Massimo Iondini, Avvenire 6/2/2011, 6 febbraio 2011
ALLENO LE POPSTAR A CANTARE
Il suono, la voce: l’inizio di tutto. Il primo fremito di vita è un vagito. Poi si parla. Ma prima ancora, probabilmente, si canta. Suoni, non parole. «La voce umana è unica. Come un’impronta digitale o l’iride, non ne esiste al mondo una perfettamente uguale a un’altra. Non è un caso se i sistemi di sicurezza più efficaci sono quelli basati sul riconoscimento vocale». Parte da qui, dalla «carta d’identità» di ognuno di noi, Danila Satragno, la vocal coach delle star, che con il suo libro Voglio cantare (un metodo per aspiranti cantanti edito da Sperling & Kupfer) in un colpo solo cavalca il fenomeno del momento (i talent show di aspiranti popstar) e intercetta il bisogno, spesso inconsapevole, di ri-centratura di questa rabdomante umanità d’oggi. Individui fermi all’ego e in cerca di sé.
Cantare, cartina di tornasole di benessere. Vocecorpo, voce-mente, voce-anima: è il 3D del canto che Danila Satragno (docente di canto jazz e pop al Conservatorio di Cuneo) pone come pietra angolare del suo metodo Vocal Care. A lei (apprezzata cantante jazz, 10 album all’attivo, e vocalist del De André nel tour di Anime salve), in 27 anni di training, si sono rivolte star come Ornella Vanoni, Rossana Casale, Roby Facchinetti e Red Canzian dei Pooh. E giovani talenti come Karima, Mafy e Annalisa Scarrone di Amici 10. «L’impatto con la Vanoni fu quasi traumatico – racconta –. Era in crisi per un intervento alle corde vocali. ’Ma chi sei tu per dire che mi puoi aiutare?’, inveì la prima volta al telefono. Poi è nata una intensa collaborazione e l’ho aiutata a recuperare quella voce che il suo caratteristico modo di cantare di gola aveva compromesso. Adesso Ornella si allena, si diverte e la sua vocalità sta evolvendo».
«Prima xè l’uomo, poi el campion» diceva un altro coach, Nereo Rocco, che al canto preferiva l’arte pedatoria. Così la pensa anche la Satragno che, nel suo libro e nell’allegato dvd, alla pratica canora antepone, in una concezione olistica, la ’centratura’ della persona, nella sua triplice dimensione di corpo, mente e anima. «Cantare non è un’impresa ginnica, non è una gara a chi va più su o a chi è più potente. La voce è un abito che avvolge l’anima». Anima che sembra però latitare nei talent show in tv, dove l’originalità spesso scarseggia e le aspiranti popstar sembrano costruite in serie. «Nei talent – dice – c’è un po’ di omologazione. Vocalità spinte e un po’ false. Domina la moda. Chi educa a cantare deve invece tirar fuori la personalità vocale di ciascuno. Correggere non vuol dire snaturare. Le non canoniche chiusure dei suoni di Eros Ramazzotti sono però uniche, personali». Addio ai tradizionali criteri che dividono la voce umana in quattro registri: soprano, contralto, tenore e basso. Il Vocal Care parla di zone tonali: bassa (registro di petto), media (registro misto) e acuta (di testa). Ci si allontana così dalla secolare cesura tra canto lirico e pop. «Il nuovo canone estetico della voce non è più la limpidezza, ma la personalità: questa è la vocalità moderna. Alla base del mio metodo c’è che tutti i suoni possono essere miscelati in percentuali differenti di petto e di testa, creando un ’inganno acustico’, un armonioso mix dei tre registri timbrici».
La voce di Bocelli, tra lirica e pop, sarebbe allora ’perfetta’? «È più che altro trasversale. Se potessi, renderei invece più morbidi gli acuti di Al Bano, una voce pop rubata all’opera. A Battisti invece avrei fatto usare meglio il fiato per l’intonazione. Che è il grosso problema di Celentano. E sull’intonazione non si transige. Chi canta in modo molto corretto è Lucio Dalla, usa la voce come uno strumento: si vede che ha cominciato come clarinettista jazz». E Mina? «La sua è una vocalità ’multicolor’. È più brava di Barbra Streisand, ma non è il top. Perché nel canto non conta solo avere il turbo. Billie Holiday cantava con 7 note, ma con la sua espressività una sola ottava di estensione le è bastata per fare la storia della voce».