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 2011  febbraio 06 Domenica calendario

«IO, PAZIENTE ZERO, SONO ANCORA VIVO» - NEW YORK

«Certo che continuo a svegliarmi nel cuore della notte: per accorgermi di essere vivo. All´inizio era un sentimento quasi colpevole. Perché proprio io? Ho seppellito tre compagni e tutti i miei amici. Ho smesso di contarli nel 1991. Ma oggi lo so perché sono qui. Sono qui per quell´impegno preso con tutti quelli che ho seppellito. Sono vivo per poter raccontare, un giorno, che c´era un tempo in cui esisteva una malattia chiamata Hiv. Sono vivo per raccontare questa storia: la mia storia».
Quelli come lui si contano sulle dita di una mano. Quelli che ce l´hanno fatta. La scienza non sa ancora spiegarsi il perché.
all´Università di California il professor Jay Levy ha dedicato gli ultimi trent´anni a capire il mistero di chi ha contratto l´Hiv e non s´è arreso. David Patient è uno di questi. Dal Sudafrica all´America la sua è una storia che sembra incredibile. E che lui stesso, paziente zero dei sopravvissuti, racconta così.
«Per i medici sarei dovuto morire ventotto anni fa. Lo so che a raccontarla dall´inizio sembra un romanzo. L´America del 1979 è all´apice della sexual revolution. Io sono fuggito dal Sudafrica: ricercato dalla polizia segreta. Ve lo ricordate che cos´era il razzismo? Cerco l´America. E finisco a Las Vegas. La faccio breve: sesso, droga, rock´n´roll. Mi ritrovo in un giro di ricconi della West Coast. Party a Palm Springs. Laguna Beach. San Francisco. Vita privilegiata e selvaggia. Lavoro nelle crociere. Una paccata di soldi per uno di neppure vent´anni. La vita è bella, io sono al top.
«Succede verso al fine del 1982. Mi sveglio sudato di notte. Tosse pesante. Catarro. Dura più o meno sei settimane. Penso: mi sono beccato la mononucleosi. La malattia del bacio. E quando i sintomi passano anch´io penso sia passata. Riparte la vita di sempre. Sesso, droga, rock´n roll.
«Come faccio a non ricordare le date? È il 10 marzo dell´83. Il mio amico Michael, è morto. La chiamano Grids: Gay Related Immune Deficiency Syndrome. Quando il medico mi ripete i sintomi penso con terrore che sono gli stessi che avevo provato. Mi fa un test del sangue. È il pomeriggio del 13 marzo: è il mio ventiduesimo compleanno. Dice: temo sia la Grids. Dice: sei mesi di vita. Io mi sento morire. Però - come spiegarlo? - non è uno shock: sono quasi sollevato. Vengo da una lunga storia di tentati suicidi: l´adolescenza, la sessualità difficile. Così la prima visione che mi viene in mente è di questo amorevole corpo, il mio, e di tutta la gente che mi aveva trattato con disgusto, consumata dal rimorso, intorno alla mia bara.
«Lascio il dottore e mi avvio verso casa. Mi aspettano gli amici: è il mio compleanno, no? Entro, tutt´intorno a me. E io: ragazzi, proprio oggi... Scena muta. Silenzio agghiacciante. Nel giro di mezz´ora sono tutti via con una scusa.
«Ma che cosa ne sapevo, io, dell´Aids? All´epoca ricordo solo un articolo sul Village Voice: "La nuova peste dei gay". Solo alla fine di quell´anno la malattia troverà quel nome terribile: Aids. Entro tra i volontari di uno studio dell´Università di California. Una batteria di test. Fiumi di prelievi. Ricevo una lettera: sono risultato positivi ai metodi Elisa e Western Blot. Sì, sono tra le prime cavie al mondo dei primi test per l´Hiv.
«Paura di morire? È il 4 luglio. È sempre il 1983. Guido fino a Mount Charleston, fuori Las Vegas. Basta, la faccio finita. È allora che ho un´illuminazione: i buddisti lo chiamano momento Satori. Mi torna in mente quel libro che avevo letto da piccolo, Alla ricerca di un significato della vita, Viktor Frankl, il sopravvissuto del lager. In ogni circostanza, per quanto terribile - olocausto, pandemia, disastro naturale - c´è sempre qualcuno che sopravvive, dice Frankl. Ecco: lì, all´improvviso, capisco che sarei stato io quello che sarebbe dovuto sopravvivere. Per raccontare questo disastro chiamato Aids.
«Dio? Io so che Dio esiste e che è il mio amico più grande. E so anche che Dio non fa errori. Quindi: neanch´io posso essere un errore. Certo: mi ha salvato cambiare completamente vita. Sono tornato in Africa, nel mio Zambia, dove ho trovato il mio compagno, Neil, Neil Orr: faceva il master nella clinica dove mi curavo, ormai abbiamo già scritto quattro libri insieme. Milioni di copie. Traduzioni in decine di lingue. La lotta all´Aids è progredita: Hiv non vuol dire più morte sicura. Per me è diventato un mestiere: aiuto la gente a ritrovare la forza di crescere. La cura del corpo è niente senza quella della mente.
«Del resto è così che da ventotto anni io vivo con l´Aids. Per seguire meglio il mio corpo ho dovuto ribaltare davvero la vita. Alle otto di sera, ogni sera, sono a letto. E alle due, alle tre del mattino, già in piedi. Per dedicarmi a tutto quello che può farmi stare bene. Le mie canzoni: Diana Ross, It´s My Turn, Leonard Cohen, If It Be Your Will. Lo yoga. Gioco con i miei animali. Studio. Scrivo. Così, quando inizia la giornata sono già "pieno": per potermi dedicare agli altri.
«E oggi? Volete sapere che cosa direi, oggi, a un ragazzo che scoprisse di avere l´Aids? Prima reazione: probabilmente uno schiaffone. E poi, certo, un abbraccio. Mi spiego. Oggi l´Aids è una scelta. A meno che non nasci con l´Hiv - o sei costretto a un atto sessuale contro volontà. Dico: per trent´anni sono stati lanciati tutti i tipi di messaggi. Non li hai ascoltati? Non hai letto i giornali? Ci sono pochissime persone su questo pianeta che non sanno come si contrae l´Aids. E che differenza c´è, mettiamo, con chi fuma come un matto e si ammala di cancro ai polmoni? Sono malattie legate agli stili di vita. E allora non prendiamoci in giro: i malati di Hiv non sono vittime. Hanno fatto delle scelte che li hanno portati a infettarsi. E allora? Direi: ok, hai l´Hiv - e allora? Adesso è il momento di prenderti cura di te stesso. Segui le prescrizioni - prendi le medicine, cura il corpo. E la mente. Ce la farai. Ti potrai sposare, avere figli, una carriera. Ma devi confrontarti con quella parolina: responsabilità. Io lo so bene. Che persona ero? A me l´Hiv ha cambiato tutto. E se devo essere onesto: è stato quasi un dono. Il sesso? Hey, sono ancora un normalissimo essere umano. Con un´ottima vita sessuale - e tutte le precauzioni. Ho studiato anche sesso tantrico... Piuttosto, mi vedo invecchiare. Mi avvicino ai cinquanta e non avrei mai pensato di arrivarci. Mi dà forza il mio piccolo slogan: INDY! Cioè: I´m Not Done Yet. Non ho ancora finito».