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 2011  febbraio 06 Domenica calendario

IL VIRUS CHIAMATO CASTIGO DI DIO

«Questo non è soltanto il castigo di Dio per gli omosessuali, è il castigo che Dio ha inviato alle società che tollerano gli omosessuali». Era l´autunno del 1983 quando il pastore battista Jerry Falwell disse in pubblico quello che molti pensavano in privato: sull´America peccatrice, sulla Sodoma e Gomorra che da San Francisco a New York sembrava avere accettato l´omosessualità e celebrato il mondo di gay e lesbiche, la vendetta di un Dio offeso aveva scatenato la peste che avrebbe consumato la città del vizio. Alla voce del reverendo Falwell si sarebbero aggiunte quelle di dozzine di pastori cattolici e protestanti, di imam e dottori del Corano.
Persino della Vergine Maria, apparsa a Veronica Lueken, casalinga, nell´improbabile terrasanta di Queens, New York, per avvertire i «cari figli che l´omosessualità avrebbe consumato l´umanità», prima che i vescovi intervenissero per denunciarla come una ciarlatana. Ma in quel 1983, mentre la misteriosa piaga divorava quartieri affollati di gay come Castro a San Francisco, il Village a Manhattan o Dupont Circle a Washington, mentre ogni giorno cadevano sul carro dei monatti celebrità, attori, artisti, era la stessa scienza ufficiale a brancolare nel buio di un terrore ancora senz´altra identità che quella di Gaetan Dugas, lo steward francocanadese ucciso per primo dal virus, il «paziente zero».
Nella prima definizione ufficiale adottata da medici disarmati di fronte a una patologia che non avevano mai visto prima, la «piaga biblica» era stata chiamata Grids, Gay Related Immuno Deficiency Syndrome, male da carenza immunitaria correlata ai gay. La rara forma di polmonite che uccideva i pazienti era la «polmonite gay». L´altrettanto raro cancro della epidermide era «il sarcoma dei gay». Non pochi medici rifiutavano di curare pazienti afflitti dalle lesioni del Grids.
Sarebbero stati necessari anni, studi, celebri zuffe scientifiche tra virologi ed epidemiologi che si contendevano l´identificazione del virus poi noto come Hiv, perché l´ottava piaga inviata da un collerico Dio biblico ricevesse il proprio nome definitivo di Aids, Sindrome da Immuno Deficienza Acquisita. Sarebbe stato necessario il volto pallido e innocente di un ragazzino di tredici anni, Ryan White, nell´Indiana, senz´altra colpa che l´essere emofiliaco e iniettato con trasfusione infetta, per commuovere una nazione e cominciare a convincerla che il Dio vendicativo di Sodoma e Gomorra almeno in questa occasione non c´entrava. Il calco della psicosi di massa era stato fuso e non sarebbe mai più stato spezzato, neppure trent´anni dopo, quando una diagnosi di Aids non rappresenta più una sentenza di morte certa a breve, come nel 1981.
L´ipocondria collettiva delle nazioni prospere e la natura malvagia di un microrganismo ancora oggi refrattario a vaccini efficaci, cambiarono le abitudini, i tic, le paure della società come poche altre volte era accaduto. Scossero la fede del popolo nei propri sciamani in camice bianco, coloro che avevano saputo sconfiggere epidemie micidiali e batteri fulminanti, trapiantare organi vitali come parti di ricambio. Ma di fronte a questo virus erano come i cerusici nella Milano della peste manzoniana. Era stato dagli anni della pandemia di influenza spagnola nel primo dopoguerra e poi dall´incubo della poliomelite infantile esplosa nel 1952 che una malattia non aveva toccato le abitudini quotidiane di tutti. Si alzavano le grida delle folle terrorizzate perché venissero chiuse le piscine, sterilizzate le scuole, rasi al suolo i bar per gay, cacciate le prostitute, quando si scoprì che la trasmissione del virus era possibile anche tra sessi diversi.
Tutto già visto, nella storia. Compreso il ritorno alla superstizione dell´"untore". Per tutti gli anni Ottanta e Novanta, nonostante i lodevoli sforzi di amministratori di ogni parte politica e la conversione di Ronald Reagan, prima accusato di indifferenza verso «il male dei gay» e poi convinto a muoversi, genitori angosciati ritiravano figli dalle scuole dove fosse stato identificato un bambino o una bambina Hiv positivi. Racconti di infermieri, dentisti, chirurghi condannati a morte da uno schizzo di sangue ribollivano sui media. L´impressione era che una celebrità al giorno soccombesse. I giornali narravano della macchia che inghiottiva ogni continente. Inconsciamente, ma per alcuni consciamente, alle stigmate del «male dei froci» come gridavano cartelli davanti a chiese di fanatici, si aggiungeva l´ombra dell´uomo nero untore, come fosse una colpa essere haitiano o nigeriano. L´Aids fu indicato come la seconda e più temuta patologia, dietro il cancro, ma davanti alle malattie cardiovascolari che restano la prima causa di morte.
Trent´anni dopo il «paziente zero», lo sciagurato e demente steward che negli ultimi mesi della sua vita pretendeva di avere rapporti con partner sempre al buio per poi accendere la luce, mostrare le piaghe del sarcoma di Karposy sulla pelle e gridare «ora morirai anche tu della stessa cosa», la psicosi è scesa sotto traccia, anche troppo. Gli americani che indicavano nell´Aids la massima emergenza sanitaria per il quarantasei per cento, oggi sono il sei per cento. Le notizie che riguardano la sindrome da Hiv sono ridotte a un quinto rispetto al volume di fine anni Ottanta e le pubblicazioni gay avvertono che i progressi nel trattamento della malattia stanno riportando un clima di pericolosissima spensieratezza.
Il tempo degli anatemi e delle maledizioni è passato. Il reverendo Jerry Falwell fece atto di contrizione prima di morire. Per lo scandalo della setta di Veronica Lueken, Benedetto XVI sembra avere compiuto qualche esitante passo verso la necessità della prevenzione in casi particolari. La scienza ha finalmente chiarito quali e dove siano i rischi di infezioni, quanto essenziale sia il rilevamento del virus nel sangue delle persone a rischio prima che esploda l´Aids, quando è relativamente facile bloccarne lo sviluppo, come fu nel celeberrimo caso del campione Magic Johnson, portatore di Hiv da ormai vent´anni senza sintomi. Ma il virus, come il panico, è un cane feroce tenuto alla catena, non un animale ammansito. Per chi di noi ha camminato nella Castro di San Francisco abitata da spettri e da amici coraggiosi che li assistevano fino alla fine, è impossibile entrare in una toilette senza che il pensiero guizzi nella memoria come la fitta di un vecchia ferita quando cambia il tempo. Siamo proprio sicuri, sicuri sicuri che...?