Roberto Gervaso, Il Messaggero 6/2§/2011, 7 febbraio 2011
Storia della scuola
D’Amico: «I punti deboli della scuola? Alunni maleducati e prof impreparati» - LA SA più lunga dei ministri della Pubblica istruzione del dopoguerra (compresa la Gelmini). Nella “Storia della scuola”, racconta tutto quello che c’è da raccontare su questa antica istituzione, che per Nicola D’Amico, principe degli esperti in materia, non ha segreti né misteri. Dagli antichi greci e romani a quelli moderni, nel grandioso volume, edito da Zanichelli, c’è il bene e il male dell’istruzione pubblica, le luci e i chiaroscuri, le ombre e le penombre. Non manca niente, se non lo stupore per chi, con tanta pazienza e sapienza, ha scritto questa summa pedagogica. L’origine della parola “scuola”? «Dal greco “skolè”, letteralmente “tempo libero dalle fatiche». Dove, e quando, vide la luce questa istituzione? «Nelle civiltà orientali, ma si trattò quasi sempre di un’attività culturale legata alle religioni». Le differenze tra la scuola greca e quella romana? «Ad Atene l’istruzione tendeva a formare l’Eroe; a Roma, soprattutto il vir, l’uomo coraggioso e virtuoso». Com’era la scuola nell’Urbe? «A sette anni il fanciullo romano che non fosse figlio di schiavi e che potesse pagare una retta, entrava nel Ludus litterarius, letteralmente “gioco delle lettere”, una scuola in cui l’apprendimento doveva essere, appunto, leggero come un gioco». Cosa si studiava? «Al livello primario: latino e greco. L’insegnamento si articolò, dal I secolo a.C., nei due famosi gradi del Trivium (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivium (aritmetica, musica, geometria, astronomia)». Quando nacque l’università? «Esistevano, ad Atene e ad Alessandria, a partire dal V secolo». E a Roma? «Marco Fabio Quintiliano può essere considerato il primo docente universitario statale in carriera. Il suo stipendio annuo – 100 mila sesterzi – era pari a una media di circa 3 milioni di euro, il costo di 20 schiavi, la paga di un anno di 100 legionari scelti». In tempi più recenti? «L’Università di Napoli, fondata da Federico II nel XIII secolo». Quando nasce l’istruzione pubblica? «Fra la metà del Seicento e il secolo XVIII, quando i governi di Prussia, Austria, Francia, contagiati dalla grande stagione dei Lumi, stabilirono che l’istruzione pubblica è diritto-dovere dello Stato». La prima vera legge sull’obbligo scolastico in Italia? «È quella del 15 luglio 1877 del ministro Michele Coppino che fissava l’obbligo scolastico dai 6 ai 9 anni di età. Sulla legge piovvero pochi plausi e molte proteste» Perché proteste? «Perché molti consideravano l’alfabetizzazione un pericolo per l’economia e per l’ordine pubblico». Cosa fu la “Riforma Teresiana”? «Essa prende il nome dall’Imperatrice austriaca Maria Teresa d’Asburgo, regnante dal 1741 al 1780». Di che cosa si tratta? «Di una serie di provvedimenti ispirati dalla filosofia dei Lumi». Com’era la scuola durante l’età napoleonica e repubblicana? «Napoleone e le Repubbliche inserirono elementi laici, ma sulla scia del sistema teresiano». Negli Stati pontifici? «L’istruzione pubblica era vicina allo zero». Cosa fu la “legge Casati” del 1859? «Fu la “seconda” razionalizzazione del sistema scolastico del Regno di Sardegna. Venne realizzata verso la fine della II guerra d’indipendenza, quando Cavour si dimise e passò la mano al generale La Marmora, che affidò la pubblica istruzione a Gabrio Casati. La scuola veniva organizzata come una caserma». I pro di questa legge? «Fu lo strumento più chiaro e massiccio dell’Unità». I contro? «Il silenzio sull’istruzione professionale, sulla scuola materna, la scarsa attenzione per quella elementare, l’attenzione esclusiva per il liceo classico, l’imbavagliamento di ogni forma di autonomia scolastica e universitaria, l’oscuramento dell’ottimo sistema scolastico lombardo-veneto, la mortificazione della scuola privata». Chi fu il primo ministro dell’istruzione del Regno d’Italia? «Il letterato e patriota napoletano Francesco De Sanctis, che disse al Senato: ”La riforma Casati è un disastro, ma serve a unire l’Italia e dobbiamo tenercela per un pezzo». In che cosa consistette la politica scolastica dei governi di destra? «Nell’espansione quantitativa, nell’obbligo scolastico, nei tentativi di formazione professionale dei maestri». E quella dei governi di Sinistra? «Introdussero elementi di laicità e razionalità». Quali erano i libri di testo più usati? «Per secoli, nelle scuole elementari, quasi tutte religiose, imperversò un sillabario chiamato Jesus, sostituito poi dal Carlambrogio di Montevecchio di Cesare Cantù (1836-1837). Fino allo sviluppo dell’editoria scolastica, che esplose negli ultimi decenni dell’’800». Il best seller della scuola di base? «Il Giannetto, del maestro milanese Luigi Alessandro Parravicini (1799-1880)». Cosa leggevano gli studenti delle elementari? «Pinocchio di Carlo Collodi e, nel 1886, il libro Cuore di Edmondo De Amicis. Nel campo dei periodici per ragazzi: il Giornalino della domenica (1806) di Luigi Bertelli e il Corriere dei Piccoli, nato nel 1906, che introdusse in Italia i cartoons americani, i fumetti». Gli psicologi e pedagoghi più eminenti? «Cominciarono ad emergere nell’Ottocento: con Ferrante Aporti (asili nidi), Don Bosco (pedagogia sociale), le sorelle Agazzi (l’esperienza dalle piccole cose), Giovanni Gentile (il filosofo- ministro idealista prestato al fascismo)». I meriti della Montessori? «Era un medico, una neuropsichiatra infantile. Partendo dallo studio e dalla cura dei bambini con problemi psichici, contribuì a una grande svolta». Quale? «Considerare la pedagogia, che con Gentile era solo figlia della filosofia, una scienza autonoma». La più importante riforma scolastica del Novecento? «Quella Gentile». Il clero influenzava l’insegnamento pubblico? «Certamente. Anche quando si instaurò il Regno d’Italia, un grande numero di docenti di materie umanistiche delle scuole secondarie superiori continuò ad essere formato da religiosi». L’insegnamento della religione era obbligatorio? «Il Regno d’Italia nacque laicista e ostile alla Chiesa. Questo, tuttavia, non impedì alla riforma Casati del 1859-60 d’inserire nei programmi l’insegnamento religioso». Cosa accadde con l’avvento della sinistra al governo? «Il ministro Coppino lo rese facoltativo». E Mussolini? «Nel Concordato del 1929, confermò che l’insegnamento religioso cattolico era obbligatorio, a meno che non ne venisse chiesto l’esonero. Solo nel 1984, con la revisione del Concordato, il governo Craxi riuscì a capovolgere il sistema». In che modo? «L’insegnamento religioso doveva essere individualmente richiesto. E questo è il regime odierno. Con la legge Moratti del 2005, gli insegnanti di religione sono insegnanti dello Stato, anche se nominati dai vescovi». Come si formavano i docenti? «La scuola si è sempre morsa la coda. Più espansione, più necessità di docenti, meno rigore nelle assunzioni, meno qualità». Le assunzioni ope legis dopo il Sessantotto? «Non si sono contate più. Tradite anche le promesse fatte ai giovani che hanno frequentato le Scuole universitarie di specializzazione. Il precariato è diventato il fatto del secolo. D’altra parte, non dimentichiamo che se la Costituzione prevede assunzione per concorsi, da più o meno vent’anni lo Stato non ne bandisce». In che cosa consistette la Riforma Gentile? «Lasciò inalterata sia l’architettura della scuola casatiana sia l’impostazione élitaria; esaltò le materie umanistiche; promosse lo studio della filosofia, creò il liceo scientifico ed estese alle scuole statali l’esame finale di maturità». Cosa c’era di fascista nella riforma? «La concezione di una scuola a non più solo interesse, ma strumento dello Stato». A chi piacque la riforma Gentile? «Era il momento in cui il ceto medio anelava all’ordine e alla conservazione, e la riforma Gentile, tanto simile alla Casati di sessant’anni prima, bloccava eventuali innovazioni “moderniste”». A chi non piacque? «Ai fascisti, perché la riforma non era così fascista come essi volevano». Come l’ideologia fascista influì sul sistema scolastico? «Durante il fascismo vi furono due tipi di scuola: una, rumorosa, che fece di essa, una creatura caricaturale del fascismo; e quella degli spiriti colti e liberali, che fecero finta che nulla fosse accaduto». A chi pensa? «A Umberto Bosco, ad Augusto Monti, a Italo Majone e a tanti altri. Insegnavano democrazia e libertà con il solo leggere e commentare Foscolo, Alfieri, Manzoni». I docenti dovevano avere in tasca la tessera del partito? «Ma chi non ce l’aveva, allora?» Cosa accadde con le leggi razziali del ‘38? «L’ignominia totale. Da un giorno all’altro, nell’indifferenza di compagni e maestri “ariani”, furono cacciati dalle scuole migliaia di alunni e professori». Finiti dove? «In gran parte nei campi di concentramento nazisti». Quali sono state le riforme più importanti del secondo dopoguerra? «La creazione della scuola media unica nel 1962-63 e quella della scuola materna statale nel 1968». Perché a ogni cambio di governo si fa una nuova riforma dell’istruzione? Cos’è la “maledizione del faraone”? «Per cinquant’anni, per il nostro sistema scolastico mummificato, abbiamo avuto ben 39 disegni di legge, proposte di riforma, tutti abortiti. La stessa maledizione che, secondo la leggenda, colpì tutti coloro che avevano avuto, come Lord Carnavon nel 1923, contatti con le mummie dei faraoni (da qui la definizione dei mass media)». Cosa cambiò la riforma Berlinguer? «Restituì la parola al Parlamento, dopo vent’anni di sperimentazioni spesso selvagge (mescolanza di istituti, moltiplicazione paranoica d’indirizzi, campanilismi). E costituì il tentativo di una riforma organica». Il suo limite? «Quello di aver provocato la corporazione dei docenti, ventilando una verifica del merito; e di avere proposto di unificare scuola elementare e scuola media, con rischio per migliaia di posti di lavoro». Secondo lei il metodo del 3+2 all’università è valido? «É stato condannato dall’esperienza. Non sono diminuiti i fuori corso e le aziende non prendono in considerazione le cosiddette “lauree brevi”». Cos’ha la scuola italiana di negativo rispetto a quella europea? «Gli Stati occidentali hanno deciso di occuparsi della scuola. I governi italiani, invece, l’hanno occupata, manipolandola secondo le logiche dei partiti». Di positivo? «Aver continuato a svolgere il proprio compito, nonostante tutte le interferenze politiche». I punti salienti della “riforma Moratti”? «Elaborata dal pedagogista cattolico Giuseppe Bertagna, oscurato e mal ricambiato dalla politica, promosse l’interesse per l’alunno più che per l’insegnante e un meccanismo di assunzioni razionale e moderno. Divise il sistema scolastico in cicli precisi, tentò di licealizzare tutta l’istruzione secondaria, ma l’applicazione della riforma restò a metà per la fine della legislatura». E la riforma Gelmini? «Sarà ricordata come la riforma dell’università che colpisce finalmente abusi, poltrone a vita e cattedre ereditarie. Tenta di riportare nell’università i concorsi e il merito e di ridurre gl’insegnamenti ai limiti del ridicolo inventati solo per assumere insegnanti. Si rimprovera a Gelmini di essere stata il braccio secolare delle pesanti sforbiciate di fondi volute dal ministro dell’Economia. Ma non si può negare che anche l’università italiana non si è fatta mancare inauditi sprechi». Di che malattia soffre il sistema scolastico? «Nel complesso quadro clinico, la malattia più grave di cui soffre è l’illuminismo di maniera, l’ideologismo astratto». I punti deboli? «La preparazione degli insegnanti e il degrado dell’educazione familiare, che manda a scuola alunni già alienati e difficili da “ricostruire”». Il bullismo c’è sempre stato. Perché oggi se ne parla tanto? «Perché una volta era goliardia, oggi, spesso, ha caratteristiche delinquenziali. Il ’68, come cambiò il sistema scolastico? «Cancellò falsi valori e tabù, ma naufragò nella demagogia». Perché c’è tanto permissivismo? «Perché i genitori sono altrove impegnati a guadagnare i due salari senza i quali non si sopravvive alla società dei consumi. Non si può pretendere dalla scuola di trasformare in seta una stoffa consegnata grezza o, peggio, macerata all’origine». Il sistema scolastico è veramente la cartina di tornasole di uno Stato? «Certamente è un riflesso della politica, ma è soprattutto la cartina di tornasole di una certa società che produce un certo Stato, che poi detta le leggi scolastiche». Perché ogni anno migliaia di studenti scendono in piazza e occupano gli istituti? «E’ una prassi, dalla quale non si salva nessuno. Ci vuole poco a infiammare i giovani». Il primo sciopero di studenti nell’Italia unita? «Fu quello del Regio Liceo Classico di Firenze del 17 dicembre del 1861, quando gli studenti scesero in piazza per protestare contro la rigidezza del professor Stanislao Bianciardi». E oggi? «Gli studenti avrebbero decine di ragioni per protestare: classi sovraffollate, carosello degl’insegnanti, edifici non a norma, eccetera. Il problema sa qual è?» Qual è? «È che, nei loro cortei, dominano le bandiere politiche».