoc. Un depauperamento del progetto di Brunetta. Che – anche nei giorni scorsi – è andato dal premier, Silvio Berlusconi, a minacciare le dimissioni di fronte alla possibilità che venisse inserito (complice ancora l’Economia) un emendamento nel "Milleproroghe" per far slittare ulteriormente alcuni termini della sua riforma.
La Banca d’Italia, nella sua ultima Relazione annuale, ha parlato di «tre pilastri» sui quali poggia il progetto di riforma: lotta all’assenteismo, introduzione di meccanismi di controllo esterno all’efficacia e alla correttezza dell’azione amministrativa, rafforzamento dei controlli interni. E proprio in questi giorni dovrebbe uscire uno studio aggiornato di Francesco D’Amuri, economista del Servizio studi di Via Nazionale, con un bilancio sugli effetti delle misure antifannulloni. Il pilastro che più ha dato soddisfazione al ministro. Il quale sostiene che a trenta mesi dal primo intervento normativo l’assenteismo nei pubblici uffici sia ormai a livello fisiologico. La riduzione delle assenze è stata in media del 35 per cento per ciascun dipendente. Il che corrisponderebbe a 65 mila dipendenti in più ogni anno sul posto di lavoro. Che questo abbia poi determinato un incremento della qualità dei servizi e dell’efficienza della pubblica amministrazione resta ancora da dimostrare. Tuttavia è un risultato. «L’unico della cosiddetta riforma», secondo la Cgil, il sindacato che ha contrastato radicalmente il disegno del ministro.
Un risultato, però, con effetti collaterali. A metà gennaio Pietro Micheli, uno dei membri della Commissione per la valutazione delle performance della pubblica amministrazione, si è dimesso sostenendo l’inadeguatezza dell’authority rispetto all’obiettivo di cambiare davvero il funzionamento dell’apparato statale. Lo ha fatto con una lettera aperta a Brunetta in cui ha scritto, tra l’altro: «Il pressing sui fannulloni ha dato i suoi frutti fin dall’inizio, ma ha finito anche per deprimere la reputazione e il senso di appartenenza di tanti dipendenti pubblici». Brunetta non ha detto nulla, la Commissione ha risposto che una prima valutazione sulla sua attività potrà essere fatta tra alcuni anni. Così, è come se la lenta implementazione abbia mutato le aspettative.
Sbagliato, secondo Pietro Ichino, senatore del Pd, giuslavorista, non certo ostile all’impianto originario della Brunetta. «Il tema del tempo delle riforme è cruciale ha scritto nel suo sito e l’urgenza di ottenere risultati positivi è avvertita diffusamente nel paese, dai cittadini, dalle organizzazioni civiche, dai settori produttivi». Insomma, un’occasione persa.
Hanno resistito le Regioni, anche se forse meno delle strutture centrali e dei loro dirigenti generali. La legge di attuazione è stata approvata da sette consigli regionali, altrettanti la stanno esaminando. Lenta implementazione.
La class action contro le inefficienze della pubblica amministrazione è stata concepita debole perché priva della possibilità per i cittadini di chiedere il risarcimento. Tremonti ha imposto l’altolà: il rischio per le casse statali sarebbe stato il salasso. E i singoli dicasteri (a parte quello delle Infrastrutture) non hanno ancora definito i rispettivi standard di qualità sulla base dei quali si possono promuovere le azioni collettive. Resistenza all’implementazione.
Il sentiment nei confronti delle misure per cambiare la pubblica amministrazione è mutato in questi mesi. Il consenso che accompagnava ogni mossa e uscita di Brunetta non c’è più. Il caso della ricette mediche online ne è la riprova. Il provvedimento, che fa risparmiare soldi e tempo ai cittadini, aumenta la trasparenza e riduce gli sprechi, risale al 2004. Dopo sei anni è arrivato il giorno dello switch off . Gli inciampi tecnici hanno finito per far solidarizzare i pazienti con le chiusure corporative dei medici. Implementazione contrastata.
La pubblica amministrazione poi continua a ritardare il pagamento dei suoi debiti nei confronti delle imprese. Detiene il record negativo in Europa. Anche questa è inefficienza che pesa sulla nostra competitività.
Certo, tanti servizi in rete funzionano: meno carta, meno file, meno sprechi. La digitalizzazione prosegue, con alti e bassi, nella sanità, nella scuola, nella giustizia. Le consulenze sono state ridotte e rese pure più trasparenti. Ma pure tanti posti di lavoro precario sono saltati. Non è la rivoluzione annunciata. E poi c’è ancora tanto da implementare. Tremonti permettendo.