Marco Lodoli, la Repubblica - Roma 6/2/2011, 6 febbraio 2011
SENZA I LAVAVETRI NIENTE PAUSA SORRISO
Sono apparsi più di vent´anni fa senza avvertire, improvvisamente, come se tutto fosse già predisposto: uomini che arrivavano da un altro mondo per trovare posto proprio qui, all´incrocio, a tutti gli incroci della città, ovunque ci fosse un semaforo a dettare tempi e precedenze.
All´inizio erano biondi d´un biondo spento, alti, sorridenti, efficientissimi: appena scattava il rosso ce li ritrovavamo davanti alla macchina e subito il vetro palpitava di schiuma, non c´era incrostazione, macchia, opacità che venisse trascurata. In venti secondi il vetro era lavato, in dieci pulito dalla schiuma grazie a quella spazzoletta di gomma che ci ridava la vista. Imparammo a dare qualche moneta in cambio di quel servizio. Le tenevamo già pronte nel vano accanto al cambio, per evitare di perdere il tempo e il verde. I primi lavavetri erano tutti polacchi, erano scrupolosi, rapidi, dignitosi. A volte nemmeno chiedevano il denaro, dovevamo offrirglielo noi spontaneamente, perché i polacchi non volevano essere scambiati per mendicanti: erano professionisti della pausa semaforo, limpidatori di vetri, agevolatori nel difficile viaggio metropolitano.
E grazie a loro, e a tutti quelli che li hanno seguiti senza avere la stessa arte, grazie a tutti quelli che per vent´anni ci hanno pulito o sporcato di più il vetro, noi abbiamo capito molte cose: quanto eravamo nervosi, ad esempio, quando li mandavamo via in malomodo, quando gridavamo basta! Non ne posso più!, o se invece eravamo di buonumore, quando ci piaceva ritrovare chiarezza e trasparenza per trenta centesimi, e magari scambiare anche due parole al volo. Prima i polacchi, poi altri dell´est, poi tutti gli extracomunitari sono passati davanti ai nostri sudici vetri. E ora non ci sono più, così, all´improvviso. Nessuno ci sorride più da dietro un nuvola di sapone.